Dimmi che sportivo sei… Diverse tutele di base tra sportivi professionisti e dilettanti

Professionisti e dilettanti: una distinzione apparentemente netta nella pratica dello sport, ma non altrettanto quando si parla di tutele previdenziali, infortuni e malattie...

Silvia Camassa

Con il termine “sport” nel linguaggio comune, ci riferiamo a vaste categorie: professionisti, dilettanti, amatori o semplici sportivi occasionali. Anche se – come vedremo – la linea di confine non è poi così netta …

Per sportivi professionisti, ai sensi di una legge risalente nel tempo e ancora in vigore (L. 23 marzo 1981, n. 91), si intendono gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni.

A oggi,  le federazioni sportive considerate “professionali” (e i cui atleti definibili “professionisti”) sono:

  • il calcio (dalla serie A alla Lega Pro maschile);
  • il ciclismo (per le gare su strade e su pista approvate dalla Lega ciclismo);
  • il golf;
  • la pallacanestro (serie A1 e A2 maschile). 

Pertanto, se i soli atleti tesserati alle società sportive residuate come “professionali” possono essere giuridicamente considerati sportivi professionisti, è d’obbligo ritenere che atleti come Valentina Vezzali, Carolina Kostner, Federica Pellegrini o Alberto Tomba non rientrino o non siano mai rientrati nel range dei professionisti.

Senza considerare l’inaccettabile posizione riguardante le atlete donne (di fatto escluse dal professionismo), sulla quale anche Giovanni Malagò, presidente del CONI, in un’intervista ha detto la sua: “È assurdo che campionesse come la Vezzali e la Pellegrini siano discriminate”, Malagò aggiunge poi “ci sono anche atleti uomini, che giocano a pallavolo ai massimi livelli e si allenano tutti i giorni, che non sono professionisti”.

Un’idea, questa, che fa a pugni con la realtà dei fatti e il sentire di ognuno di noi. Tale stranezza, oltre ad avere uno strano effetto di pancia, è anche poco comprensibile e apparentemente legata a una pura discrezionalità del legislatore. Il dubbio di fondo è il seguente: perché così pochi sport sono considerati professionistici?

Il motivo principale è che le società italiane hanno obblighi amministrativi, contributivi, fiscali spesso insostenibili e in molte occasioni si ritrovano costrette a chiudere i battenti. Un sistema normativo, questo, che alla luce delle considerazioni svolte richiederebbe ragionevolmente un revirement legislativo per adeguare il quadro normativo al mutato contesto sociale, oltre che per recepire le particolari istanze di un settore ampio e disomogeneo (almeno allo stato) dal punto di vista soggettivo, qual è quello dello sport.

Tale scenario ha delle serie ripercussioni in ambito di tutele per i lavoratori: se per gli sportivi professionisti legati da un contratto di lavoro subordinato con la propria società sportiva di riferimento non sussistono particolari problemi, le cose si complicano per quegli sportivi che non rientrano nel novero dei “professionisti” o che, pur rientrandoci, svolgano la propria attività in modo autonomo.

Per i primi che subiscono un infortunio sul lavoro o contraggono malattie professionali, l’INAIL eroga prestazioni economiche, sanitarie e integrative, anche se il datore non ha versato regolarmente il premio nel corso del rapporto di lavoro.

Anche se la legge finanziaria del 2003 “Disposizioni in materia di assicurazione degli sportivi”, ha istituito l’obbligo assicurativo per gli sportivi dilettanti tesserati in qualità di atleti, dirigenti e tecnici alle Federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva, in realtà dal punto di vista del livello delle tutele offerte ai dilettanti – salva l’ipotesi che questi si assicurino in privato e con polizze ad hoc – queste, non sono paragonabili nemmeno lontanamente a quelle previste per i professionisti.

Infortuni sportivi anche molto gravi, infatti, vengono risarciti in maniera minimale, mentre non è prevista alcuna indennità per invalidità temporanea o malattia. Resta, quindi, inteso che la primaria tutela INAIL, non è pertanto estesa anche alle ipotesi di rapporti negoziali a tutti gli effetti simili al lavoro subordinato svolto dai “professionisti”.

Pertanto, nelle ipotesi di malattie o infortuni degli “sportivi dilettanti”, se così bisogna definirli, cosa succede?

L’INAIL, come detto, non eroga alcuna prestazione, mentre l’assicurazione obbligatoria privata copre solo i casi di infortunio che abbiano per conseguenza la morte o l’invalidità permanente, accaduti durante e a causa dello svolgimento delle attività sportive.

Si consideri poi che i massimali previsti da queste polizze sono di gran lunga inferiori a quelli previsti per altri settori obbligatoriamente assicurati, in primis, per la responsabilità civile auto. Il che è ancor meno comprensibile per quegli sport che hanno una pericolosità intrinseca particolarmente spiccata. 

Nel vuoto normativo che speriamo si possa colmare, chi si accinge a praticare questi sport deve dunque stipulare una copertura infortuni aggiuntiva e, forse, anche una copertura“malattia” proprio per quelle patologie che dovrebbero concludersi anche a distanza di tempo dalla cessazione dell’attività sportiva.

12/5/2017

 

 
 

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