I tuoi bisogni sono assicurabili?

Torna l'appuntamento con le domande da porsi per un corretto approccio a rischi e bisogni: quali rischi possono essere coperti attraverso polizze e quali invece no?

Alessandro Bugli - @_bugli

Tende ad assicurarsi solo colui che sente il rischio vicino o che è già in difficoltà. Questa è l’umana verità…

Qualche giorno fa camminavo sorridente all’alba (vero, sì, che andavo al lavoro, ma era una giornata senza particolari pesi e, così, guardavo la città e le facce assonnate dei passanti), quando – scoordinato e legandomi involontariamente alle cuffiette ­- mi candidavo alla competizione finlandese di lancio del cellulare. Già “oro” in pectore raccoglievo i resti di un bellissimo smartphone, compagno di tante mail e whatsapp. E, così, quel simpatico “no” – mesi prima – alla domanda se volessi assicurare il nuovo cellulare, assumeva ora i retrogusti amari della Alpha Fornication (mai bevuta, si badi) e dell’eccesso di luppolo.

Ricordava Alessandro Federico il senso comune di sentirsi “uomo” e “vivere una vita spericolata”, ma - aderendo al  pensiero dell’autore – avrei voluto solo evitarmi qualche centinaio di euro di spese. Vero, potrei utilizzare un cellulare da 20 euro, ma chi si accontenta gode “così così”.

Il giusto abbrivio per entrare in argomento per qualche puntata.

Ammessa la resistenza naturale ad assicurarsi, quali rischi possono essere coperti attraverso polizze e quali no?

Partiamo – per ora –  da una disposizione cardinale del Codice Civile, l’art. 1895 c.c.: “Il contratto è nullo se il rischio non è mai esistito o ha cessato di esistere prima della conclusione del contratto”. Per capirci, la nostra polizza non può garantirci per rischi che non sono tali. Che senso ha assicurare, dalle perdite d’acqua, un immobile di proprietà di altri; immobile magari sito a migliaia di chilometri di distanza da dove viviamo? La nostra assicurazione non può, però, nemmeno garantirci per rischi che sono già diventati “bisogni”, cioè realtà. Sarebbe strano assicurare, per il furto, un veicolo già “scomparso” da qualche settimana.

La regola è sempre, e solo, una: dove non c’è rischio, non c’è assicurazione. Se un rischio non è mai esistito o si è già tramutato in “bisogno”, non c’è più quell’alea che deve necessariamente connotare il contratto di assicurazione e che ne giustifica la causa. In conclusione, pensate ai vostri rischi in modo previdente. Non a cose fatte.

Partiamo, quindi, con un primo esempio. Rimandando alle prossime puntate l’approfondimento.

L’argomento della nullità (cioè dell’invalidità della copertura assicurativa) diventa molto interessante, ad esempio, quando si tratti di coperture della salute; quando ci si voglia assicurare per rischi di dover spendere (anche tanto) per ricorrere a cure sanitarie. Qui, il dogma della norma citata è meno “agile” in termini di interpretabilità. Per capirci: può assicurarsi per il rischio di dover spendere per cure colui che è già malato?

I zig zag della giurisprudenza non aiutano. Ma la risposta, solo per chi scrive, deve essere data in questi termini: il “sano” e il “malato” hanno la stessa teorica necessità di ricorrere alle cure, e alle conseguenti spese. Non si sta, infatti, assicurando il rischio dell’insorgere di una o più malattie che possano incidere sul proprio stato di salute (es. prevedendo che al ricorrere di una patologia cancerogena particolarmente incidente sulla salute si avrà diritto a incassare parte o il tutto del capitale fissato in una polizza vita). In quest’ultimo caso è evidente che non sarebbe corretto assicurarsi, sapendo già di essere vittima di una patologia che – già al tempo della stipula – mi consentirebbe di passare per la cassa della compagnia di assicurazione. Qui si sta parlando di “spese sanitarie” future e incerte e da documentarsi per iscritto.

Così, seguendo questo approccio, esistono “malati” che normalmente non si curano e “sani” che tendono a curarsi pesantemente per bisogni minori (al limite dell’ipocondria). Esistono “malati” che sono tali solo temporaneamente e, risolta la criticità, saranno per lungo tempo salubri e, ovviamente, “sani” che possono ammalarsi, integrando l’opposto. Esiste, poi, il caso triste del “malato” che rimarrà tale per poco e ci lascerà (spenderà anche tanto, ma per un breve periodo di tempo) e il caso del “sano” che in futuro sarà mediamente malato per più di qualche lustro.

In termini generali, quindi, il rischio di sostenere spese mediche esiste sia per il “sano” che per il “malato” (esiste, punto. Cambia solo la percentuale teorica di sostenere tali spese al tempo della stipula). E, così, cambierà, solo, forse, la misura del premio dovuto.

Sostenere la totale inassicurabilità per spese mediche del “malato” è qualcosa che, poi, per chi scrive, fa a pugni con la prassi. Opinare per la tesi dell’impossibilità di garantire questi rischi è incoerente con i fatti. Se, normalmente, un fondo sanitario consente a tutti i propri soci di coprirsi dal rischio della salute (senza alcuna distinzione in ingresso legata al loro stato di salute) e questi rischi sono – in molti casi – “ri”assicurati da compagnie di assicurazione; come mai il ragionamento dovrebbe essere diverso qualora sia un singolo a rivolgersi direttamente ad una delle imprese del settore assicurativo?

Ragionare diversamente condurrebbe a sostenere che nei sistemi sanitari fondati sull’assicurazione privata, coloro che hanno – anche solo –  “un raffreddore”, in assenza di un sistema sanitario nazionale, non potranno mai garantirsi per il rischio di spesa.

Ma siamo così sicuri che la polizza spese medica copra solo il malato/assicurato e non anche, indirettamente, in termini di garanzia di solvibilità del richiedente le cure, la stessa struttura sanitaria erogante le prestazioni? Se così fosse, e si potesse sostenere la bontà di questa strana e avveniristica lettura, allora il rischio non sarebbe più quello del singolo (secondo alcuni inassicurabile), bensì anche indirettamente quello - certamente tale e inconfutabile - della struttura a vedersi riconosciuto il dovuto (pur se, ripetesi, in via indiretta, attraverso una maggiore garanzia patrimoniale in capo al debitore. Questo avviene normalmente in banca, quando si caldeggia la stipula di polizze in sede di mutuo a beneficio del solo richiedente danaro e dei suoi familiari; ciò per ridurre il rischio che a fronte di eventi della salute o per la perdita di lavoro, questi non possano ripagare i propri debiti).

In conclusione, non di “inassicurabilità” dovrebbe trattarsi, ma di mera (potenziale) non convenienza di acquistare una garanzia di questo tipo, se ricercata retail sul mercato, data la selezione avversa che caratterizza la raccolta di simili richieste (parole difficili per dire che, normalmente, non conviene assicurare simili rischi della salute singolarmente e non, invece, per collettività predeterminabili - comprendenti rischi “buoni” e rischi “cattivi” - poiché normalmente si va a chiedere garanzia solo quando si è già malati).

Alla prossima domanda! 

13/2/2017

 
 
 

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