Proteggiti e risparmia con intelligenza

Secondo appuntamento con le dieci domande da porsi per un corretto approccio a rischi e bisogni: “Hai scoperto di avere certi rischi e bisogni? O, come più probabile lo sapevi già? Di che rischi e bisogni si tratta?"... Ecco cosa fare

Alessandro Bugli - @a_bugli

Siamo al secondo momento di un impegnativo percorso in dieci tappe per cercare di scrivere un  nuovo possibile statuto, semiserio, del corretto approccio ai rischi e ai bisogni.

Nella scorsa puntata, avevamo concluso: “conoscere i propri rischi e i propri bisogni è il primo passo per comprendere se, e come, garantirsi”. Supponendo di aver compreso, da poco o da tanto, a quali rischi siamo più o meno esposti (o di essersi fatti aiutare da qualcuno) e, conseguentemente, di aver chiari in mente i propri bisogni, ora ci tocca comprendere di quali “rischi e bisogni” si tratti.

Proviamo a immaginare: la casa non è assicurata per lo scoppio o l’incendio? Hai paura di poter cagionare danni a terzi nell’esercizio della tua professione? Ritieni necessario tutelarti per possibili future spese mediche per te o per i tuoi cari? Hai l’impressione che la tua pensione non sarà sufficiente a garantirti una quiescenza decorosa?

Se il lettore condivide con chi scrive lo spirito e l’istinto, si passerà ora, subito, ai gesti apotropaici. Temo, a dire il vero, che questa non possa essere la risposta o, almeno, non l’unica.

Prima di passare nel prossimo terzo capitolo a capire come soddisfare i rischi e bisogni nel ventaglio delle soluzioni assicurative esistenti, è necessario fare ordine. Nella prima puntata abbiamo (certamente) compreso di essere esposti a rischi e bisogni (come tutti, ma con le nostre peculiarità). Oggi proviamo a incasellarli nelle categorie di cui sopra, per poi, nelle tappe che seguiranno, capire se e come si possano soddisfare le singole esigenze di tutela e come risponde il mercato assicurativo a queste domande.

Un tempo si era soliti distinguere in assicurazioni di “cose” o di “persone” o “patrimonio”, correlando le soluzioni assicurative a queste tre grandi famiglie di rischi e bisogni. A chi scrive, piace però distinguere –pur se in modo impreciso, anche se non troppo diverso dalla dottrina maggioritaria – tra esigenze di: tutela della “persona”, del “patrimonio e, quelle più generali, di “risparmio/investimento”.

Se alla fine ogni rischio che si tramuti in realtà finisce per incidere direttamente o indirettamente sul “patrimonio” (e, quindi, dovrebbe esistere una sola famiglia di rischi e bisogni: quelli di patrimonio), per nostra comodità distingueremo così tra rischi e bisogni:

  1. del patrimonio: quelli relativi alla distruzione o danneggiamento dei nostri beni (casa, auto, locali di impresa, macchinari, …) oppure quelli di responsabilità civile verso terzi (es. risarcimenti dovuti al passante che viene azzannato dal nostro chihuahua belluino ovvero alla clientela per errori o inadempimenti o, ancora, quello di una impresa edile per danni a altri edifici nella costruzione o abbattimento di un immobile);
  2. della persona: la primaria tutela previdenziale per ipotesi di malattia, infortuni o per – la, forse, più importante, ma maggiormente trascurata – non autosufficienza derivante da qualunque causa (non potersi più lavare, vestirsi, mangiare, andare a fare spesa, …, in via autonoma).
  3. di risparmio/investimento: la risposta al bisogno di poter disporre delle risorse minime e utili per far fronte alle ipotesi di perdita temporanea (anche prolungata) di un contratto di lavoro o per una riduzione sensibile della clientela (il pensiero va, agli spesso trascurati, autonomi e professionisti). Allo stesso tempo, la necessità di iniziare a accumulare risparmio e investirlo per potersi garantire la propria pensione complementare, da aggiungere a quella pubblica.

Una volta incasellati i rischi e bisogni, pur con approssimazione, si tratta di comprendere a quali rispondere per primi.

Provando a esemplificare: rispondo prima all’esigenza di tutelarmi da possibili spese sanitarie (pur anche routinarie, es. l’odontoiatria o la diagnostica) o metto tutte le forze per crearmi la pensione di scorta del domani? Attenzione (!), se non doso bene i miei risparmi, il rischio è di arrivare alla pensione sfibrato dal costante depauperamento dei miei averi per ragioni più immediate, contingenti, estemporanee, ma di possibile, costante verificazione. Allo stesso tempo, rimandare di troppo (procedendo sempre per esempi) il risparmio previdenzial-complementare potrebbe condurci al punto di non poter far più nulla per rispondere all’esigenza, essendo arrivati troppo prossimi alla data di pensione, senza aver accumulato alcunché.

Non pare esserci una risposta valida per tutte le stagioni. Tutti i fattori si legano e la verità è che tutto è previdenza. E’ vero però che spostare l’attenzione (anche, ma non solo) sulle le esigenze di breve-medio periodo non è poi così sbagliato. In questo senso, mirabilmente, il d.lgs. 252/2005 (in linea, e ancor più, del d.lgs. 124/1993) ibrida la funzione pensionistica dei fondi di previdenza complementare con l’idea del libretto di risparmio da cui attingere nel corso della propria vita, anche in anni lontani dal ritiro dal mondo del lavoro.

Così, tutelare oggi bene il proprio patrimonio (in primis la propria casa di abitazione) significa essere a pieno titolo “previdenti” e capaci di saper ridurre il rischio di eventi avversi per garantirsi un’esistenza libera e dignitosa. Lo si è detto più volte, parlare di welfare non può essere inteso a limitarsi al guardare alle sole pensioni, bensì allargare lo sguardo a esigenze e strumenti che ieri erano considerati (spesso) estranei alla definizione tradizionale di “previdenza” data dalla manualistica universitaria (evidentemente più focalizzata alla sottocategoria della previdenza c.d. “sociale”).

Senza paura di essere smentiti, si ritiene che anche le polizze di tutela legale o di assistenza oppure quelle di responsabilità civile assolvano a pieno titolo alla funzione previdenziale, al pari del fondo pensione complementare. Se si vede la definizione di “previdenza” data dalla Treccani, non pare potersi dubitare di questa circostanza: s. f. [dal lat. tardo praevidentia, der. di praevĭdens -entis «previdente»] … Qualità di chi è previdente, di chi, presagendo le necessità future, prende per tempo le misure adatte a fronteggiarle e superarle, sia come atteggiamento abituale sia come comportamento adottato in particolari circostanze”. E in questo senso, perché tutelarsi dal possibile rischio di dover pagare decine di migliaia di euro per un errore nell’esercizio della propria professione di medico o di avvocato dovrebbe essere meno previdenziale dell’operare il riscatto di laurea?

In conclusione, come sempre, il fenomeno è ben più complesso e articolato di come lo si immagina e descrive e, così, come per tutte le cose di questo mondo, anche nel parlar di previdenza tutte le cose si legano tra loro e, per questo, il buon esito dipende da tanti fattori, a volte riferibili al nostro agire (e così dobbiamo fare del nostro meglio per ridurre l’impatto dei fattori di rischio sulla nostra vita e quella dei nostri cari) a volte esogeni (es. mercato del lavoro, andamento delle negoziazioni di strumenti finanziari, fenomeni catastrofici, …).  Bellissima, in questo senso, la “massima” di Alan Turing, “Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza”.

La citazione non deve però indurre al fatalismo, all’accidia, allo sconforto, bensì alla coscienza e consapevolezza dell’importanza del nostro agire. Sempre. Anche nell’affrontare, gestire e soddisfare i nostri rischi e i nostri bisogni.

A presto, con la prossima domanda! 

18/1/2017

 
 

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