Alla ricerca di Alpha e Beta negli investimenti per l’economia reale

In un periodo storico caratterizzato da trend di mercato inediti e “irrazionali” (ma che forse, a ben vedere, così irrazionali non sono) la vera sfida per investitori e gestori è sì andare in cerca di rendimenti ma, al tempo stesso, riuscire a raggiungere performance soddisfacenti contenendo il budget di rischio. Come orientarsi dunque all'interno di uno scenario tanto complesso?

Gianmaria Fragassi

Il recente convegno di studio "La ricerca di Alpha e Beta nella irrazionalità razionale dei mercati" ha portato l'attenzione degli operatori di settore sul cambiamento in atto e sulle sempre minori possibilità di realizzare performance ragguardevoli con metodi di investimento tradizionali. Alpha e Beta hanno subito un forte mutamento rispetto al passato: oggi, come allora, rappresentano la ricerca di rendimenti ma la sfida odierna è quella di centrare performance soddisfacenti contenendo il budget di rischio quanto più possibile all’interno di mercati, che appaiono irrazionali ma che forse così irrazionali non sono. Certamente, sono più difficili anche per le esogene geopolitiche.

In una recente analisi condotta da McKinsey, si evidenza che nel periodo 1985-2014 i rendimenti reali delle azioni e delle obbligazioni sono stati mediamente elevati grazie al contributo di tre fattori: una riduzione costante dell’inflazione e dei tassi di interesse, un aumento del GDP globale spinto dall’impulso di nuove economie come la Cina e l’India e un miglioramento generale dei profitti aziendali, che hanno beneficiato dell’apertura di nuovi mercati. Nel report, però, si stima che nei prossimi 20 anni sarà particolarmente difficile, se non impossibile, replicare le performance realizzate in passato operando sui mercati azionari e obbligazionari, proprio perché sembrano essere esauriti quei drivers che le hanno spinte.

Inoltre, i rendimenti dei titoli di Stato ai minimi storici stanno costringendo, e costringeranno nei prossimi anni, gli investitori istituzionali alla ricerca di portafogli di investimento con maggiore redditività, ma anche una quota di rischio inevitabilmente più elevata. Infatti molti investitori istituzionali hanno ancora troppa componente obbligazionaria – sia Europa che Italia -  nei loro portafogli, come si evince anche dalla VII indagine su "Livelli di soddisfazione e prospettive su performance, investimenti, diversificazione dei patrimoni e rapporti con gestori e advisor" condotta da Itinerari Previdenziali, la quale ha ben messo in evidenza come il futuro sarà sempre più alternativo, reale e…auspicabilmente performante.

Per la prima volta da tempo, nel primo trimestre 2017, i rendimenti di alcuni fondi pensione sono stati inferiori ai rendimenti obbiettivo. La domanda di strumenti finanziari si direziona quindi inevitabilmente verso strumenti alternativi, anche in considerazione della volatilità dei mercati, dell’abbondante liquidità (MM2) indotta con i QE delle banche centrali e dai tassi obbligazionari non solo bassi o negativi, ma anche molto rischiosi su duration medio lunghe. A riprova di tutto ciò, l’ultima survey condotta da Willis Towers Watson nel 2016 sui portafogli dei 100 più grandi gestori di Private Market a livello globale mostra il “continuo aumento di assets investite in prodotti alternativi, confermando il trend intrapreso negli ultimi anni”. Le prime conclusioni ci portano quindi a prevedere che Casse Previdenziali, Fondi Pensione, Compagnie Assicurative si orienteranno verso investimenti alternativi - fondi di private equity e private debt, venture capital, fondi infrastrutturali e immobiliari fino ai fondi hedge cercand inoltre, per la componente “core,  strategie di investimento differenti da quelle a benchmark, tra cui TR e multiasset.

Ma gli investimenti in prodotti alternativi fanno paura? Sono toppo rischiosi? Sono troppo illiquidi? Ricordiamoci, come evidenziato anche da Sebastiaan Schrikker nel corso del suo intervento, che “il rischio in un portafoglio di investimenti non deve fare paura, il rischio è necessario, senza rischio non si ha rendimento, l'importante è saperlo calcolare e gestire opportunamente”. Gli Stati Uniti d’America, dopo aver causato la crisi finanziaria nel 2007/2008 che ha trascinato in negativo i mercati mondiali, è stata la prima nazione a risollevarsi, fortemente sostenuta dal Governo federale e dalla FED e successivamente trainata dalla new economy (Google, Facebook, Amazon). La crisi ha avuto il grande pregio, di “pulire” il mercato da “prodotti spazzatura”, riallineando gli equilibri. Rispetto agli Stati Uniti, l’Europa è però più indietro nel processo di ripresa e uscita dalla crisi, ma può anche contare su un grosso vantaggio competitivo, può replicare il buono delle strategie che hanno funzionato.

In quest’ottica, nel corso del convegno di studio, si è più volte affrontato il tema dei mercati emergenti come alternativa per sfuggire ai bassi tassi. Spesso ritenuti troppo rischiosi e politicamente instabili, la realtà racconta invece di mercati emergenti nei quali la situazione politica è molto più stabile di quella italiana.

Tra le strategie di investimento alternative oggi maggiormente presenti sul mercato, i fondi di investimento immobiliari consentono di costruire politiche di investimento efficienti, soprattutto per quanti si occupano di gestire gli immobili dopo averli ristrutturati e riqualificati. La gestione diventa quindi un asset, ma anche un generatore di occupazione, favorendo l’economia reale. A questo proposito nel corso del meeting è emersa la proposta alla politica di sostenere gli operatori che operano in questa tipologia di investimento, ad esempio attraverso l’esenzione dall’IVA, il che migliorerebbe anche le performance.

La politica, appunto, resta uno dei pezzi del puzzle che spesso scompongono il quadro d’insieme e che, come è emerso nei dibattiti, le associazioni di settore “non sono in grado di rimettere al proprio posto”. Nonostante molti tentativi, passati anche da cambi di governance, negli ultimi anni i ruoli delle associazioni sono rimasti sempre più marginali, condizionati da conflitti interni e orientamenti non omogenei che hanno penalizzato la loro azione anche nei confronti della politica, che infatti ha dato sempre meno peso a questi stakeholder. Tra le associazioni merita però una particolare menzione Assogestioni che, con il progetto Pir, ha dimostrato come in realtà, con una forte volontà e lavorando in sinergia, le associazioni hanno il potere di influenzare la politica e ottenere risultati interessanti. I 10mld di raccolta ne sono la dimostrazione.

Gli investitori istituzionali dovranno lavorare sempre di più in direzione “alternativa” facendo in modo che i loro investimenti abbiamo ricadute sul sistema Paese. Le regole del buon investimento di Benjamin Graham - Regola 1: Non perdere soldi Regola 2: Non dimenticare la Regola1 – restano un buon punto di partenza, tuttavia ci sono molte sfide in questo nostro welfare in continuo cambiamento che vanno affrontate cercando il meglio offerto dal mercato e seguendo gli esempi virtuosi di altri Paesi.  

Gianmaria Fragassi

12/10/2017

 
 

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