Dalle anomalie della Monti-Fornero alle risorse per lavoro e sviluppo

Dalla scomposizione dei dati riguardanti la spesa previdenziale e assistenziale in Italia emergono riflessioni e prospettive interessanti, anche su quelle che dovrebbero essere le priorità del nostro Paese in materia di pensioni e occupazione, in particolare giovanile: l'analisi del Prof. Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Alberto Brambilla - @AlBrambilla

Se scomponiamo la spesa previdenziale in spesa per pensioni e per assistenza, scopriamo dati interessanti e utili per un'accurata riflessione sia da parte della politica sia dei media che, peraltro, hanno la grande responsabilità di essere spesso in grado di "formare" l'opinione pubblica e orientarne i convincimenti.

Per chiarezza, intendiamo per spesa per pensioni quella finanziata dai contributi versati da lavoratori e aziende, le cosiddette "pensioni a calcolo" (calcolate appunto sui contributi versati); per assistenza, tutto ciò che viene erogato non sostenuto da contributi e, quindi, a carico della fiscalità generale (le imposte dirette che, però, meno del 50% degli italiani pagano). Ne esce che il bilancio pensionistico è in pareggio e con i requisiti del metodo contributivo sarà sempre più a favore dello Stato; quello assistenziale, invece, pesa per circa 100 miliardi di euro sulle finanze pubbliche.

Sui requisiti del metodo contributivo introdotti dalla riforma Monti-Fornero, segnaliamo le seguenti osservazioni:

a) dal 2021 l'età di pensionamento sarà per tutti a 67 anni ma, con una aspettativa di vita di circa 80 anni per gli uomini, la pensione - frutto di oltre 35 anni di contribuzione con un'aliquota pari al 33% della retribuzione lorda - verrà percepita per soli 13 anni; il periodo più corto della storia dal lontano 1969, quando Brodolini introdusse le pensioni di anzianità e le baby pensioni per il pubblico impiego. Allora la pensione si prendeva a 65 anni per uomini e donne, ma l'aspettativa di vita era poco più di 65 anni. Da quel momento l'età di pensionamento è drasticamente diminuita a poco più di 53 anni, mentre la speranza di vita è cresciuta in modo impetuoso. Oggi 13 anni sono davvero pochi, anche se si considera la reversibilità.

b) Altro particolare della citata legge è che se la speranza di vita aumenta, si incrementa anche l'età per andare in pensione, ma se si dovesse ridurre l'età di pensione resterebbe fissa, quindi con ancora meno anni di fruizione.

c) Altra anomalia è l'indicizzazione alla aspettativa di vita anche dell'anzianità contributiva che già oggi è pari a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Indicizzare età e anzianità contributiva non consente certo un pensionamento facile. Oltretutto, di questo passo, supereremo i 43 e più anni di contribuzione, anomalia tutta italiana come l'elevato livello di contribuzione che grava sull'intera retribuzione per i misti e fino a 100 mila euro per i contributivi.

d) Per questi ultimi, poi, la norma prevede che si possa andare in quiescenza anticipata tra i 63 e 64 anni, ma solo se si è maturata una pensione pari a 2,8 volte l'assegno sociale cioè 1.255 euro al mese. Una cifra un po' altina visti i redditi medi che appunto stanno su questo valore.

e) Infine, i contributivi - pur avendo un assegno sociale come i misti (tutti quelli che hanno iniziato a lavorare prima del 31/121995) - non beneficeranno della integrazione al minimo o maggiorazioni varie di cui oggi fruiscono più di 4,2 milioni di italiani per un costo di 10,7 miliardi l'anno. È vero che l'assegno sociale (novità introdotta dalla legge Dini) potrà integrare le pensioni fino al minimo (450 euro circa), ma non si arriverà agli attuali 502 euro o ai 638 delle pensioni con maggiorazione al milione di lire al mese introdotte da Berlusconi nel 2001.

Quindi che fare? Prima di pensare a proposte poco logiche, come la pensione di cittadinanza di 500 euro proposta da alcuni parlamentari, preoccupati delle modeste pensioni che i contributivi percepiranno (il problema però si porrà intorno al 2030, quindi c'è tutto il tempo per verificare se sarà vero) occorre mettere mano alle citate anomalie e soprattutto investire per aumentare l'occupazione giovanile con serie politiche attive e non con le ritrite politiche passive e aumentare anche i salari e redditi con opportune politiche di "credito di imposta" per le aziende.

I soldi? Le risorse ci sono: basta razionalizzare la spesa assistenziale che aumenta ogni anno del 5,8%, basata sulle dichiarazioni dei redditi di un Paese con il 30% di sommerso e di lavoro grigio, quando non nero, molto diffuso.

17/3/2017

 
 

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