Se gli orizzonti temporali di investimento temporale sono troppo corti

Statistiche alla mano, gli italiani continuano a mostrare una scarsa cultura finanziaria: in che modo questa mancanza di competenze specifiche si riflette sulla realizzazione delle scelte di investimento? 

Leo Campagna

Gli italiani continuano a evidenziare una scarsa cultura finanziaria. E’ quello che emerge anche dall’ultimo rapporto Consob relativo all’anno 2016 nel quale si possono constatare aspetti interessanti - come il fatto che il 60% delle famiglie italiane riesca a risparmiare con regolarità e che il 45% dei nuclei del nostro paese ha in portafoglio uno o più strumenti finanziari quali fondi comuni, azioni e obbligazioni bancarie - ma anche parecchi aspetti critici. Tra questi, per esempio, il fatto che il 40% degli investitori retail sopravvaluta le proprie competenze in materia di investimento, il che porta ad un eccessivo ottimismo e a scelte di investimento sbagliate.

In particolare, resiste la vocazione a investire con orizzonti temporali di investimento troppo corti, compresi tra uno e, massimo, tre anni. Un'inclinazione, quest’ultima, alimentata dai rendimenti dei titoli di stato (in particolare quelli dei Bot) che hanno disabituato le famiglie a impiegare correttamente i risparmi. D’altra parte, il rendimento medio dei Bot annuali in asta tra il primo gennaio 1999 (introduzione dell’euro) e il dicembre 2008 si è attestato al 3,28% lordo annuo, un tasso sufficientemente generoso da sconsigliare i risparmiatori a ricercare formule di investimento più efficienti (ma anche più costose e di più lunga durata). Negli ultimi anni, però, le cose sono profondamente cambiate e i tassi a breve della zona euro sono scesi ai minimi e, addirittura, sono finiti in territorio negativo. Ecco pertanto che occorre inevitabilmente adottare un approccio di gestione che tenga nel dovuto conto gli obiettivi di investimento, la propensione al rischio e l’orizzonte temporale. In ambito previdenziale, per esempio, si consiglia ai giovani lavoratori che intendano costruirsi la propria pensione integrativa, di puntare sulle linee di investimento più rischiose (azionarie e bilanciate) perché, nel lungo termine, le azioni tendono a offrire rendimenti superiori alle obbligazioni e alla liquidità.

Abbiamo provato a verificare sul campo se questa tesi si sia rivelata valida utilizzando le performance dei fondi pensione aperti attivi senza soluzione di continuità negli ultimi 15 anni, da settembre 2002 a settembre 2017. Ebbene, le 30 linee azionarie e bilanciate azionarie hanno conseguito un rendimento medio a 15 anni del +92,2%, le 26 linee bilanciate classiche (50% circa investito in azioni e 50% circa in reddito fisso e liquidità) hanno messo a segno rialzi medi del +75,6%, le 29 linee bilanciate obbligazionarie (circa 30-35% investite in azioni) hanno evidenziato una performance media del +57,9%, le 28 linee obbligazionarie il +44,3%: le otto linee monetarie, infine, non sono andate oltre un +23,5%. Numeri che sembrano quindi certificare l’handicap di orizzonti temporali troppo corti.

Leo Campagna 

10/10/2017

 
 
 

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