Il debito emergente tra mito e realtà

Nonostante i numeri parlino già di realtà di grande interesse, i Paesi emergenti tendono ancora a essere guardati con un certo scetticismo: i miti da sfatare

Donatella Principe

John F. Kennedy (JFK) sosteneva che “il grande nemico della verità molto spesso non è la menzogna, quanto il mito: persistente, persuasivo e irrealistico”. In tal senso quando si pensa ai Paesi Emergenti (PE) si tende a dare ragione a Oscar Wilde: “i miti a cui si crede tendono a diventare veri”. Solo questo può spiegare lo scetticismo e il pregiudizio con il quale spesso (troppo spesso) ancora si guarda a queste economie. Eppure i numeri già da soli ci raccontano una storia di grande interesse. I PE rappresentano più dell’81% della popolazione mondiale; con Cina, India e Indonesia (i 3 paesi più popolosi) che da soli pesano per il 41%. Se ancora negli anni ’90 i PE rappresentavano il 20% del PIL mondiale, questa percentuale è raddoppiata negli ultimi 25 anni; e si prevede che nei prossimi 25 anni arriverà al 70%.

Lo sviluppo del mercato obbligazionario emergente sta procedendo di pari passo con l’evoluzione di queste economie. In 15 anni la sua dimensione è cresciuta di 8 volte, guidata prevalentemente dal debito in valuta locale, che è decuplicato per dimensione. Un altro falso-mito è che il debito emergente si esaurisca in quello “Governativo” in “Dollari”. In realtà, quest’ultimo rappresenta appena il 5% del mercato, che è invece fatto per l’84% di Debito in Valuta Locale e per il 56% di Corporate. Gli ultimi 25 anni sono stati anche testimoni di un cambio di rilevanza geografica: se ancora negli anni ’90 i PE erano rappresentati nell’indice bond soprattutto dall’America Latina (66.3%), oggi il 69% è fatto da un’Asia cresciuta dal precedente 14.9%.

Un ulteriore falso mito sui PE è che si tratti di economie a elevato rischio. In una fase storica dominata dal timore del debito, basta un solo dato a sfatare questo mito: se i Paesi Sviluppati hanno in media un rapporto debito-PIL del 104.4%, quelli emergenti si fermano al 51.7%. Vale però anche la pena ricordare che dei 30 principali Paesi al mondo per riserve valutarie, 20 sono emergenti; con la Cina che, da sola, pesa per il 29% delle masse. Sotto il profilo economico, i PE si sono molto rafforzati dopo la crisi degli anni ’90, tanto da evitare la recessione globale del 2008-2009. Il processo di riforme ha paradossalmente subito uno stop proprio a causa della valanga di capitali alla ricerca di un “porto sicuro” dopo il fallimento di Lehman, tanto che il Taper Tantrum della Fed ha colto impreparati i PE. Ma, da allora a oggi, queste economie si sono ampiamente rafforzate nei fondamentali e basta pensare all’India del premier Modi o all’Indonesia di Widodo, due Paesi che nel 2013 destavano particolari timori e che oggi sono tra le maggiori opportunità d’investimento, per avere la misura di questo successo.

Un altro falso mito da sfatare è che i PE siano minacciati dalle politiche protezionistiche di Trump. In realtà è dal 2009 che il mondo ha subito una deriva protezionistica, guidata proprio dall’America di Obama. I PE si sono ormai ben adattati a vivere in un mondo nel quale da anni gli scambi globali crescono meno del PIL mondiale. Lo sviluppo interno delle loro economie è stato uno dei fattori chiave del loro recente successo economico e della crescente stabilità. In questo contesto di fondamentali in rafforzamento, una delle maggiori attrattive del debito emergente oggi continua a essere il suo Yield, in un mondo nel quale ancora 1/4 delle emissioni governative ha rendimenti negativi e meno di 1/5 ha un rendimento superiore a quel 2% che è il target d’inflazione delle banche centrali.

In uno scenario d’investimento nel quale la politica monetaria restrittiva della Fed apre timori sul fronte della duration, vale inoltre la pena ricordare che la duration empirica del debito emergente negli ultimi 10 anni è oscillata fra meno di un anno nel settore corporate e meno di 2 anni in quello governativo. Tra l’altro, il miglioramento dell’inflazione nei PE lascia ampio spazio per manovre espansive alle banche centrali locali, facendo del debito emergente in valuta locale uno dei migliori settori al mondo nel quale comprare duration oggi (che resta una importante difesa per i portafogli contro eventuali correzioni del mercato azionario).

Questo miglioramento di scenario e prospettive dei PE non è sfuggito agli investitori, specie istituzionali. Dopo che l’asset class ha subito deflussi per miliardi tra il 2013 e il 2015, lo scorso anno ha fatto registrare un altrettanto elevato ritorno di capitali che si è ulteriormente rafforzato quest’anno: gli investimenti nel debito emergente nella prima metà del 2017 sono stati superiori a quelli di tutto il 2016. Siamo però ancora ben lontani dal livello di sovraffollamento ed euforia che si registrò prima del Taper Tantrum.

Se l’opportunità d’investire nel debito emergente non è in discussione, questa è nondimeno un’asset class per la quale il “come” è quasi tanto importante quanto il “se”. L’universo emergente è molto articolato e un posizionamento diversificato dovrebbe riflettere questa complessità: per esempio oggi il Corporate è il settore con le migliori prospettive, seguito dal Debito in Valuta Locale, mentre permane un forte scetticismo sul Debito in Dollari. Inoltre è importante ricordare che gli indici bond sui PE sono estremamente concentrati: nell’indice in Valuta Locale i primi 5 paesi pesano per il 50% del totale e in quello in Dollari i primi 20 paesi (su 65) rappresentano il 65% dell’indice. Per comprendere le implicazioni in termini di rischio di questa concentrazione, basta ricordare che l’Argentina prima del default pesava per il 20% dell’indice (oggi meno dell’1,5%). Il debito emergente è una di quelle attività d’investimento dove la ricerca di opportunità specifiche, sulla base dei fondamentali (per singolo Paese, per settore, e persino per singola emissione), è premiante, mentre la vicinanza indiscriminata all’indice esporrebbe gli investitori a maggiori rischi.

Donatella Principe, Head of Fund Selection Unit and Institutional Sales Fidelity International

12/09/2017

 
 
 

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