Social Impact Investing: è nato un nuovo mercato?

Presentata durante la Settimana SRI la ricerca “Impact investing: la finanza a supporto dell’impatto socio-ambientale”, all’interno della quale vengono definiti l’inquadramento generale dell’Impact Investing, gli strumenti finanziari per investire, la misurazione dell’impatto sociale e sono dunque identificate le principali aree di intervento

Gianmaria Fragassi

Diciamoci la verità: l’impact investing è un tema di grande attualità - ormai entrato nel linguaggio comune degli addetti ai lavori e non solo – che, però, rischia di essere trattato solo come moda del momento, e non come strumento di investimento su cui puntare in futuro.

In ogni caso, è certamente vero che si sente sempre più spesso parlare di impact investing, di bisogno di crescita degli investimenti, di crisi del welfare e di mancanza di comunicazione tra investitori e gestori. Partiamo dunque, per una riflessione sul tema, da questi presupposti e dalla definizione data dal GIIN – Global Impact Investing Network, l’organizzazione di riferimento a livello internazionale - che indica con Impact Investing quegli investimenti in imprese, organizzazioni e fondi realizzati con l’intento di generare un impatto sociale e ambientale misurabile e in grado, allo stesso tempo, di produrre un ritorno economico per gli investitori.

Bene, il ritorno economico per gli investitori è la base dell’investimento a impatto sociale: del resto, senza ricerca della performance non ci sarebbero investimenti. E, allora, l’attenzione va spostata sull’impatto sociale che questa tipologia di investimenti devono avere. Ed è a questo punto, proprio sul più bello, che arrivano i primi problemi, perchè proprio quando credevamo di essere vicini alla soluzione ci accorgiamo che gli impatti generati vanno anche misurati. Un tema che si ripropone da anni, senza che sia ancora stata trovata una via di uscita.  Chi è in grado di misurare questi impatti? Chi è in grado di definire le linee guida per la misurazione di questi impatti? Ma, ancora prima, chi ha la titolarità, sul mercato, per dettare le linee guida per la misurazione? Queste ed altre domande non sembrano ancora aver trovato una risposta univoca, anche se diversi soggetti -  tra cui Social Value Italia e il network GIIN - hanno già implementato delle metodologie standard come IRIS, SIA, SROI. La realtà è che il SII può operare in svariate aree di intervento e una classificazione che le comprenda tutte è per il momento utopia.

Il settore, tuttavia, è molto maturo e i denari in gioco sono tanti: basti pensare che il settore SRI aumenterà del 120% quest’anno, attestandosi su patrimoni investiti attorno ai 600 miliardi di euro. Di questi, tra il 5% e l’8% sono destinati a investimenti a impatto sociale, circa il 70% per Housing Social e il resto è equamente diviso tra investimenti green, microfinanza e altro welfare. Le stime del movimento SRI parlano di 2.000 miliardi di capitale investiti entro il 2025, cifre che meritano l’interesse della piazza finanziaria.

Il movimento SRI e il SII hanno introdotto fin dall’inizio un'importante novità nelle dimensioni del portafoglio che, di fatto, da due sono ormai diventate tre: al classico binomio rischio e rendimento si è aggiunta infatti una terza dimensione, l’impatto. E proprio il non facilmente calcolabile impatto torna comunque a essere l’elemento che potrebbe far vacillare il processo.

Il contesto economico demografico attuale, che si potrebbe tradurre con crescita delle diseguaglianza sociali, invecchiamento della popolazione, stravolgimento del concetto classico di famiglia e nuove tipologie di lavori, rende evidente come gli investimenti nel Paese siano sempre più indispensabili. Sono molteplici le aree di domanda delle politiche sociali che non trovano risposte. Il Social Impact Investing potrebbe alleviare le sofferenze di una Pubblica Ammistrazione sempre più debole (finanziariamente) e in stato confusionale (i governi si alternano del resto con frequenza ogni 12/18 mesi). La presidente di Social Impact Agenda per l’Italia ha proposto durante la presentazione la creazione di una diversa modalità di fare investimenti sociali al fianco della PA, il pay – per – result, che prevede l’assunzione parziale di rischio da parte degli investitori privati e l’erogazione delle risorse pubbliche solo a seguito della verifica dei risultati. Tra gli effetti positivi di questa strategia ci sarebbero proprio quello di alleggerire la Pubblica Amministrazione dal peso del rischio e di stimolare la collaborazione tra imprese sociali.

Insomma, di impact investing si parla forse anche per moda ma non solo, se ne parla perché la posta in gioco è alta, gli attori finanziari interessati al settore (e ai suoi rendimenti) sono molti e le ricadute sulla società sono positive. Il mercato c’è, è nato, è pronto, ma non è ancora maturo: è in una sorta di fase di pubertà, si sta sviluppando e potrà certamente portare strategie e soluzioni al Paese.

Gianmaria Fragassi

21/11/2017

 

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