Welfare integrato, quale gestione finanziaria per gli Enti?

Casse professionali, fondi pensione e fondi sanitari: il punto sulle strategie adottate, le aspettative e le nuove sfide che caratterizzano la ricerca di rendimenti, in un mercato dai connotati sempre più complessi e sfidanti 

Paolo Novati

I recenti lavori dell'Annual Meeting sul Welfare Integrato di Itinerari Previdenziali hanno consentito di affrontare il tema anche dal punto di vista della gestione delle risorse degli Enti. Se, da una parte, gli operatori di settore hanno dunque riportato le proprie problematiche e le strategie con cui le stanno affrontando, dall’altra, il Meeting è stato l’occasione per valutare possibili strategie alternative, ma pur sempre coerenti con i propri obiettivi.

Per gli Enti previdenziali, i cui patrimoni devono garantire le prestazioni pensionistiche, è indispensabile ricavare dalla gestione finanziaria rendimenti adeguati in mercati caratterizzati da tassi vicini allo zero, se non negativi, ma con una previsione del loro rialzo con l’inizio del tapering da parte delle varie banche centrali. Il tutto, restando nell’ambito delle relative regolamentazioni e dei criteri di prudenza molto graditi dagli iscritti.

Le Casse professionali stanno affrontando la situazione con modifiche alle strategie di investimento e, di conseguenza, anche alle strutture di gestione. Per gli investimenti, si è dunque passati a una più spinta diversificazione per gestori e prodotti e all’adozione di asset allocation dinamiche, anche con il supporto da parte di advisor. Si punta, ovviamente, a risultati di lungo termine, ma con obiettivi di risultato di più breve periodo (biennali o triennali). Le nuove asset allocation prevedono in particolare di inserire/incrementare prodotti più rischiosi sia per tipologia (azioni, corporate bond, prodotti alternativi illiquidi, immobili e fondi immobiliari) sia per locazioni geografiche. Il che porta spesso a dover aggiornare e rafforzare le strutture interne, con particolare attenzione all’area finanza, e a prestare una particolare attenzione al controllo dei rischi che, in alcuni casi, è diventato quotidiano.

Le problematiche di investimento dei Fondi Pensione sono di fatto le stesse delle Casse professionali calate, però, su una situazione più articolata, dovuta a maggiori regole e limiti, cui si aggiunge una struttura basata su più comparti con diversi obiettivi e gestiti tramite mandato. Anche questi soggetti stanno, comunque, adottando nuovi stili di gestione con obiettivi non più a benchmark, ma di tipo total return e iniziando a gestire direttamente la parte di patrimonio consentita dal DM 166/2014. Ecco, quindi, per i comparti bilanciati o più “rischiosi”, investimenti diretti per un 5-10% in corporate bond, FIA e fondi immobiliari accompagnati dall’introduzione di stringenti parametri di controllo del rischio. Nel contempo, si sta incrementando il ricorso a strumenti paralleli, quali il prestito titoli, e si sta prestando una maggiore attenzione al recupero fiscale sui rendimenti di titoli esteri, inserendo inoltre criteri ESG nelle politiche di investimento. Purtroppo, nell’ottica della diversificazione, la quota di investimenti nel Paese risulta ancora piuttosto ridotta.

Per quanto riguarda la gestione finanziaria dei Fondi sanitari, generalmente limitata all’impiego dei residui di contributi destinati a riserva e focalizzata sulla liquidità, è invece emerso come, considerando anche il tema dei servizi agli iscritti, si stia progressivamente pensando a partecipazioni dirette in società che erogano il private equity, purché strettamente legati alla realtà italiana.

Come fornire dunque ritorni interessanti a fronte di un rischio contenuto? Innanzitutto, data l’elevato gradimento dei titoli obbligazionari da parte degli Enti, più di un suggerimento ha riguardato la necessità di riallineare il portafoglio diversificando sia geograficamente (con focus sugli Emerging Market meno rischiosi rispetto al passato) sia sulla tipologia degli emittenti (Corporate Bond con accurata selezione delle aziende). Strategie, quest’ultime, da realizzare tramite prodotti diversi, quali ETF, CDS by HY, fondi di private debt, ma tutte con l’obiettivo di contenere il rischio e garantire una discreta liquidità.

Per quanto riguarda invece i titoli di capitale, le proposte si sono concentrate sul possibile investimento in aree geografiche, settori o aziende individuate solo dopo approfondite ricerche sulla loro solidità e sul loro potenziale di crescita. Un possibile esempio, il Sud Italia, che ha mostrato recentemente una crescita superiore a quella del Nord e che necessita di corposi investimenti su infrastrutture, energie rinnovabili e strutture sanitarie. Oltre ai già citati emerging market, più di un focus è stato poi posto sulle Piccole e Medie Industrie, soprattutto europee, mentre il prodotto più usato è stato indubbiamente il private equity.

Infine, da segnalare una nuova possibilità che trova opportunità di investimento nell’invecchiamento della popolazione: la cosiddetta Silver Economy. Una strategia di fatto basata sulla constatazione che gli over 65 controllano una sempre maggiore quota di ricchezza e di redditi percepiti, che porta a un sensibile incremento di spesa soprattutto in tre ambiti:

  • Salute per cure, farmaci, apparecchi medicali, etc;
  • Assicurazioni e Finanza per polizze vita e malattie, gestioni patrimoniali, etc;
  • Consumi per viaggi, cura della persona, abitazioni per anziani, commerci di prossimità, etc.

L’investimento in questi settori, magari con criteri SRI che dovrebbero godere di qualche facilitazione fiscale, potrebbe generare rendimenti discreti e sostenibili nel medio/lungo termine.

Paolo Novati, Senior Advisor Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

20/11/2017

 
 

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