L’allocazione dei patrimoni degli investitori istituzionali italiani

Il contesto economico-finanziario muta pelle rapidamente: Fondi pensione, Casse di previdenza e Fondazioni di origine Bancaria sono chiamate a stare al passo adeguando e innovando la gestione dei propri attivi 

Niccolò De Rossi

I rendimenti ottenuti dai singoli investitori istituzionali, per il 2017, sono stati in linea con quanto visto nel 2016 con scostamenti decimali. Analizzando però ad esempio le singole linee di investimento dei fondi negoziali, si ricava che soprattutto quelle a trazione obbligazionaria, risentendo del contesto di bassi tassi di interesse, registrano performance al di sotto dei parametri obiettivo (TFR, inflazione, M5YPIL). Se infatti rispetto agli anni precedenti cresce al 69% circa la quota di patrimonio affidata direttamente o indirettamente agli strumenti di gestione, supera i 50 miliardi la componente investita direttamente in OICR e FIA. Dunque, anche il 2017 ha fatto segnare un incremento del patrimonio degli investitori istituzionali italiani. In particolare, sommando quelli degli operanti nel welfare contrattuale (Fondi Negoziali, Preesistenti e Casse sanitarie), nelle libere professioni (Casse Privatizzate) e nel welfare territoriale o di prossimità (Fondazioni di origine Bancaria), al 31 dicembre 2017 si rileva un patrimonio pari a 237,2 miliardi (+4,2% sul 2016).

In generale, come si evince dal Quinto Report Annuale di Itinerari Previdenziali “Investitori istituzionali italiani: Iscritti, risorse e gestori per l’anno 2017”, è in corso un processo di variazione dell’asset allocation che, complice l’anomala situazione dei tassi di interesse sul fixed income e la volatilità dei mercati azionari influenzati dalla crisi commerciale sui dazi e quindi meno perfomanti, porta non solo a un progressivo aumento degli investimenti tramite FIA, ma anche di tipologie di gestione senza benchmark lasciando così più spazio alla ricerca di alpha. È utile allora indagare come sono effettivamente composti i portafogli di Fondi Pensione Negoziali, Preesistenti, Casse Privatizzate e Fondazioni Bancarie.

I Fondi Pensione Negoziali

Con un incremento del patrimonio nel 2017 del 7,76%, in linea con i due anni precedenti, i Fondi Negoziali totalizzano quasi 50 miliardi di patrimonio. Indagando come questi vengono allocati, risulta essere ancora preponderante la componente di titoli di debito che, seppur in diminuzione rispetto al 2016, rappresenta il 61,03% del totale. I titoli di Stato corrispondono a circa il 44% del totale delle risorse (18,5% sono italiani ma in diminuzione sul 2016 di ben 6 punti), a discapito delle obbligazioni corporate che pesano per il 17,02% (di cui il 15,5% verso imprese estere!). In aumento gli investimenti in azioni e OICR, che vedono crescere il loro peso di circa il 2% dallo scorso anno, arrivando a rappresentare l’8,03% del totale. Se, da un lato, vi è la tendenza a ridurre l’esposizione obbligazionaria a favore di strumenti più remunerativi, dall’altra i Fondi Negoziali, complice anche una normazione alquanto “prudente”, restano indietro nell’attuare investimenti in forma diretta. A fine 2017 sono “solo” 6 i fondi che sfruttano la possibilità di sottoscrivere o acquistare direttamente quote o società immobiliari, ovvero quote di fondi comuni di investimento mobiliare o immobiliare chiusi, per un totale di circa 117 milioni di euro, evidenziando quindi ancora una preferenza verso gestioni tramite mandati, con una predilezione parrticolare verso i bilanciati obbligazionari (45,42% del totale affidato in gestione).

I Fondi Pensione Preesistenti

È proseguita anche nel 2017 l’opera di riassetto dei vari regimi pensionistici ancora presenti nei principali gruppi bancari; al 31 dicembre dello scorso anno se ne contavano 259, in riduzione di 35 unità sul 2016, di cui però 131 presentano un patrimonio inferiore a 25 milioni di euro, segnale di quanto la razionalizzazione in corso sia necessaria. In contrapposizione con la riduzione della loro numerosità, aumentano di circa 1,5 miliardi sul 2016 le risorse destinate alle prestazioni, raggiungendo i 59 miliardi di euro. Al contrario di quanto visto poco sopra per i negoziali, i Fondi Preesistenti autonomi (quelli indagati nel Report) gestiscono direttamente il 19,50% del totale delle risorse seppur in riduzione (erano 23,4% nel 2016); la restante quota di portafoglio è costituita per il 44,77% da riserve matematiche presso assicurazioni e il 35,74% (in aumento dal 30,8% del 2016) è affidato in gestione finanziaria a gestori professionali. Per la parte di attivo investita direttamente si evidenzia una crescita di OICR, di fondi alternativi FIA e di ETF, il tutto a discapito prevalentemente di polizze assicurative e fixed income per via della necessità di ricercare rendimento e diversificare la quota mobiliare. Tra i FIA la fanno ancora da padrone i fondi immobiliari ulteriormente in aumento sul 2016 attestandosi al 78,35%, seguiti da private equity (5,83%), fondi hedge (4,77%) ed energie rinnovabili (4,59%).

Le Casse Privatizzate dei liberi professionisti

Come per i fondi complementari continua il trend positivo di crescita dell’attivo patrimoniale anche per le Casse dei Liberi Professionisti che, a fine 2017, arrivano a contare su circa 78,7 miliardi, in crescita del 6,1% sul 2016. Al contrario però dei cugini di secondo pilastro, tali enti dimostrano una particolare predilezione verso gli investimenti diretti, destinandovi il 77,8% del totale a discapito delle gestioni tramite mandati che ammontano a circa 17,5 miliardi di euro. All’interno della componente di investimento diretto, anche per il 2017, è confermata l’appetibilità per le Casse di OICR e FIA che, sommati, pesano per il 56%. Entrando nel dettaglio risulta ancora maggioritaria la componente di fondi obbligazionari (60,72%) seguiti da quelli azionari che pesano per circa il 26%. L’investimento in FIA ammonta a 14,7 miliardi, il 24% della componente diretta del portafoglio. In particolare, le risorse sono destinante quasi in modo totale al settore immobiliare pesando per l’86,06% (l’investimento diretto in immobili sta progressivamente confluendo in fondi), seguiti dal private equity (6,42% in riduzione dal 7% del 2016) investite prevalentemente in PMI e grandi, e infrastrutture (1,82%).

Le Fondazioni di origine Bancaria

Le 23 Fondazioni di origine Bancaria prese in esame dal Report sono rappresentative dell’82% del patrimonio netto contabile sulle 88 presenti nel 2017 (dato invariato rispetto al 2016) pari a circa 32,6 miliardi. Un'ingente quota del patrimonio è ancora investita nella cosiddetta conferitaria, seppur in riduzione verso il limite stabilito del 33% in base al Protocollo sottoscritto tra le stesse e il MEF. Per tali enti risulta marginale l’investimento affidato in gestione; infatti, escludendo gli investimenti istituzionali, corrisponde a 25 miliardi la quota di portafoglio investita direttamente. Di questi, circa 16 miliardi sono allocati in prodotti di gestione collettiva: gli OICR rappresentano il 15,80% del patrimonio, contro l’11,2% delle azioni e i titoli di Stato pesano soltanto lo 0,58%.

Anche le Fondazioni di origine Bancaria, alla ricerca di rendimentohanno visto aumentare negli ultimi 2-3 anni l’esposizione verso fondi alternativi, raggiungendo nel 2017 il 26,8% dell’attivo e raddoppiando rispetto al 2016 (era il 13,2%). Tale aumento deriva principalmente dal passaggio da gestioni patrimoniali a veicoli di investimento in comparti, attraverso piattaforme che utilizzano tecniche finanziarie non tradizionali e strumenti alternativi. In particolare, si registrano consistenti incrementi nel private equity, venture capital e private debt.

In conclusione, gli investitori istituzionali italiani godono di buona salute, cominciando a dimostrare di poter essere un mercato di rilievo e con masse investibili sempre più consistenti. Se lo scenario economico internazionale li ha spinti verso la ricerca di nuovi rendimenti attraverso strumenti alternativi, è bene che il percorso di modernizzazione e diversificazione continui e tenga in forte considerazione il contributo che i loro patrimoni possono apportare all’economia reale del Paese, così come delle possibili ricadute per i loro aderenti. 

Niccolò De Rossi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

11/10/2018

 

 
 

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