Investire nell’economia reale del Paese: con quali strumenti?

La contrazione del credito bancario alle imprese perdura da qualche anno. Ecco allora l’occasione per gli investitori istituzionali di svolgere un ruolo sociale per il finanziamento del tessuto economico e imprenditoriale italiano 

Niccolò De Rossi

La recente crisi economica, che ha colpito l’Italia insieme al resto d’Europa, ha portato alla luce molteplici problemi strutturali del nostro Paese: primo su tutti, quello dell’elevato debito pubblico (ma non serviva la crisi per saperlo), che ha esposto e continua ad esporre l’Italia ad attacchi finanziari speculativi da parte dei grandi investitori esteri; il secondo, che ha contribuito in larga parte ad acuire le ripercussioni sulla nostra economia, è rappresentato dalle difficoltà degli ultimi anni del sistema bancario.

Se, da un lato, infatti la crisi è servita come occasione per mettere mano a livello europeo alle regole di riduzione della concentrazione di NPL (Non Performing Loans) in pancia alle banche, dall’altro, inevitabilmente queste ultime hanno dato una stretta importante al credito erogato alle imprese e non solo. In un Paese come il nostro, dove il sistema bancario è praticamente da sempre l’unico canale di finanziamento per tutte quelle imprese che non possono o non riescono ad accedere al mercato dei capitali, la crisi del settore porta inevitabilmente a un deficit di risorse importante, con indiscusse ripercussioni sulla crescita sempre più necessaria per rimanere competitivi con l’estero.

È in questo quadro generale che può aprirsi un ampio spazio di manovra per gli Investitori Istituzionali Italiani per conseguire un duplice scopo: quello di cominciare davvero a essere attori protagonisti del finanziamento all’economia reale del Paese e di accedere a rendimenti più elevati derivanti dall’investimento in strumenti alternativi. Questo secondo aspetto si coniuga perfettamente con la caratteristica di investitori di lungo periodo, potendo quindi dedicare una percentuale dei propri portafogli a investimenti illiquidi di lungo termine che, in un contesto macroeconomico profondamente mutato soprattutto per le tradizionali asset class, aggiungano buoni rendimenti contribuendo al pagamento delle prestazioni agli aderenti.

A conferma di tutto questo vediamo come a fine 2016 la quota di patrimonio investita in economia Reale italiana risulta essere ancora contenuta: fanno eccezione le Fondazioni Bancarie, che investono il 52,5% del loro patrimonio (il 25% se si escludono Conferitaria e altri investimenti istituzionali); per le Casse di Previdenza si registra un 15,3%, un 2,5% per i Fondi Pensione Negoziali e un 2,3% per i Fondi Pensione Preesistenti (così come emerge dal Quarto Report annuale “Investitori Istituzionali Italiani: iscritti, risorse e gestori per l’anno 2016). Ma quali sono ad oggi gli strumenti più diffusi che potrebbero essere utilizzati dagli Investitori Istituzionali Italiani per sostenere l’economia reale del Paese? Vediamo qualche esempio.

 

I Piani Individuali di Risparmio (PIR)

Uno degli strumenti che nel 2017 ha vissuto un vero e proprio successo a livello di raccolta e il cui trend, stando ai dati finora raccolti, sembra poter proseguire anche quest’anno è il PIR (piano individuale di risparmio), inizialmente pensato per gli investitori retail e, con la Legge di Bilancio 2017, esteso anche agli Investitori Istituzionali come Fondi Pensione e Casse di previdenza. I PIR sono stati creati come forma di investimento a medio e lungo termine per veicolare i risparmi verso le imprese italiane e, in particolare, verso le piccole e medie imprese. Nel dettaglio, sono contenitori fiscali al cui interno è possibile collocare qualsiasi tipologia di strumento finanziario (azioni, obbligazioni, quote di OICR/FIA, contratti derivati) rispettando però determinati vincoli di investimento per ottenere l’agevolazione fiscale. Quest’ultima consiste nell’esenzione della tassazione sui redditi di capitale o come redditi diversi di natura finanziaria derivanti dagli investimenti effettuati tramite il PIR. Per poter accedere a tale beneficio occorre però rispettare, appunto, alcuni vincoli: il periodo di detenzione dell’investimento e la composizione del patrimonio del PIR. Per il primo aspetto, è necessario mantenere l’investimento per almeno 5 anni. Per il secondo, viene specificato come il patrimonio del PIR debba essere composto per almeno il 70% da strumenti emessi o stipulati con imprese residenti in Italia o di altri Stati UE, ma con stabile organizzazione in Italia; di questo 70%, almeno il 30% deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese che non appartengono all’indice FTSE MIB, per far sì che gran parte dei capitali siano veicolati davvero verso le aziende di dimensioni minori (PMI) come quelle quotate nei segmenti MidCap e AIM. Inoltre, il “limite di concentrazione” impedisce di detenere più del 10% del portafoglio investito in strumenti emessi dallo stesso emittente. Per tutti gli Investitori Istituzionali può essere quindi uno strumento adeguato da inserire in portafoglio tenendo conto che, essendo facilmente “plasmabile” sulle peculiari necessità del singolo Ente, può fornire la possibilità di ulteriore diversificazione tramite investimenti certamente più liquidi rispetto ad altri strumenti che finanziano l’economia reale italiana.

 

La Special Purpose Acquisition Company (SPAC)

Se quindi è vero, come sopra riportato, che le nostre PMI hanno un’indubbia difficoltà ad aprirsi al mercato, spesso anche per la “rigidità” imprenditoriale derivante dal non sempre semplice passaggio di testimone dalle vecchie alle nuove generazioni, lo è altrettanto che la sempre più diffusa presa di coscienza da parte degli investitori istituzionali di poter avere un ruolo importante per il finanziamento del tessuto imprenditoriale italiano determina la ricerca di nuove forme di investimento che arrivino direttamente alle imprese più virtuose. Ed è proprio in questa direzione che si colloca la SPAC: la Special Purpose Acquisition Company è infatti un veicolo di investimento appositamente costituito con lo scopo di reperire - attraverso il collocamento dei propri strumenti finanziari sul mercato (“IPO”), generalmente azioni ordinarie spesso con un warrant gratuito collegato - le risorse finanziarie necessarie al fine di acquisire e/o fondersi (Business Combination) con una singola società non quotata, la cosiddetta impresa target. L’obiettivo è quindi quello di portare a quotazione, attraverso un percorso più snello rispetto ad una tradizionale IPO, piccole e medie imprese che vengono ritenute dai fondatori della SPAC, che ne rappresentano anche il management, ad alto potenziale di crescita. Per questo, è fondamentale per l’investitore – ai fini dell’investimento stesso -  riuscire a valutare correttamente lo spessore dello stesso management.

I capitali raccolti con l’IPO vengono quindi depositati in un conto vincolato che è indisponibile agli amministratori senza una delibera dell’assemblea dei soci e possono essere utilizzati esclusivamente per l’esecuzione della Business Combination, in caso di scioglimento e liquidazione della SPAC, o per la restituzione a quei soci che esercitino il diritto di recesso. Proprio per quest’ultimo aspetto, l’investimento in SPAC offre la possibilità di un exit quasi privo di rischio, assolutamente in linea con il compito previdenziale che svolgono gli investitori istituzionali. La SPAC ha 24 mesi per identificare e acquisire la target, pena il suo stesso scioglimento e, in questo caso, la liquidità presente nel conto vincolato è utilizzata per liquidare gli azionisti. Le SPAC rappresentano quindi uno strumento di investimento a basso profilo di rischio fino al momento dell’acquisizione che ben si concilia con i vincoli prudenziali degli investitori istituzionali, ma con un importante potenziale in caso di successo dell’operazione in termini di rendimento, un potenziale che può aiutare l’investitore a diversificare il portafoglio ottenendo ottimi ritorni aggiuntivi.

 

I Minibond

Analizzando nel dettaglio la composizione dei portafogli degli investitori istituzionali italiani, si nota subito come vi sia ancora una prevalente esposizione al mercato obbligazionario che, seppur in diminuzione, è composta da un’ingente quota di Titoli di Stato soprattutto italiani. Nel contesto macroeconomico, che perdura ormai da qualche tempo, di bassi tassi e dell’ormai annunciata fine del QE, la ricerca di rendimento sulla parte obbligazionaria investita si deve dirigere verso forme alternative che consentano di diversificare la più tradizionale delle asset class. Uno strumento che può certamente fare al caso dei nostri Investitori Istituzionali sono allora i minibond, obbligazioni a medio-lungo termine emesse da società italiane non quotate, tipicamente PMI e utilizzate generalmente per il finanziamento di piani di sviluppo, di operazioni di investimento straordinarie o di refinancing. Questo strumento consente alle società non quotate di aprirsi al mercato dei capitali, accedendo così a un percorso alternativo a quello del tradizionale credito bancario. Come tutte le obbligazioni hanno un tasso d’interesse riconosciuto sotto forma di cedola periodica e una data di scadenza. Non tutte le PMI però possono emettere minibond: gli emittenti devono infatti essere società italiane non quotate diverse dalle banche e micro imprese; il minibond deve essere poi visto come un’occasione di finanziamento per quelle imprese virtuose con un progetto di sviluppo, con buone performance, che si aprono a forme di finanziamento alternativo e non deve essere interpretato come supporto ad aziende in crisi. La riflessione che ovviamente l’investitore deve effettuare è analoga a qualunque altro titolo obbligazionario: la valutazione del rating, che esprime il giudizio del merito creditizio dell’emittente circa la sua capacità di ottemperare agli impegni di remunerazione e restituzione del capitale, è l’informazione che il mercato può avere per verificare il potenziale rischio di insolvenza dell’impresa che emette il minibond.

 

I Basket Bond

Su questo filone si sta ritagliando uno spazio sempre più appetibile per gli investitori istituzionali un altro strumento alternativo che offre una possibile forma innovativa di diversificazione nell’investimento obbligazionario e che favorisce il finanziamento di imprese virtuose, il Basket Bond. Si tratta dello strumento finanziario lanciato per la prima volta in Italia da ELITE, piattaforma internazionale di Borsa Italiana dedicata alle piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita, con il fine di supportare la raccolta di capitali attraverso canali di finanziamento alternativi. Il meccanismo si basa sull’emissione di un unico titolo obbligazionario garantito da un insieme di imprese, ognuna delle quali emette una propria obbligazione per un ammontare differente, ma con le stesse caratteristiche a livello di durata e tasso di interesse. L’operazione beneficia di un meccanismo di garanzia, il “credit enhancement”, che assicura ai sottoscrittori una protezione contro possibili ritardi e perdite sul pagamento del credito.

Uno strumento innovativo, che consente quindi di destinare finanziamenti a medio e lungo termine a quelle imprese virtuose che hanno piani di sviluppo ben definiti e potenzialità innovative. Viene data inoltre la possibilità al singolo investitore di poter comporre un paniere ad hoc di società specifiche su singoli segmenti di mercato, consentendo così un’ulteriore selezione e diversificazione nella scelta dell’obbligazione da sottoscrivere. Il Basket Bond, che può essere visto come un pool di minibond, è certamente uno strumento che ben si adatta alle caratteristiche degli investitori istituzionali, maggiormente esposti sulla componente obbligazionaria, ma che attraverso questi strumenti possono accedere a rendimenti difficilmente raggiungibili per questa asset class. Il tutto, con una forma di garanzia che ne mitiga il rischio e li rende appetibili per i portafogli degli Enti Previdenziali.

Gli strumenti appena descritti, che certamente non devono essere visti come gli unici utilizzabili, offrono in conclusione la possibilità di investire, secondo le diverse modalità che li caratterizzano, in economia reale italiana consentendo di destinare risorse alle imprese virtuose che sempre più ricercano capitali alternativi al tradizionale canale bancario. Le nostre PMI, che in molte nicchie di mercato sono considerate da sempre eccellenze a livello mondiale, devono poter continuare a investire in sviluppo ed innovazione e a poter giocare da protagonisti la partita sempre più difficile di competitività con l’estero. Gli investitori istituzionali Italiani sono ormai consapevoli dell’importanza che può ricoprire un loro contributo in tal senso: se possono essere considerati maturi a tutti gli effetti sul fronte degli asset tradizionali, è giunto il momento che facciano un ulteriore salto di qualità, rivolgendo  il proprio sguardo, e soprattutto quota parte del proprio patrimonio, verso gli strumenti alternativi a supporto del finanziamento del nostro Paese.

Niccolò De Rossi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

19/7/2018

 
 

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