Private Banking: un potenziale ruolo “sociale” per il Paese

La ricerca di nuove fonti di rendimento per apportare valore ai patrimoni gestiti impone di guardare con favore a forme di gestione innovative che, per le asset class in cui investono, rappresentano altresì una buona opportunità di finanziamento per l’economia reale del Paese

Niccolò De Rossi

Il Private Banking in Italia rappresenta oggi una primaria realtà finanziaria a cui sempre più occorre guardare con una potenziale molteplicità di ruoli. Infatti, con un patrimonio complessivo in gestione di circa 806 miliardi nel 2017 (circa ¼ del totale della ricchezza finanziaria del Paese), si colloca di diritto tra i players di mercato che attraggono sempre più masse per la specificità e personalizzazione dei servizi offerti. Ma, nel dettaglio, cosa significa oggi Private Banking?

Il Private Banking si caratterizza per essere un servizio di investimento finanziario rivolto a una particolare clientela: il termine private non significa solo o semplicemente cliente “privato”, ma racchiude al suo interno un concetto più ampio. Il cliente tipo è un risparmiatore con un una buona disponibilità di patrimonio (tra i 500.000 euro e i 5-10 milioni di euro), tipicamente con un livello di educazione finanziaria elevato (di conseguenza può esporsi a prodotti meno tradizionali e più illiquidi), che fruisce di una consulenza altamente personalizzata ed estremamente competente. 


   Fonte: AIPB. Analisi mercato servito dal Private Banking 

Nello specifico, il mercato italiano si distingue per una percentuale molto elevata di risparmiatori (molto spesso imprenditori, proprietari di PMI italiane) nella fascia private, distinguendosi quindi dal resto del mondo che, invece, presenta una polarizzazione molto più marcata sulle fasce di più alto o basso patrimonio. Proprio per la tipologia di provenienza dei patrimoni private, il ruolo che tale realtà finanziaria deve cercare di assolvere si espleta in almeno due primarie funzioni, strettamente collegate tra loro: la prima è quella di preservare e far crescere la ricchezza finanziaria in gestione secondo le varie aspettative di rendimento, guardando peraltro, data la tipologia di cliente, a investimenti alternativi e più illiquidi; la seconda, condizionata anche dall’attuale e prospettico scenario economico internazionale, riguarda invece il potenziale ruolo sociale di investitore in economia reale del Paese, con la possibilità di beneficiare di ottimi rendimenti e, al contempo, di finanziare – attraverso tali investimenti - il tessuto imprenditoriale italiano e l’economia nel suo complesso. 

Come emerso anche in occasione del Meeting Private Banking promosso da Itinerari Previdenziali, pur con interessanti prospettive, sotto questo aspetto infatti il Private Banking ha ancora molta strada da fare: la sua esposizione in portafoglio a prodotti alternativi che investono in economia reale è ancora molto limitata. Potrebbe ad esempio certamente essere portata avanti l’idea dell’aumento dell’offerta di prodotti alternativi come fondi dedicati direttamente al sostegno dell’economia reale o addirittura di fondi di fondi alternativi, che beneficerebbero della nota diversificazione di portafoglio.  


  Fonte: Itinerari Previdenziali 

D’altra parte, parlando di economia reale e quindi del finanziamento del sistema produttivo italiano, l’attenzione non può che dirigersi anche sul dibattuto tema del TFR, o meglio ancora, del mancato ritorno dello stesso alle imprese. Quest’ultimo rappresenta infatti la maggior fonte di autofinanziamento e di capitale circolante che le imprese hanno a disposizione: lo stock di TFR generato dal sistema produttivo italiano dal 2007 al 2016 è pari a 50,477 miliardi confluiti in previdenza complementare, 56,41 nel Fondo di Tesoreria gestito da Inps, (i restanti 136 circa restano accantonati presso le aziende). In totale, circa 106 miliardi di euro, pari al 6,4% del PIL, sono sottratti al sistema produttivo al quale tornano meno di 2,5 miliardi di finanziamenti (solo lo 0,15% circa del PIL). La maggior parte di tali risorse finisce per defluire oltre confine sottraendo quindi la possibilità di accrescere la competitività delle nostre eccellenze. Alla luce di quanto esposto, diventa allora opportuno un impegno da parte dei molteplici attori, investitori e regolatori, nel ripensare l’incentivazione nella destinazione di risorse verso l’economia reale del Paese, sia a livello di prodotti investibili. 

Proprio in questa direzione recentemente si è mosso il legislatore attraverso l’introduzione dei PIR (legge 11/12/2016, n.232), inizialmente pensati come prodotti dedicati alla clientela retail, che con la legge di Stabilità 2017 possono essere acquistati anche da Fondi Pensione e Casse di Previdenza. Se questo è un buon punto di partenza, certamente occorrerà trovare simili forme di prodotti che attraggano capitali che confluiscano poi nelle PMI nazionali. Ad esempio, è indubbio il bisogno di predisporre prodotti alternativi che, al momento, sono ancora di difficile reperimento, magari offrendo size di accesso più contenute (10, 20, 50 mila euro), così da consentire anche ai clienti privati di beneficiare di rendimenti oggi appannaggio dei soli clienti professionali e avere a disposizione maggiori risorse da destinare al sistema Paese. 

Inoltre, poiché l’Italia ha una concentrazione di svariate eccellenze imprenditoriali in molteplici settori produttivi, è utileche tutti quei prodotti e quelle strategie di investimento, quali Private EquityPrivate DebtDirect Lending e infrastrutture, debbano essere tenuti in estrema considerazione dal Private Banking soprattutto perché il mercato interno offre oggi una marcata potenzialità di espansione. D’altra parte, come si diceva poco sopra, tali forme di investimento possono consentire di coniugare il binomio fondamentale di ricerca di nuove forme di rendimenti e ruolo sociale nell’economia reale del Paese di cui il Private Banking, sempre più, dovrà diventare attore protagonista.

Niccolò De Rossi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

17/5/2018

 
 

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