La "solita Italia del retroattivo": l'addio ai vitalizi tra demagogia e incostituzionalità

Approvato ieri alla Camera il ddl Richetti sull'abolizione dei vitalizi dei parlamentari e la loro trasformazione in una rendita totalmente calcolata con il metodo contributivo: in attesa del passaggio in Senato, il commento del Prof. Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

Alberto Brambilla

Ieri la Camera dei Deputati ha votato l'abolizione dei vitalizi dei parlamentari (senatori e deputati) e la loro trasformazione in una rendita calcolata con il metodo contributivo. Ora il provvedimento passa al Senato, dove non avrà molte possibilità di essere approvato in via definitiva. Più probabile che venga modificato e debba tornare alla Camera ma, a questo punto, non ci saranno più i tempi per via della conclusione della legislatura.

In qualsiasi Paese civile dove vige la "certezza del diritto", non avremmo visto uno spettacolo così deprimente di giovani parlamentari con un discutibile curriculum e ancor più discutibile esperienza - riflettano i rottamatori - esultare per aver sottratto "l'osso" alla odiata "casta" di vecchi politici. Peraltro, il Parlamento aveva già provveduto, a partire dal primo di gennaio del 2012 (con un iter partito prima della riforma Fornero), a eliminare da quella data i vitalizi sostituendoli con una pensione a calcolo contributivo; vero è che erano rimaste alcune norme di privilegio come l'età di pensionamento a 65 anni anziché 66 anni e 7 mesi (che il provvedimento approvato ieri elimina, armonizzandolo sì con quello degli altri lavoratori, ma solo dalla prossima legislatura; per questa, i "baldi giovani" si sono tenuti il privilegio, non si sa mai) e le reversibilità più generose, ma è altrettanto vero che è stata introdotta la norma "capestro", secondo la quale se non si raggiungono i 4 anni e mezzo di legislatura si perdono tutti i contributi a meno che non si venga rieletti. E non è stata prevista nemmeno l'armonizzazione con il sistema di base in termini di ricongiunzioni e totalizzazione. Ma, mentre il provvedimento del 2012 è in linea con tutte le esperienze riformatrici europee e anche italiane (dal lontano 1992), quella di ieri non solo è una manovra populistica e demagogica, ma è anche pericolosa e con buona probabilità anticostituzionale. Credo che la suprema Corte a fronte di probabili ricorsi, non possa che cassare la norma.

Non credo sia necessario spiegare perché la manovra Richetti - Di Maio (non si capisce chi sia il papà e chi la mamma) sia populismo e demagogia  pura (è sufficiente risentire gli interventi dei due), anche perché si poteva intervenire con contributi di solidarietà calcolati in base a anzianità contributiva ed età attuale del pensionato (a un vecchio parlamentare che oggi ha 80 anni e prende 4 mila euro di vitalizio non è civile ridurre la prestazione senza una regola precisa). Per la pericolosità, mi pare più che ovvio che, dopo questo passaggio i giovani pentastellati (chissà se anche questa volta il PD dei rottamatori vorrà superarli), punteranno a ricalcolare le pensioni che loro definiscono "d'oro" per redistribuire il tutto sotto forma di reddito di cittadinanza, ovviamente dopo aver di nuovo "rapinato" i cittadini italiani risparmiatori con una bella patrimoniale. Qualche proposta è già stata avanzata dai ruspanti di destra e sinistra e anche a livelli di più elevata competenza.

Sarebbe una follia perché i primi a non fidarsi più dello Stato sarebbero i giovani: perché versare i contributi, se tra 40 anni ricomparirà un Di Maio o un Richetti a tagliare la già non elevata pensione? Siamo la solita Italia del retroattivo, come la revisione degli incentivi sulle energie rinnovabili, sui contratti di locazione della pubblica amministrazione (-15% per legge) e così via. E poi ci chiediamo perché le aziende estere non investono in Italia e, al massimo, comprano ma poi portano le produzioni, dove la politica è più seria.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

27/7/2017 

 
 
 

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