I livelli di protezione offerti dal welfare integrativo tra sfide e opportunità

Non solo sostenibilità finanziaria. I nuovi bisogni indotti da pressioni demografiche e trasformazioni sociali in atto impongono di ripensare il welfare anche in termini di sostenibilità dei livelli di copertura garantiti: intervista ad Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

Alberto Brambilla, Michaela Camilleri

Se negli ultimi anni il dibattito sul funzionamento del nostro sistema di welfare (in particolare pensioni e sanità) si è focalizzato principalmente sulla sostenibilità finanziaria della componente pubblica, oggi - a fronte dei nuovi bisogni sociali che stanno via via emergendo - l’attenzione si sta concentrando anche sulla sostenibilità dei livelli di copertura garantiti.

I cambiamenti demografici, sociali ed economici in atto, come il progressivo invecchiamento della popolazione e il conseguente aumento del numero di anziani non autosufficienti o colpiti da malattie croniche, i bassi tassi di natalità, le modifiche strutturali della famiglia e del mercato del lavoro, stanno portando alla luce nuovi “rischi” che implicano la nascita di nuovi “bisogni”.

 

Il sistema di welfare pubblico è in grado da solo di fornire risposte sufficientemente adeguate a tutelare questi crescenti bisogni sociali?

A mio parere la risposta è attualmente no: uno Stato come l’Italia che spende circa per il 60% delle proprie risorse per protezione sociale non può permettersi di impegnarsi ulteriormente in questa direzione, anche perché lo farebbe a debito e quindi a scapito delle giovani generazioni. Per dirla alla Beveridge, il padre del moderno welfare state, “il benessere collettivo deve essere raggiunto attraverso una stretta cooperazione tra lo Stato e l’individuo; stabilendo un minimo di attività nazionale non deve però paralizzare le iniziative che portano l’individuo a provvedere più di quel dato minimo per se stesso e per la sua famiglia”. E’ proprio in questo contesto di profondi mutamenti che il welfare integrativo diventa lo strumento al servizio dell’”individuo” beveridgiano, confrontandosi con un duplice sfida: accelerare l’integrazione delle prestazioni pubbliche da un lato e offrire soluzioni ai nuovi bisogni dall’altro.

 

Quanto è sviluppato il sistema del welfare integrativo in Italia? Le sue potenzialità vengono sfruttate a pieno o spendiamo ancora “troppo e male” per garantirci una copertura complementare dal punto di vista pensionistico, sanitario e assistenziale?

Secondo le stime che abbiamo riportato nel Quarto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale Italiano curato dal Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali e presentato alla Camera dei Deputati lo scorso febbraio, la spesa privata per il welfare complementare per l’anno 2015 ammonta a circa 61 miliardi di euro. Di questa, la componente più rilevante è rappresentata dalla spesa sanitaria che vale ben 36 miliardi di euro, prevalentemente “out of pocket” (l’89,7%) mentre solo il 10% è intermediata (il 6,1% per il tramite di fondi sanitari e il 4,1% attraverso le compagnie di assicurazione).

Traslare la spesa sanitaria out of pocket verso quella intermediata è sicuramente il primo passo da intraprendere per guadagnare evidenti vantaggi a livello non solo di accessibilità e qualità delle prestazioni ma anche di benefici in termini di costi.

Di ulteriore impatto è anche il dato della spesa per non autosufficienza (LTC), intesa in queste stime come la somma della spesa per assistenza residenziale e domiciliare, al netto delle indennità di accompagnamento per invalidità civile erogate dall’INPS, per un totale di 8,9 miliardi di euro nel 2015. Spesa che per altro nei prossimi anni, per le ragioni demografiche sopra descritte, è inevitabilmente destinata a salire: la RGS stima per la sola spesa pubblica per LTC un’incidenza pari al 2,8% del PIL.

 

Quale proposta per indirizzare meglio le risorse disponibili verso il settore del welfare integrativo a vantaggio sia del sistema sia del singolo cittadino?

La proposta è quella di introdurre un plafond unico di deducibilità per il welfare (previdenza, sanità, LTC, etc.) da far spendere alla famiglia sulla base delle esigenze che la vita via via presenta, così da incentivare i cittadini a dotarsi di un welfare integrativo e permettendo loro di beneficiare di migliori servizi ad un costo inferiore. Ma non solo, perché attraverso la deducibilità elimineremmo anche molte delle attività sommerse spesso legate al settore sanitario.

Un primo segnale positivo in questo senso può essere visto nelle nuove opportunità introdotte dalla Legge di Bilancio 2017 in tema di welfare aziendale, in particolare nella possibilità di dedurre i premi di produttività versati a fondi pensione e fondi sanitari oltre i limiti massimi previsti e per prestazioni aventi oggetto il rischio di non autosufficienza o gravi patologie. 

 

La spesa privata per il welfare complementare

  La tabella è tratta dal Quarto Rapporto sul Bilancio del Sistema previdenziale italiano a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

L'articolo è stato realizzato con la collaborazione di Michaela Camilleri, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

 

14/8/2017

 
 

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