La rabbia e l'orgoglio: numeri e verità sulle "pensioni d'oro"

Quello delle pensioni d'oro è un tema indubbiamente delicato e in balia di sentimenti contrastanti, ancor di più all'interno di un sistema che, incapace di generare autentica solidarietà, non sempre premia il merito di buone carriere lavorative e diritti acquisiti a fronte di lunghe storie contributive 

Alberto Brambilla

Con la speranza che possa essere con me benevola, vorrei utilizzare il titolo di un libro di grande successo di Oriana Fallaci, La rabbia e l'orgoglio, per sintetizzare lo stato d'animo di molti pensionati assediati da famelici impreparati, cui interessa solo attingere soldi e contributi, indipendentemente da ogni elementare analisi di merito.

I sentimenti - E, allora, anche l'orgoglio di chi, per un'intera vita lavorativa lunga 37-41 anni, ha pagato i contributi sociali e le tasse, contribuendo allo sviluppo del Paese e, pagando i servizi per sé e per la propria famiglia. E, dunque, la rabbia di sentirsi un privilegiato, perché nella vita ha lavorato duro e oggi prende una pensione sopra i 3 mila euro, di sentirsi definire un pensionato d'oro cui portar via un pezzo di pensione, perché è giusto che un po' dei suoi soldi, accantonati in anni di fatica, vengano utilizzati per aumentare le pensioni basse, dare la quattordicesima mensilità, finanziare gli sgravi contributivi. Rabbia, perché questa non è una forma di solidarietà condivisa con finalità definite, ma un esproprio ex post davanti al quale non si può fare più nulla se non subire. Un perfetto stile da comunismo sconfitto in ogni parte del mondo o, sopravvissuto, giusto per citare due casi, solo in Venezuela o nella Cina di Lu Xiabo. 

Ancora la rabbia, perché su 16,2 milioni di pensionati ben il 51% - troppi per un Paese del G7 e oltre 6 volte il normale livello fisiologico - é totalmente (4 milioni)  o parzialmente (il resto) assistito dallo Stato. Ed è per aumentare l'assistenza a questa enorme platea, che include tantissimi malavitosi ed evasori o elusori, che gli si vuol portar via un pezzo di pensione.  Ma la rabbia aumenta quando ci si accorge (ma ce lo dicono anche Ocse e UE) che la macchina amministrativa è a tal punto inefficiente da non riuscire a togliere le false invalidità e le pensioni ai mafiosi. Ma è possibile che con tutti i gravi problemi del Paese, criminalità organizzata, immigrazione fuori controllo, evasione fiscale da Paese Sud-americano (il 46% degli italiani dichiara di vivere con reddito zero) ce la si prenda solo con i pensionati onesti?

I numeri - Ancora e sempre, nonostante 25 anni di riforme si parla sempre di pensioni minando la serenità di chi, dopo una vita di lavoro, a quella tranquillità avrebbe diritto. Ma così facendo, si mina anche la fiducia dei giovani che si chiedono: se è così facile tagliare le pensioni e cambiare le regole, chi ci assicura che qualche politico di turno ci dia le pensioni quando ne matureremo il diritto? Per il pensionato onesto definito d'oro c'è però l'orgoglio di sapere che la propria pensione é già stata decurtata al momento del calcolo (fatto ignoto ai politici e professori che si improvvisano i CT delle pensioni). Infatti, fino a circa 38.000 € di reddito lordo, il coefficiente per il calcolo della vecchia pensione retributiva era pari al 2% per ogni anno, per cui - con 40 anni di contribuzione - si andava in pensione con l'80% dell'ultima retribuzione. Ma oltre tale soglia i coefficienti si riducono a 1,5%, 1,2% e 0,9%, per cui con un reddito di 120 mila euro lordi (meno di 60 mila netti) l'80% si riduce a poco più di 50%: un bel taglio. Ciò nonostante, l'indicizzazione delle pensioni sopra 3 volte il minimo (meno di 1500 € lordi), già ridotte con innumerevoli provvedimenti che minano la certezza del diritto, è stata pure soppressa per alcuni anni. Sempre i famelici di cui sopra ignorano che il danno economico è grande; infatti, con un'inflazione dell'1,5% se una pensione da 100 euro non viene rivaluta, per quell'anno il danno è pari a 1,5 euro ma, se la si percepirà per 20 anni, il danno si moltiplicherà per 20 oltre alla mancata indicizzazione.

Si può stimare che negli ultimi 10 anni queste pensioni abbiano perso oltre il 15% del loro potere d'acquisto. La rabbia è che ai "famelici politici" questo non basta ancora.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

3/8/2017

 
 
 

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