La visuale muta, il panorama non cambia

Avanti a passi (troppo?) piccoli: i dati emersi dal Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del Bilancio previdenziale impongono una riflessione non tanto e non solo sul divario Nord-Sud, ma anche e soprattutto su quali politiche e strategie mettere in atto per rimettere in moto lo sviluppo del Paese

Edoardo Zaccardi - @EdoardoZaccardi

La presentazione del Sesto Rapporto “La regionalizzazione del bilancio previdenziale” a cura di Itinerari Previdenziali ha offerto l’occasione per ragionare su un tema che occupa stabilmente – alla voce “priorità” – le agende dei vari governi che si sono succeduti da troppi anni a questa parte e la cui esistenza, purtroppo, trova conferma ogniqualvolta un’analisi economica viri sul focus territoriale.

Il riferimento è al divario Nord-Sud del Paese, letto attraverso la lente previdenziale: se si analizza la disastrosa voragine del nostro debito pubblico, si scopre infatti che, per larga parte, essa è stata alimentata dai disavanzi previdenziali (il 68% in moneta 2015, quasi 1.500 miliardi di euro su quasi 2.200 di debito pubblico), inevitabile conseguenza di un modus operandi che prevedeva l’utilizzo delle poste del bilancio previdenziale a modo di ammortizzatore sociale. Un passo ancora. La  tendenza aveva attecchito soprattutto nei riguardi del Sud del Paese, che oggi si trova a pagare il conto di tale devianza: è al Sud che si concentra il 60% del disavanzo previdenziale odierno - che lo si calcoli in moneta corrente o in moneta reale - ed è sempre qui che, a fronte di poco più di 50 euro di contributi previdenziali versati pro-capite, il prelievo del percettore di prestazioni pensionistiche e assistenziali ammonta a 100 euro.

Un tema nazionale, dunque, che tende tuttavia a concentrarsi particolarmente al Sud; come del resto quello della coesione territoriale, del divario Nord-Sud, che non è più circoscritto al Mezzogiorno, nei suoi effetti, ma è sempre più un tema nazionale, essendo tramontata la teoria della locomotiva. E come il Rapporto dimostra, dalla previdenza al Paese il passo è breve, essendo la prima uno specchio fedele, a volte impietoso, della strategia della classe dirigente, degli indirizzi impressi alla politica economica, fiscale o sociale che sia.

Una considerazione, emersa in tutta la sua crudezza e simbolicamente riecheggiata all’interno della Camera, è che – come affermato dal Viceministro dell’Economia, Luigi Casero – “il divario Nord-Sud del Paese era inferiore anni fa; se avessimo dato soldi a giovani volenterosi, che avessero avuto desiderio di intraprendere e darsi da fare, ci troveremmo forse oggi davanti ad un Paese differente”.

Il ragionamento dei relatori intervenuti al Convegno di Presentazione, in effetti, si è focalizzato non tanto sull’ampiezza del divario Nord-Sud, ma sul come e perché si sia arrivati alla grave situazione odierna, che peraltro oltre a presentare il conto in termini di debito pubblico e di tutte le interconnessioni ben note, vede espandersi nuovi focolai di crisi occupazionale ed economica un po’ in tutte le aree del Paese. Lo spaccato di un Sud che arranca, pur sempre sostenuto da un Nord vigoroso, non è più attuale, perché oggi la competitività è una risorsa scarsa in tutti gli angoli dello Stivale, in affanno e sempre più stabilmente fanalino di coda in Europa.

Come ricucire questo divario? Strategie, prima ancora che politiche, per la crescita, la competitività, l’innovazione a livello di Paese, e specificatamente al Sud, per rimuovere quel gap che è al tempo stesso sia materiale – ad esempio quello delle infrastrutture, della banda larga – sia culturale, in quest’ultimo caso rinvenibile in quella scelta mortale che negli anni scorsi ha indotto a intraprendere la strada  dello sviluppo e non quella dell’assistenza, che al bivio della crescita appariva meno tortuosa, ma più corta per l’appunto.

Passi, fin troppo piccoli, e quanto meno a livello di disavanzo tra uscite per prestazioni e entrate contributive si intravvedono al Sud. Forse è il segnale che l’avvitamento si è fermato: bassa occupazione, bassi redditi, basso sviluppo, bassa capacità fiscale e contributiva hanno prodotto grossi problemi, ai quali tuttavia si è fatto fronte con l’ampio e irresponsabile ricorso all’assistenza. Nella fase odierna, peraltro, si considera l’introduzione di nuovi strumenti assistenziali che, se da un lato danno sbocco al bisogno di solidarietà sociale, dall’altro rischiano di aprire nuovi fronti, uno fra tutti quello dell’equità. Un eventuale reddito di cittadinanza potrebbe infatti vedere penalizzati – anche in termini di rate pensionistiche – quanti, pur percependo salari bassi, si sono costruiti passo dopo passo la propria pensione e quanti, invece, potrebbero maturare prestazioni di importo non troppo diverso a prescindere dall’effettiva contribuzione, quindi occupazione.

Il tema è ampio e ricco di sfumature, di cui però occorrerà tenere conto in sede politica, per non cedere – in tempi di crisi – alla tentazione di ripetere gli stessi errori del passato. Come pure alcune affermazioni che sono emerse nel corso del dibattito di ieri alla Camera e che sarebbe da irresponsabili lasciarle lì a riecheggiare senza tenerle in considerazione se si vuole davvero coltivare lo sviluppo: il Paese ha bisogno del Sud; le giovani generazioni stanno già pagando un conto salato sulle proprie spalle; l’eccesso di assistenza si è rivelato controproducente.

17/5/2017

 
 

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