Nuove regole per le posizioni previdenziali "pari a zero"

Quello delle posizioni previdenziali "pari è zero" è certamente un tema di primaria importanza in materia di previdenza complementare: quali gli scenari aperti dall'ultimo intervento COVIP a riguardo? 

Alessandro Bugli, Maurizio Hazan

Chiunque abbia modo di operare – direttamente o indirettamente – nel settore della previdenza complementare e, tanto più, nelle realtà da alcuni autori definite “commerciali” (i.e. fondi aperti e PIP), salvo guardare volontariamente altrove, deve scontrarsi con la questione relativa alle posizioni previdenziali complementari gergalmente definite “pari a zero”. Trattasi all’evidenza di regolari adesioni al fondo pensione per le quali, però, l’iscritto non abbia mai contribuito o abbia smesso di contribuire (facendo sì che il suo “zainetto” complementare venga, piano a piano, a svuotarsi, sino ad azzerarsi).

Il tema è certamente noto ai vari stakeholder della materia e, soprattutto, alla Commissione di Vigilanza (COVIP), che non ha mai mancato di ricordare come i 7 milioni e tot di iscritti alla previdenza complementare italiana in realtà siano molto meno, sia perché conteggiati due volte quando siano iscritti a più forme complementari sia perché tanti di questi – pur anche se iscritti di lungo corso – hanno accumulato un risparmio previdenziale risibile, se non nullo. Da qui, una recentissima presa di posizione della stessa Commissione, a fronte di un quesito posto da una società istitutrice di un fondo pensione aperto, per cui (diremmo, finalmente) si ammette la possibilità di risolvere i rapporti negoziali in essere tra fondo pensione e iscritto nell’ipotesi in cui quest’ultimo non abbia mai alimentato la propria posizione previdenziale o abbia smesso di farlo (facendo sì che il suo “libretto” di risparmio risulti oramai privo di ogni risorsa accumulata).

Prima di entrare nel merito, proviamo in poche note a fare il quadro della situazione per far comprendere l’importanza dell’intervento e il contesto in cui viene a collocarsi.

L’Italia è certamente uno dei fanalini di coda del “torpedone” previdenzial-complementare, essendo nei punti più bassi della classifica dei Paesi OCSE e (persino) non OCSE per sviluppo e penetrazione dello strumento nella popolazione di riferimento. Si vedano i due grafici che seguono, il cui dato di riferimento è tratto dal Pension Market in Focus 2016 di OCSE.


Certo, il dato di cui sopra non distingue tra nazioni con previdenza complementare obbligatoria o meno, il che rende il confronto un poco più impietoso di quello che è realmente.

Va comunque rilevato come la crisi, qualche sfortunato intervento normativo sulla fiscalità e altri fattori esogeni non abbiano fermato le adesioni alla previdenza complementare: siamo oramai a 7,787 milioni di iscritti a fine 2016 (dato COVIP) che, epurati dalle “doppie iscrizioni”, fa circa 7,170 milioni di aderenti “effettivi” ai 452 fondi pensione italiani (al lordo delle adesioni “contrattuali” con contribuzione solo a carico del datore) con un’età media di adesione pari a 46,1 anni. La battaglia è ancora lunga, avendosi almeno 22,7 milioni di occupati da raggiungere nonché i loro familiari.

Nel corso del 2016, 1,97 milioni di posizioni non sono state alimentate (il che non vuol dire che la posizione di riferimento non risulti altrimenti capiente in ragione di passati versamenti).

Ora, venendo al tema che ci occupa, data la descrizione di contesto, il tema delle “posizioni pari a 0” è certamente un fenomeno che, ove correttamente gestito, potrebbe condurci ulteriormente a comprendere l’effettivo andamento dello sviluppo della previdenza complementare italiana, ma soprattutto – per quel che altrettanto interessa – consentire ai fondi pensione di non dover sostenere costi amministrativi per la gestione di posizioni nulle (costi certamente temperati dai minori obblighi informativi periodici, ma comunemente esistenti nel rapporto con il service amministrativo). Si badi, poi, che mantenere in essere posizioni previdenziali incapienti ab origine porta anche a una distorsione nell’utilizzo dei contatori previdenziali (per assurdo, un iscritto che non abbia mai versato alcunché per 7 anni e 364 giorni, dalla data successiva di calendario potrebbe versare un determinato importo, dedurre il contributo, e accedere istantaneamente all’anticipazione del 30% “per cause diverse”, con tanta pace dei presidi previdenziali e di risparmio di medio lungo periodo).

Da qui, forse, si immagina, la richiesta del fondo pensione aperto alla COVIP per cui testualmente “Si fa riferimento alla nota del …, con la quale codesta Società ha chiesto alla Commissione di esprimere un parere in merito ad alcune soluzioni operative che intenderebbe introdurre al fine di eliminare o, quantomeno ridurre, il fenomeno delle posizioni nulle o pressoché nulle.

In particolare, nella nota viene rappresentata l’intenzione di inserire nell’ambito del modulo di adesione un’apposita previsione in base alla quale il contratto si intende risolto al verificarsi delle seguenti condizioni:

  • laddove l’iscritto non provveda ad effettuare almeno un versamento entro sei mesi dalla sottoscrizione del modulo di adesione;
  • qualora, successivamente al primo versamento, il valore della posizione individuale finisca con il divenire inferiore all’importo annuale delle spese di gestione a seguito della successiva interruzione dei contributi dovuti (di seguito definita “incapiente”)”.

Si anticipa, sin d’ora, che con ampia argomentazione, COVIP dà “luce (pressoché) verde” alla richiesta, ammettendo – con certi presidi – la possibilità di “chiudere” le posizioni nulle.

Si legge nel riscontro di COVIP: “Con riferimento ai futuri iscritti, non si ravvisano particolari criticità alla introduzione di una clausola risolutiva espressa all’interno del modulo di adesione, che sia funzionale a chiarire a fronte di quali inadempienze può intervenire la risoluzione del rapporto, ben potendo tali inadempienze consistere nel mancato versamento della prima contribuzione, ovvero nel successivo integrale azzeramento della posizione individuale che sia da ricondurre all’applicazione delle spese annuali di gestione amministrativa e all’interruzione del flusso contributivo”.

Ogni bella storia ha, però, anche dei lati oscuri ed è di questi che è necessario occuparsi.

Tutto ruota intorno al riferimento (forse non del tutto condivisibile) a “inadempienze” dell’aderente che non alimenti la propria posizione previdenziale. Il che lascia qualche dubbio di coerenza di tale impostazione con l’art. 8 del d.lgs. 252/2005 per cui il “lavoratore” può testualmente “determinare liberamente l'entità della contribuzione a proprio carico”; da leggersi anche come possibilità – mai messa in discussione – di mantenere in essere la propria posizione previdenziale, sospendendo liberamente la propria contribuzione (in questo caso, ove previsto, la conseguenza sarebbe solo quella dell’eventuale cessazione dell’impegno del datore di lavoro di alimentare la posizione con il proprio contributo). Forse l’inadempienza di cui si discute attiene all’impossibilità del fondo di trattenere le commissioni di gestione; lettura che suona certamente “stonata” con alcune realtà operative che richiedono il versamento di un importo minimo per procedersi alla valida adesione alla forma pensionistica complementare. In più, bisognerebbe interrogarsi sulla natura di tale inadempimento: è così vero che se il fondo non ha somme da gestire possa comunque vantare un diritto alla commissione di gestione?

L’utilizzo, poi, dell’istituto evocato da COVIP (la clausola risolutiva espressa ex art. 1456 c.c.) sembra snaturato in concreto. Se di inadempimento si tratta, la comunicazione della volontà di valersi della clausola risolutiva stessa dovrebbe risolvere di diritto (e da subito, al tempo della ricezione da parte dell’aderente) il rapporto, mentre la stessa Commissione richiede che: “la società potrà contattare l’iscritto interessato … e, qualora lo stesso non provveda al versamento contributivo entro il termine fissato, procedere alla risoluzione del contratto”. La soluzione ipotizzata sembra, quindi, più simile a una “diffida ad adempiere” che non invece alla “clausola risolutiva espressa” (v. nota[1]).

Uno strumento diverso, forse più ideale al fine e più coerente con le finalità perseguite  (almeno per le future iscrizioni), potrebbe essere quello del convenire ab origine un meccanismo di silenzio-assenso per cui, a fronte di posizioni non alimentate ab origine o ridottesi “a zero” successivamente, il fondo si riserva la facoltà di avvertire l’aderente (anche nel suo interesse) che se entro X giorni non manifesterà un’intenzione contraria e non provvederà ad alimentare il proprio conto, si procederà alla risoluzione “consensuale” (per fatti concludenti) del rapporto previdenziale in essere.

Un secondo tema attiene, poi, alle specifiche operative individuate dalla Commissione. La risoluzione per inadempimento (strutturata, come detto, sul modello della clausola risolutiva espressa ex art. 1456 c.c., che come ben ricordato da COVIP richiede la necessaria comunicazione della volontà di volersene valere da parte del fondo) sembra possibile solo in caso di mancata contribuzione iniziale (nei primi sei mesi dall’adesione), mentre per le posizioni che divengano nel tempo incapienti, la risoluzione opererebbe solo per le posizioni per cui l’adesione sia antecedente alla modifica del Regolamento per introdurvi il diritto del fondo di veder risolto di diritto il rapporto in caso di “inadempienza” dell’aderente nei – ripetesi – primi sei mesi di iscrizione. Forse (lo si spera) ci si inganna, ma come leggere diversamente questo passo: “Si ritiene altresì percorribile l’ipotesi di risolvere anche le adesioni di coloro che hanno già aderito alla forma pensionistica, in un periodo antecedente all’introduzione nella documentazione contrattuale della predetta clausola risolutiva, laddove si sia in presenza di posizioni nulle”.

Quindi, se così fosse, avremmo una possibile bonifica del passato, ma cosa accadrà nell’ipotesi in cui l’aderente, dopo aver contribuito nel primo semestre dall’adesione, smetta di versare e la sua posizione venga – via via – ad erodersi, sino a divenir “nulla” (nel linguaggio operativo)? Il dubbio persiste. Se passasse questa lettura, ci troveremmo di fronte ad un’ingiustificata discriminazione tra iscritti ante e post modifica del regolamento: i primi “cacciati” per 1456 c.c. e i secondi che non potrebbero esserlo, avendo alimentato la propria posizione previdenziale nel primo semestre (magari, per assurdo, con importi risibili).

In via di prima conclusione, quindi, volendo tornare in futuro sul tema, sarebbe forse opportuno “ibridare” la soluzione, consentendo:

1) in linea con la lettura di COVIP, la “bonifica” delle posizioni passate con assegnazione di un termine all’aderente per procedere al versamento di importi utili ad alimentare la propria posizione previdenziale (in via di stretto diritto, non esiste un istituto utile a giustificare una simile impostazione. Il meccanismo, come lo si voglia immaginare, resterebbe giuridicamente zoppo, salvo sostenere che il mancato versamento di contributi al fondo venga a consistere in un inadempimento contrattuale);

2) consentire l’introduzione in Regolamento e Statuto di un meccanismo di “silenzio-assenso” per cui il fondo possa ritenere consensualmente risolto il rapporto qualora l’iscritto con posizione pari a zero (ab origine o a distanza di tempo dall’adesione), pur se contattato dal fondo pensione stesso, non riscontri la richiesta entro un congruo termine o non provveda ad alcun versamento utile a garantire al fondo di poter almeno pareggiare i costi di gestione della posizione.

Resta, poi, sullo sfondo, il tema della trasparenza. Troppe posizioni non alimentate ab origine potrebbero essere sintomo di una politica di raccolta delle adesioni non conforme ai presidi di legge e intesa solo a creare volumi, giocando sull’inconsapevolezza dell’oramai aderente di aver aderito a una forma di previdenza complementare.

Maurizio Hazan,  Socio Studio Legale Taurini & Hazan  e CTS Itinerari Previdenziali

                                                                                             Alessandro Bugli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali          

17/7/2017 

 


[1] Art. 1456 c.c. (clausola risolutiva espressa) “I contraenti possono convenire espressamente che il contratto si risolva nel caso che una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le modalità stabilite. In questo caso, la risoluzione si verifica di diritto quando la parte interessata dichiara all'altra che intende valersi della clausola risolutiva”. Art. 1454 c.c. (diffida ad adempiere): “Alla parte inadempiente l'altra può intimare per iscritto di adempiere in un congruo termine, con dichiarazione che, decorso inutilmente detto termine, il contratto s'intenderà senz'altro risoluto”.

 
 
 

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