Pensioni e proposte per il 2018

Dopo la pausa estiva e con gran fermento, complice l'approssimarsi dell'appuntamento elettorale, torna a infervorarsi il dibattito sulle pensioni: quali i nodi da scogliere in vista del prossimo anno? Analisi e spunti di riflessione di Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Alberto Brambilla

La discussione in tema di pensioni, forse approssimandosi la sfida elettorale, ha ripreso alla massima velocità. Ogni parte politica e anche sindacale, con “sprezzo del pericolo” formula costose quanto imprecisate proposte a favore dei giovani, dei pensionati, degli incapienti e per tutte le situazioni.

Vediamo con ordine cosa potrà succedere il prossimo anno a partire dall’unica cosa certa: la rivalutazione delle pensioni. Le pensioni in pagamento a gennaio 2018, dopo anni di non rivalutazione, (l’ultima rivalutazione sostanziosa è del 2013 con un + 1,2% poi zero per il 2014, 0% per il 2015 e addirittura –0,1% per il 2016) verranno rivalute all’inflazione all’incirca dell’1,3 – 1,4%. Attenzione però: poiché l’indice di inflazione provvisorio 2014 per la rivalutazione delle pensioni nel 2015 era stabilito nello 0,3%, ma è stato definitivamente fissato (nel 2015) dall’Istat nello 0,2%, dall'1 gennaio 2016 le pensioni si sarebbero dovute ridurre dello 0,1%. Per evitare una rivalutazione negativa, la Legge di Stabilità 2016 ha previsto che a gennaio fossero messi in pagamento importi uguali a quelli dell’anno precedente, senza alcuna trattenuta riferita al 2015. Il conguaglio si sarebbe dovuto fare nel 2017, cosa che in realtà non è avvenuta in quanto l’indice d’inflazione 2016 è stato negativo (-0,1%) e gli importi sono rimasti gli stessi di due anni prima.

La Legge di Bilancio per il 2018 dovrà dunque stabilire se recuperare il pregresso (0,1% per il 2015 e 0,1% per il 2016) sottraendoli alla rivalutazione prevista per il 2018. Ma come verranno rivalutate le pensioni? Per il 2016 le pensioni sono state rivalutate del 100% dell'indice Istat fino a tre volte il minimo Inps; del 20% oltre tre e fino a 4 volte il minimo; del 10% oltre 4 e fino a 5 volte il minimo; 5% oltre 5 e fino a 6 volte il minimo; nessuna rivalutazione oltre sei volte il minimo. Dal 2017 avrebbe dovuto essere ripristinata la più equa indicizzazione precedentemente in vigore, ossia indicizzazione al 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 3 volte il trattamento minimo; 90% sulla quota di pensione compresa tra 3 e 5 volte il trattamento minimo; 75% sulla quota di pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo. Ma la Legge di Stabilità 2016 ha prorogato, in modo poco rispettoso dei pensionati “paganti”, il regime provvisorio in vigore nel 2015 a tutto il 2018 quindi per il prossimo anno i veri beneficiari della rivalutazione saranno i 2,3 milioni di pensionati assistenziali e i circa 8,5 milioni di percettori di pensioni tra i 502 e i 1.505 euro. Il costo totale per l’erario in ipotesi 1,3% di inflazione (sempre che non ci siano i recuperi di cui sopra) sarà di circa di circa 1,7 miliardi. 

Rispetto al discusso tema dell’aggancio delle età pensionabile all’aspettativa di vita, al di là dei poco convincenti tentativi di bloccare l’unico meccanismo in grado di tenere in parziale equilibrio il sistema pensionistico, tutto dovrebbe rimanere secondo le previsioni. Dal 2019 l’età di pensionamento per uomini e donne, visti i non brillanti risultati della crescita dell’aspettativa di vita, si situerà sui 66 anni e 10 o 11 mesi. La proposta Damiano – Sacconi (è stato proprio quando era ministro del lavoro Sacconi che la proposta del Nucleo di valutazione di creare questo “stabilizzatore automatico di spesa” è stata approvata), pur avendo molti poco lungimiranti sostenitori (o lungimiranti in senso elettorale), ha scarsissime possibilità di passare anche per il giusto allarme arrivato dalla Ragioneria Generale dello Stato e dal presidente dell’Inps Tito Boeri.

E per i pensionati incapienti con reddito annuale inferiore agli 8.000 euro? Dopo aver aumentato importi e platea dei beneficiari della cosiddetta “quattordicesima mensilità” (pensionati con redditi fino a 9.786,86 euro annui, (circa 752 euro al mese per 13 mensilità), la somma aggiuntiva già prevista dal 2007 è aumentata a 437 euro per chi ha fino a 15 anni di contributi versati, a 546 euro se si hanno da 15 a 25 anni di contributi e a 655 euro con oltre 25 anni di contributi. I pensionati con redditi  tra i 9.786,87 euro e i 13.049,14 euro riceveranno 336 euro con 15 anni di contributi, e 504 euro con più di 25 anni di contributi. Per i pensionati da lavoro autonomo si devono considerare tre anni di contributi in più rispetto ai dipendenti. Il tutto per un costo di circa 2 miliardi che, salvo variazioni di legge, dovranno essere pagati anche nel 2018. D'altra parte, il PD propone un aumento di 40 euro al mese per i pensionati incapienti, quelli che avendo un reddito annuale inferiore agli 8.000 euro non percepiscono gli 80 euro di Renzi, una proposta che costa altri 2 miliardi (e fanno 4) e che va in contrasto con le affermazioni del viceministro Morando che vorrebbe indirizzare le risorse solo sulla decontribuzione.

Visto che l’incremento delle età di pensionamento proseguirà e che nessuno dei partiti si preoccupa delle uniche due serie modifiche alla legge Fornero (eliminare l’aggancio alla aspettativa di vita all’anzianità contributiva, riportandola per i precoci e per le donne madri a 40 anni e per gli altri a 41,5, e ridurre il coefficiente 2,8 volte la pensione sociale per i contributivi ad un più democratico 1,5 volte) viene proposto di rifinanziare e potenziare l'Ape sociale, l'anticipo pensionistico gratuito destinato ai lavoratori che assistono parenti diretti con gravi malattie, disoccupati, portatori di handicap o impegnati in lavori usuranti. Ma per soddisfare altri lavoratori, ai 600 milioni già previsti per il 2018, se ne dovrebbero aggiungere altri 600. In totale, si supererebbero i 5 miliardi spesi tutti in assistenza, anche se i nostri politici si ostinano a chiamarle pensioni, con grave danno futuro dei pensionati (vedasi cosa è successo con Monti-Fornero). Resta al momento al palo l'Ape volontaria, il cui provvedimento attuativo previsto per settembre dovrebbe slittare ancora; da indiscrezioni, però, APE costerà un po' di più in quanto il tasso di interesse dovrebbe passare dal 2,5% al 3,5% in seguito ai mutamenti dei tassi d’interesse che, in vista della scadenza del QE, aumenteranno ancora nei prossimi anni.

Le altre due proposte paiono una drammatica “controriforma” delle pensioni su cui torneremo nei prossimi giorni: a) taglio dei contributi del 50% per i primi tre anni ai neoassunti fino a 29 anni (o più) e poi riduzione strutturale di 4 punti percentuali; b) pensione di garanzia per i giovani contributivi puri. Ipotizzando che il taglio per circa 200 mila assunzioni annue sia valido per soli 3 anni al 50% e strutturale al 4% poi, il costo sarebbe di 9 miliardi in 10 anni; fosse tutto strutturale, quasi 25 miliardi in 10 anni. Per la pensione di garanzia, se oggi spendiamo già circa 10 miliardi per le integrazioni al minimo, con questa proposta, che non ha né capo né coda, ne spenderemmo altrettanti con il rischio che, avendo assicurata una rendita di circa 600 euro, nessuno verserebbe più i contributi. Ma che le abbiamo fatte a fare le riforme? Per penalizzare chi lavora sul serio?

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

31/8/207

 
 

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