Perequazione, perché la sentenza della Corte non convince

Le conclusioni della Corte Costituzionale in materia di rivalutazione delle pensioni sottendono una deriva pericolosa per l’intero sistema previdenziale: il commento di Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, sulla sentenza e le sue motivazioni

Alberto Brambilla

E’ stata depositata la sentenza n.250/2017 con la quale la Corte Costituzionale spiega perché il cosiddetto "bonus Poletti" è corretto. In sintesi, dice la Suprema Corte: “il legislatore ha  destinato le limitate risorse finanziarie disponibili in via prioritaria alle categorie di pensionati con i trattamenti pensionistici più bassi, limitando il blocco a quelli medio-alti (che sottende la Corte, hanno margini di resistenza maggiori contro gli effetti dell’inflazione)".

Posto che tale sentenza è stata giudicata da più parti sconcertante ed iniqua, in effetti le conclusioni della Corte sottendono una deriva pericolosa per l’intero sistema previdenziale, dato che a beneficiare del recupero delle indicizzazioni sono state in gran parte le pensioni assistenziali di coloro che di contributi (e quindi di imposte) in 66 anni di vita ne hanno pagate ben pochi. E non si tratta di un numero piccolo, ma di oltre 10 milioni di pensionati su un totale di 16 milioni. Insomma, se nella vita si sono raggiunti con impegno e studio determinati traguardi, si è fatto carriera con assunzioni di oneri e responsabilità, anziché venire premiati da pensionato (dopo aver pagato imposte e contributi elevati), si viene penalizzati.

Il messaggio è doppiamente pericoloso: da un lato, potrebbe spingere i giovani a non versare più di tanto, perché c’è sempre il rischio di un Governo o una Corte che possono ridurre a piacimento il valore della pensione (solo per le mancate indicizzazioni le pensioni previdenziali sopra i 3.000 euro lordi hanno perso negli ultimi anni quasi il 20% del loro potere d’acquisto); dall’altro, perché la sentenza, nel suo dispositivo, inserisce un pericoloso precedente. Pensiamo se, in un prossimo futuro, ci dovesse essere una penuria di abitazioni: che farebbe la Corte? Direbbe che va bene se a un cittadino che ha tre case se ne confisca una?  Va bene perché hanno “margini di resistenza maggiori contro gli effetti della penuria di case perché almeno una ce l’hanno”?

Sul fatto meritocratico di chi i contributi li ha pagati e di chi no, la Consulta glissa confermando che in questo nostro Paese il “merito”, il “rispetto” vale poco. La politica prende atto e, infatti, nelle proposte elettorali anche i partiti che si definiscono liberali, puntano tutto sulla schiera dei poveri e dei molti che il proprio dovere civico poco hanno fatto, ma sono tanti voti! Per le coperture si vedrà e, se non si riusciranno a mantenere le folli promesse, un capro espiatorio lo si troverà di certo: l’austerità Europea. E, intanto, alla faccia dell’austerità in 5 anni abbiamo accumulato oltre 250 miliardi di nuovo debito pubblico e qualcuno il conto prima o poi ce lo farà pagare.  

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

4/12/2017

 
 
 

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