Previdenza complementare… finita(?)

Dopo un ventennio di iniziative volte a incentivare le adesioni (con risultati non sempre efficaci), la previdenza integrativa potrebbe aver trovato il suo de profundis nella Legge di Bilancio di prossima approvazione. L’analisi del Prof. Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

Alberto Brambilla

Dopo più di 20 anni di iniziative legislative e mediatiche per farla decollare anche nel nostro Paese, raggiungendo a fatica gli 8 milioni di iscritti, a decretare il de profundis della previdenza complementare ci ha pensato il Governo Gentiloni, con l’articolo 23 della Legge di Bilancio in discussione in questi giorni al Senato.

Come noto, il suo obiettivo è quello di creare una pensione aggiuntiva che si somma a quella pubblica per poter mantenere anche da anziani un discreto tenore di vita. Perché servono i fondi pensione? Perché, nonostante la legge italiana consenta tassi di sostituzione (il rapporto tra la prima rata di pensione e l'ultimo reddito da lavoratore attivo) molto alti rispetto alla media dei Paesi industrializzati, i redditi dei lavoratori italiani sono bassi. Ad esempio, un lavoratore dipendente che va in pensione con un tasso di sostituzione netto del 73% (67 anni di età e 36 di contributi), con un reddito da attivo di 1.200 euro avrà una pensione pari a 870 euro. Come si può intuire, una rendita complementare per andare almeno sopra i 1000 euro è più che necessaria.

Per questo, si sta parlando di un ulteriore semestre di informazione e di rendere obbligatoria l’adesione. Addirittura, questo stesso Governo ha rafforzato il welfare aziendale consentendo che i premi di risultato possano essere versati nei fondi pensione (e anche in altre forme di protezione sociale) fino a un massimo di 4.000 euro che si andrebbero a sommare ai 5.160 euro consentiti attualmente dalla legge. Il tutto in totale esenzione fiscale.

E cosa fa il citato articolo 23? Intanto, al primo comma prevede che, per i lavoratori cui mancano 5 anni alla pensione e che abbiano almeno 20 anni di contributi nei regimi obbligatori, sia consentito di ritirare tutto il montante accumulato richiedendo la RITA (rendita integrativa temporanea anticipata). Con questo meccanismo si può ritirare in rate tutto il capitale accumulato, con buona pace per la rendita. La legge attuale prevede invece (proprio per garantire una pensione complementare) che non si possa prelevare più del 50% del montante accumulato in capitale. Ma c’è di più: il comma 4 bis prevede che, se i lavoratori risultano disoccupati per un periodo di tempo superiore ai 24 mesi, nell’ipotesi in cui maturino il requisito pensionistico entro i 10 anni successivi, possono, con RITA, ritirare tutto il montante. E, se per i lavoratori iscritti prima del 2007 (anno di entrata in vigore della legge di riforma 252/05) che accedono alla pensione integrativa è prevista sulle prestazioni complementari una tassazione sostitutiva tra il 15% e il 9% (novità introdotta dalla 252/05), mentre sulle quote accumulate prima di tale data è prevista la più onerosa tassazione separata, per i richiedenti RITA la tassazione fino ai 15 anni prima del 2007 è equiparata a quella della 252/05: un bel regalo!

Considerando l’italica abitudine a sfruttare al meglio i “buchi” legislativi, si scateneranno le migliori fantasie per potersi prendere tutto quanto accumulato in capitale, salvo poi, se la pensione pubblica sarà insufficiente, andare in TV o sui media a dire che lo Stato dà pensioni da fame, guardandosi bene dal dire quanti contributi e quante tasse si è versato.

Oggettivamente, pare che sia questo Governo che il precedente la bussola l’abbiano un po’ persa. Un esempio? Mentre all’estero tutti gli esecutivi tendono ad incentivare i fondi pensione, i nostri hanno aumentato la tassazione dall’11% originario al 20%, eliminando però quella sui PIR (piani individuali di risparmio) per importi fino a 150.000 euro (30.000 l’anno per 5 anni), montanti che difficilmente si possono accumulare con i fondi pensioni se non per periodi superiori ai 15 anni. Risultato: l’industria del risparmio gestito ringrazia, mentre l’Italia resta il fanalino di coda tra i Paesi Ocse nel rapporto tra patrimonio dei fondi pensioni su PIL. La media OCSE è pari al 123% del Pil, mentre noi siamo a meno del 9% (e pensate al debito pubblico e all’invecchiamento della popolazione per capire il mix esplosivo che colpirà l’Italia tra meno di 20 anni). In classifica, siamo regolarmente battuti dalla Namibia, dal Botswana da Malta, dal Perù, solo per fare qualche nome. Forse occorre meditare bene prima di scrivere queste norme.

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

L'articolo è stato pubblicato su Corriere della Sera L'Economia dell'11/12/2017

27/11/2017

 
 
 

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