Proseguono le novità sulle pensioni

Età di pensionamento, Ape sociale e rivalutazione delle pensioni: il punto di Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, sulle ultime novità in ambito pensionistico

Alberto Brambilla

In tema di pensioni tengono banco le età di pensionamento, Ape sociale e rivalutazioni. 

Età di pensionamento - A gennaio scatta l’unificazione, prevista dalla riforma Monti-Fornero, dell’età per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne: le dipendenti private passeranno dagli attuali 65 anni e 7 mesi a 66 anni e 7 mesi con un incremento di 1 anno, mentre le autonome passeranno da 66 anni e 1 mese a 66 anni e 7 mesi, mezzo anno di lavoro in più; le donne del pubblico impiego sono già a 66 anni e sette mesi.

L’età per l’accesso alla pensione di vecchiaia sarà la più alta in Europa e il divario aumenterà nei prossimi anni con l’adeguamento dell’età di vecchiaia all’aspettativa di vita e il passaggio previsto nel 2021 a 67 anni; nel 2019, sulla base delle aspettative di vita dovrebbe aumentare di 2 mesi circa. Nella maggior parte dei Paesi europei, l’età per la pensione di vecchiaia è prevista intorno ai 65 anni, con aumenti a 67 anni in Danimarca e Francia (in attesa della riforma Macron) nel 2022, in Spagna nel 2027, nel Regno Unito nel 2028, in Germania nel 2030 (ma la data potrebbe essere anticipata), in Croazia nel 2038, mentre in Austria per le donne l’elevazione dell’età partirà gradualmente nel 2024 per arrivare a 65 anni nel 2033. Va anche detto che la spesa sociale in Italia è ormai prossima ai livelli dei Paesi scandinavi (che godono di territori risorse maggiori e popolazioni attorno ai 10 milioni) e che primeggiamo per debito pubblico, quindi da qualche parte occorre tamponare la spesa.

Ape sociale (anticipo pensione) - Sulla base del decreto firmato dal presidente Gentiloni, possono accedere all’Ape sociale (che, a differenza dell’Ape Volontaria, è totalmente gratuita per i richiedenti) coloro che hanno compiuto o compiranno entro fine 2017 i 63 anni di età, con almeno 30 anni di contribuzione che risultano: a) disoccupati e senza pensione diretta (dovrebbe essere un refuso poiché non si capisce perché dare l’Ape social a chi ha già una pensione indiretta) e senza ammortizzatori da almeno 3 mesi; b) invalido civile con almeno il 74% di invalidità; c) che assistono  il coniuge o un parente di primo grado disabile da almeno 6 mesi. Per accedere all’Ape sociale servono invece 36 di anzianità contributiva per chi ha svolto negli ultimi 6 anni su 7 un'attività gravosa che, tuttavia, andrà meglio specificata anche, perché se è usurante fare la maestra di asilo nido o scuola materna, temo che altre decine di categorie chiederanno di essere incluse; nell’elenco ci sono conciatore di pelli, addetti ai trasporti, infermieri, turnisti, facchini, insegnanti di scuola materna, operatori ecologici. L’Ape sociale, visti gli stanziamenti di 300 milioni per i 6 mesi del 2017 e i 600 del 2018, potrà soddisfare non oltre 50.000 soggetti (secondo le stime del Governo, 35.000 per l'Ape social e 25.000 per i precoci); un buon numero se si considera che già oltre 110.000 lavoratori (ma ne verranno accettati dall’Inps probabilmente altri 25.000) hanno beneficiato delle 8 salvaguardie di questi ultimi 4 anni, indirizzate a coloro che si trovavano senza stipendio e pensione e con ammortizzatori sociali esauriti. Mentre se, come sembra, verranno stanziati in Legge di Bilancio altri 600 milioni i nuovi potenziali beneficiari potranno essere circa 45.000 tra precoci e categorie interessate.

Per le donne madri (una mia vecchia proposta), il Governo ha ventilato la possibilità di usufruire di uno sconto nei requisiti contributivi per anticipare ulteriormente l’Ape sociale di 6 mesi a figlio con un tetto massimo di 2 anni (erano tre anni nella mia proposta). Secondo uno studio Uil, in media, in Europa, l’età di pensionamento delle donne è di 63 anni, mentre in Italia è di 65,7 anni (il dato però si riferisce alla pensione di vecchiaia mentre per l’anzianità è poco sotto i 60 anni per cui secondo chi scrive siamo in media europea) con le punte della Grecia a 67 anni seguita dal Portogallo con 66,2 anni, Irlanda 66, Germania con 65,4 anni Olanda (65,3) e 65 anni le lavoratrici di Belgio, Cipro, Danimarca, Lussemburgo, Slovenia, Spagna.

Per l’Ape sono richiesti almeno 30 o 36 anni di anzianità contributiva, ma non si fa riferimento al numero di anni di contribuzione figurativa, mentre sarebbe stato più opportuno prevedere un tetto di 3 anni a tale tipo di contribuzione. Nel complesso le proposte del Governo (Ape volontaria, Ape social, Rita) pur non andando a modificare le rigidità della Monti Fornero, ma è comprensibile essendo un Governo di fine legislatura, possono essere giudicate positivamente e un buon viatico per il futuro Governo che, visti i dati sul bilancio delle pensioni evidenziati nel Quarto Rapporto a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, dovrà mettere in cantiere una forma di flessibilità in uscita.

Rivalutazione delle pensioni - Nel precedente commento, si annotava che per il 2016 le pensioni sono state rivalutate del 100% dell'indice Istat fino a tre volte il minimo Inps; del 20% oltre tre e fino a 4 volte il minimo; del 10% oltre 4 e fino a 5 volte il minimo; 5% oltre 5 e fino a 6 volte il minimo; nessuna rivalutazione oltre sei volte il minimo. Dal 2017 si sarebbe dovuto ripristinare la più equa indicizzazione precedentemente in vigore, ossia indicizzazione al 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 3 volte il trattamento minimo (circa 1.505 € a valori 2017); 90% sulla quota di pensione compresa tra 3 e 5 volte il trattamento minimo; 75% sulla quota di pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo. Ma la Legge di Stabilità 2016 ha prorogato, in modo poco rispettoso dei pensionati “paganti”, il regime provvisorio in vigore nel 2015 a tutto il 2018, quindi per il prossimo anno i veri beneficiari della rivalutazione saranno i 2,3 milioni di pensionati assistenziali e i circa 8,5 milioni di percettori di pensioni tra i 502 e i 1.505 euro. Il costo totale per l’erario in ipotesi di rivalutazione delle pensioni pari all’1,3% di inflazione (sempre che non ci siano i recuperi per rivalutazioni pregresse in eccedenza pari a 0,2%) sarà di circa di circa 1,7 miliardi. Il ministro Poletti ha confermato nel recente incontro con i sindacati che, dal gennaio 2019, la rivalutazione sarà pari al 100% per gli assegni fino a tre volte il minimo, 90% per quelli tra tre e cinque volte il minimo (tra 1.505 e 2.520 euro al mese circa), e 75% per la parte restante: un meccanismo certamente più equo per chi ha versato contributi. I pensionati oltre 3 volte il minimo sono peraltro in attesa della decisione della Corte Costituzionale che, il 24 ottobre, si dovrà pronunciare sul cosiddetto “bonus Poletti”; la Corte dovrà decidere sulla scelta del Governo di restituire ai pensionati, cui era stata bloccata la rivalutazione per due anni (2012-2013) dal Salva Italia, solo il 12% della mancata perequazione (dando priorità agli assegni più bassi).

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

13/09/2017

 
 

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