Servizio e presa in carico: quando il risarcimento è per la vita

Con una sentenza dello scorso gennaio, la Corte d’Appello di Milano ha confermato integralmente una precedente decisione del Tribunale meneghino, riaffermando un principio destinato a impattare sulle future modalità di liquidazione dei danni patrimoniali derivanti da lesioni gravi: l'utilizzo, ai fini riparatori, dell’istituto della rendita vitalizia

Maurizio Hazan

Con sentenza del 17 gennaio 2017 (n. 165/2017) la Corte d’Appello di Milano, ha confermato integralmente una precedente (coraggiosa) decisione del Tribunale meneghino, riaffermando un principio che pare destinato a impattare, e molto, sulle future modalità di liquidazione dei danni patrimoniali derivanti da lesioni gravi.

Più precisamente, la Corte d’Appello ha sdoganato, in modo rotondo e pieno, l’utilizzo, a fini riparatori, dell’istituto della rendita vitalizia, qualificandolo come quello “più aderente alla finalità propria del risarcimento” dei danni patrimoniali  da incapacità lavorativa specifica e da spese di assistenza e cure future.

Danni che, nel caso esaminato dalla Corte, erano particolarmente significativi, riguardando una paziente che, a seguito di errore sanitario, soffrì conseguenze tanto drammatiche (tetraparesi spastica) da compromettere integralmente, da un lato, la sua  capacità lavorativa generica e specifica e da richiedere, dall’altro, l’erogazione continua di spese di cura e, soprattutto, di assistenza domestica.

A fronte di tale conclamata situazione di non autosufficienza, e nel dubbio circa l’effettiva durata residua della vita della vittima (così seriamente compromessa da non poter essere agevolmente ricondotta entro parametri di mortalità standardizzati), il Tribunale aveva ritenuto di non dover dar corso, come normalmente accade, al pagamento - in via anticipata e previa capitalizzazione  - di una lump sum. Al contrario, con autentico spirito innovativo, aveva optato per una soluzione risarcitoria modulata sull’effettivo bisogno della vittima, da erogarsi tempo per tempo, lungo tutto l’arco della sua sopravvivenza (145.000 euro per anno, da rivalutarsi via via). 

L’innovazione non stava tanto nell’istituto in concreto applicato (quello del risarcimento in forma di rendita, pacificamente previsto dall’art. 2057 c.c.), quanto nella volontà di andar oltre alla corrente prassi liquidativa, disattendendo le diverse richieste svolte dall’attrice (tramite i propri procuratori/amministratori di sostegno); richieste volte, invece, ad ottenere – subito e “in battuta” – il pagamento di una somma anticipata, pari al valore capitalizzato delle spese da sostenere in futuro e del lucro cessante da mancato guadagno (entrambe le voci calcolate per un tempo pari alla media aspettativa di vita attiva al lavoro di una persona dell’età della vittima al momento del sinistro).

La norma di riferimento, come detto, è l’art. 2057 c.c., secondo il quale “quando il danno alle persone ha carattere permanente la liquidazione può essere fatta dal giudice, tenuto conto delle condizioni delle parti e della natura del danno, sotto forma di una rendita vitalizia. In tal caso il giudice dispone le opportune cautele”.     

Ora, occorre chiedersi: perché, nonostante una così chiara indicazione legislativa, tale forma di risarcimento è rimasta, nella prassi, così misconosciuta e disapplicata?

Il motivo – a parere di chi scrive  - è assai poco poetico e si articola in tre ragioni:

  • la percezione immediata di importanti somme di danaro appaga maggiormente, nel breve, il senso di ristoro della vittima (e, quando vi sono, dei suoi “curatori”);
  • gli stessi professionisti che assistono le richieste risarcitorie della vittima hanno sovente maggior interesse ad una immediata riscossione di somme importanti, sulle quali parametrare il valore dei propri onorari;
  • le imprese assicurative, laddove chiamate a risarcire (come nel caso della rc auto), aborrono la liquidazione in forma di rendita, in quanto inopportuna sotto il profilo bilancistico (e tale da impegnare “riserve” nel tempo, senza poter portare a chiusura la pratica).

Se tale è lo stato dell’arte, ben si comprende la forza, anche morale, della sentenza del Tribunale di Milano, evidentemente tesa ad assicurare alla vittima un sostegno economico effettivo nel tempo, ponendola al riparo da rischi di sprechi e, allo stesso tempo, evitando liquidazioni sproporzionate, in eccesso o difetto, rispetto alla reale durata della sua vita.

Avverso tale sentenza i curatori/amministratori della danneggiata interponevano appello, lamentandosi del fatto che in primo grado avevano chiesto espressamente la liquidazione immediata del risarcimento in forma capitalizzata e che, pertanto, il Tribunale avrebbe violato il così detto principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato. Non solo, il risarcimento in forma di rendita avrebbe precluso la possibilità di trasmettere agli eredi il compendio liquidato, a differenza di quel che sarebbe accaduto in caso di risarcimento in un’unica soluzione. Obiezione, tale ultima, davvero “strabica” e rivelatrice, in qualche modo, delle finalità sovente distorte che animano determinate richieste risarcitorie...

Intervenendo sul punto, la Corte d’Appello di Milano, conferma, e anzi plaude, la sentenza di primo grado, enfatizzando l'apprezzabile finalità del risarcimento in forma di rendita che - queste le sue parole - “risulta meglio garantire  per tutta l’effettiva (e incerta) durata della vita della danneggiata il percepimento di quanto liquidato annualmente per tale danno futuro nella misura o nel tempo che sarà necessario (per un periodo che potrà essere non solo inferiore ma eventualmente anche superiore a quello pronosticabile al momento della sentenza). 

Ci troviamo, in ultima analisi, a fronte di una liquidazione moralmente e sostanzialmente più “giusta”, più aderente alle effettive esigenze della vittima, e meglio ritagliata sulla reale situazione di fatto.

Di più: si tratta di un risarcimento a marcata vocazione “assistenziale”, la cui modulazione nel tempo accompagna la vittima nei suoi bisogni duraturi, ponendo un freno a pericolose monetizzazioni immediate, sovente prossime all’arbitrio e foriere di evidenti rischi di un utilizzo incongruo.

E lo si dica, con convinzione: evitare sprechi e accompagnare il danneggiato attraverso un percorso assistenziale “vero” è quanto è lecito attendersi nella moderna era di crisi del welfare state. Ed è la funzione che il risarcimento in forma di rendita sembra poter ossequiare, in caso di gravi lesioni, molto più di quanto non accada nel caso di bruschi e asettici pagamenti di “tesoretti” una tantum.

Si aprono dunque nuovi scenari liquidativi, che le imprese assicurative, per parte loro, dovranno saper affrontare e prevedere, modificando almeno in pare i loro attuali approcci.

L’idea di un risarcimento “etico”, che si faccia servizio e prenda in carico la vittima può, per altro verso, permeare sotto altro profilo le attuali prassi assicurative, anche in tema di rc auto (e, pro futuro, di responsabilità sanitaria).

Ci riferiamo alla possibilità di offrire, al di là delle spese mediche future, un vero e proprio risarcimento in forma specifica, attraverso l’erogazione diretta di prestazioni sanitarie, presso strutture convenzionate di qualità.

Qui sì che si realizzerebbe un ribaltamento copernicano degli approcci, stimolando al contempo la realizzazione di sistemi convenzionali sanitari che ben potrebbero servire a diversi scopi, tra i quali (primo fra tutti) l’espansione di forme di sanità integrativa.  E la “proposta” di una prestazione sanitaria assistenziale “in natura” e di elevata qualità – in luogo di mero denaro -  ben potrebbe integrare quella “congrua e motivata” offerta di risarcimento predicata dal codice delle Assicurazioni nell’ambito delle procedure liquidative della RC auto.

Finanche le vittime secondarie (parenti e stretti congiunti) potrebbero/dovrebbero essere, a loro volta, “prese in carico” attraverso la predisposizioni di supporti psicologici, certamente più idonei a ristorarne/alleviarne le sofferenze morali (incommensurabili, se autentiche…) di quanto non possano fare il freddo denaro.

Insomma, si affaccia un nuovo modo di fare risarcimento. Evitare sprechi o speculazioni.

In un mondo che chiede welfare e solidarietà, il vero valore di scambio è il servizio, più del denaro

14/2/2017

 
 
 

Ti potrebbe interessare anche