Alla ricerca del lavoro che non c'è: quanto conta il titolo di studio?

La crisi dell'occcupazione giovanile in Italia è un fatto ma, in un quadro di per sé difficile, quanto conta il titolo di studio? E quali gli ambiti disciplinari che, più di altri, riescono eventualmente a mantenere un buon equilibrio tra domanda e offerta di lavoro?

Edoardo Zaccardi - @EdoardoZaccardi

Le difficoltà incontrate dai giovani nel momento in cui si affacciano sul mercato del lavoro appaiono in Italia più evidenti che altrove, come del resto è noto tra gli addetti ai lavori e come evidenziato in un precedente contributo. In questo senso, i maggiori tassi di disoccupazione giovanile e di lavoratori scoraggiati che si rilevano nel nostro Paese, la più bassa partecipazione al lavoro da parte dei giovani, e così via, sono fotografie dello stesso fenomeno, ma sotto angolature diverse. Quali strategie attivare, dunque, quali i mezzi a disposizione per aggirare o provare a scalfire questo muro che si para tra giovani e lavoro?

Il pensiero corre, inevitabilmente, al titolo di studio. Eppure, da quanto si può osservare il nesso tra titolo di studio elevato e maggiori possibilità di occupazione sembra essersi interrotto, almeno nel nostro Paese: i tassi di occupazione riferiti ai 25-34enni laureati e non sono pressoché analoghi in Italia (62% tra i primi, 60% tra i secondi), mentre fuori dai nostri confini la laurea continua a rappresentare una marcia in più sul mercato, come conferma il differenziale di 8 punti percentuali che avvantaggia l’occupazione dei giovani laureati rispetto al totale della forza lavoro. Per i giovani italiani, dunque, è particolarmente complicato entrare nel mercato del lavoro che, dal canto suo, non fa sconti neppure ai profili più qualificati (fig. 1).

Tasso di occupazione 25-24 anni, 2015

A ben guardare, quanto ora rilevato non vale in maniera trasversale: al crescere dell’età della forza lavoro, infatti, la laurea recupera il suo valore ai fini lavorativi e il nostro Paese si riallinea a quanto osservato per gli altri Paesi. Prova ne è il tasso di occupazione tra i laureati over 35 (86% tra 35-44 anni, 89% tra 45 e 54 anni, 79% tra 55 e 64 anni) che è marcatamente più elevato di quello evidenziato tra quanti sono sprovvisti di laurea (fermo rispettivamente al 72%, 71% e 48%). Delle due l’una, quindi: o il valore della laurea a fini occupazionali è andato progressivamente sfumando, a dispetto del resto d’Europa e di quanto avveniva per le precedenti generazioni di lavoratori, per i quali, invece, rappresenta tuttora un valore aggiunto oppure – e questo appare più verosimile - l’attuale domanda di lavoro è talmente debole e parcellizzata da offrire puntuali chance a quei profili più appetiti dal mercato, lasciando sullo sfondo, in evidente difficoltà, quelle figure professionali connesse a percorsi formativi oggi meno richiesti dai potenziali datori di lavoro, ma tendenzialmente più diffuse nel nostro mercato del lavoro (fig. 2).

Tasso di occupazione in Italia per età e titolo di studio, 2015

Rispetto agli altri Paesi europei, infatti, l’Italia presenta una quota di laureati in materie scientifiche, tecnologiche e a indirizzo economico-finanziario - quelle più richieste dal mercato - che è sensibilmente inferiore: sommando la quota di laureati sul totale in ciascuno dei quattro gruppi disciplinari selezionati nella figura sottostante si raggiungono, infatti, soglie nell’intorno del 40% in Germania e Francia, del 30% in Spagna e appena del 22% in Italia (fig. 3).

Quota laureati per gruppi disciplinari

Pochi laureati, dunque, in quei percorsi formativi che oggi offrono maggiori sbocchi occupazionali, peraltro in un mercato del lavoro, come quello italiano, che già di per sé mostra un'estrema fatica nell’assorbire l’attuale offerta di lavoro. A determinare questa poco lusinghiera situazione, tuttavia, hanno contribuito anche le scelte compiute negli anni addietro dalle nuove leve che oggi si affacciano sul mercato, che per mancanza di efficace orientamento e per varie altre ragioni, hanno spesso intrapreso percorsi formativi poco spendibili sul mercato attuale o non in grado di conferire loro quel valore aggiunto rispetto a chi è in possesso di titoli di studio inferiori e che altri percorsi sono tuttora in grado di offrire.

L’analisi della condizione occupazionale dei laureati a 3 anni dal conseguimento del titolo mostra differenze ben marcate tra laureati di un certo gruppo disciplinare rispetto ad altri. Le dinamiche sono ben diverse a seconda del gruppo disciplinare di specializzazione, a parità di titolo di studio conseguito: da un lato, i laureati dei gruppi scientifico, ingegneristico, economico, per i quali l’ingresso nel mercato del lavoro è più fluido, sia per i tempi di inserimento (5,6 i mesi attesi dai laureati in ingegneria per ottenere il primo lavoro, 6,1 mesi per i laureati in materia scientifiche) che per le opportunità offerte (a tre anni dalla laurea solo il 7,8% dei laureati in ingegneria è ancora alla ricerca di lavoro, il 13,4% tra i laureati in economia); dall’altro lato, percorsi di studio che invece si confrontano con opportunità di inserirsi nel mercato del lavoro più circoscritte, come quelle che si palesano ai laureati negli indirizzi giuridico, letterario o politico-sociale, tra i quali a 3 anni dalla laurea la percentuale di quanti sono in cerca di lavoro sono più elevate (dal 20,5% al 32,9%) e i tempi sensibilmente più dilatati (dai 9,3 mesi ai 13,6) (fig. 4).

Condizione occupazionale dei laureati a 3 anni dalla laurea

Pur tra le tante difficoltà affrontate dai giovani italiani che si affacciano sul mercato, dunque, alcune categorie riescono più di altre ad arginare un fenomeno - quello della crisi del lavoro giovanile - che in Italia assume connotati più gravi che altrove e che arriva quasi a livellare ogni differenza nell’incrocio tra domanda e offerta di lavoro in base al titolo di studio.

20/3/2017

 
 
 

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