Chi pensa alle imprese?

Come favorire l'occupazione in Italia? Una delle strade recentemente più battute dai legislatori sembra essere quella della decontribuzione pro-neoassunti, ma una domanda sorge spontanea: perché non pensare invece a come rilanciare le imprese?

Edoardo Zaccardi

In un dibattito sul lavoro che, in vista della legge di Bilancio, è fortemente sbilanciato sul tema delle decontribuzioni pro-neoassunti, misura che da ormai svariati anni rappresenta il sentiero più battuto per rilanciare e incentivare l’occupazione, le imprese appaiono come il convitato di pietra. Chi pensa alle imprese? Chi si occupa di creare un terreno fertile per il fare impresa e invitante, al tempo stesso, per chi un’impresa l’ha già avviata e vorrebbe renderla ancora più competitiva sul mercato?

L’interrogativo sorge perché il dibattito di questi giorni sta forse indugiando troppo nel guardare il dito, perdendo però di vista la luna. In altri termini, ben venga l’incentivazione delle nuove assunzioni, ma il lavoro va prima di tutto creato, e magari successivamente incentivato. Ma chi crea oggi lavoro? Le imprese, che, tuttavia, in seguito a Industria 4.0 e agli incentivi introdotti con la legge di Bilancio dello scorso anno (superammortamenti, iperammortamenti, ecc.) faticano oggi a entrare nel vivo del dibattito, se non per i timori legati all’avvento dei robot all’interno dei capannoni nostrani. Le necessità del Paese invece, oggi più che mai, sono quella di poter contare su imprese competitive, vitali, che da sole siano in grado di generare occupazione, senza il necessario intervento delle decontribuzioni, e quella di poter fare il loro mestiere in un contesto “amico”.

Difficile guardare alla luna in quest’ultimo caso, se la Banca Mondiale nel suo report annuale Doing Business 2017 ci colloca in 50esima posizione su 190 Paesi, seguiti soltanto da Montenegro, Albania, Kosovo, Grecia e Bosnia-Erzegovina in Europa, mentre tutti gli altri nostri vicini continentali sono ben più in alto in classifica. Trascurando, per amor patrio, alcuni veri e propri talloni d’Achille per l’Italia che si ostina a fare impresa, nonostante i dati che seguono: per la voce starting a business risultiamo in 63esima posizione; getting credit in 101esima; enforcing contracts ci vede in posizione 108 e paying taxes in 126esima.

Tornando al tema del fare impresa che crea anche lavoro, se da un lato è innegabile che, se inserita all’interno di un programma di taglio strutturale del cuneo fiscale rivolto a tutta la platea di lavoratori, allora la decontribuzione potrà avere un senso e giustifica a pieno le risorse messe in campo in tutti questi anni, dall’altro lato, ponendoci nella situazione (scomoda) di chi in questo frangente volesse osservare cosa sta avvenendo all’interno delle imprese, rifuggendo dalla tentazione di cercare mere variazioni percentuali da spendere a fini giornalistici, allora il quadro cambia eccome. Ci siamo chiesti che lavoro stiamo creando, quali prospettive offriamo a quanti si accingono a compiere finalmente il salto verso il tanto agognato status di occupato, e soprattutto qual è il sentiment attuale delle imprese?

Le stesse che, come rilevato dalla Banca Mondiale, seppure alle prese con una burocrazia che le attanaglia e balzelli che le fiaccano, oltre a infrastrutture che mancano - e laddove ci sono inesorabilmente deperiscono - stanno compiendo un vero e proprio miracolo. Lo dicono i numeri che le imprese hanno ripreso ad assumere: da un lato, gli occupati sono cresciuti su base annua dello 0,7% nel 2015 e dell’1,3% nel 2016, più di Germania e Francia (rispettivamente +1,2% e +0,6%); dall’altro lato, anche il monte ore complessivamente lavorato dagli occupati è salito dell’1% nel 2015 e di un altro 1,7% nel 2016, ancora una volta più di Germania e Francia, ça va sans dire (rispettivamente +0,9% e -2,5% lo scorso anno).

Ma oltre ad assumere, cosa hanno fatto le imprese italiane, in quale contesto si sono mosse? Risposta tanto concisa, quanto sinistra: hanno visto calare la produttività del lavoro (-0,8% quella per ora lavorata), hanno mantenuto stagnanti gli investimenti (-0,1%) e, infine, hanno affrontato un incremento sensibile del costo del lavoro (+1%), inferiore soltanto a quello della Germania (+1,7%) (Fig. 1).

È evidente che qualcosa non torni. Soprattutto se in Spagna a fronte del calo del costo del lavoro le imprese hanno convogliato le risorse verso investimenti e produttività, in Germania, malgrado l’incremento del costo del lavoro sopportato, le imprese hanno continuato a investire, e in Francia gli investimenti continuano a mantenersi sostenuti.

Che ne sarà, quindi, di questa occupazione che è tornata a crescere, ma forse poggia su gambe troppo deboli, sostenute dall’ottimismo che ci pervade e poco più? E che ne sarà delle imprese che incrementano una parte degli input (il lavoro, ma non i capitali, gli investimenti, la ricerca) e si muovono in un contesto tutt’altro che amico? La direzione verso la quale punta il dito non pare la luna, piuttosto il pozzo: la strategia odierna sembra quella di un Paese che si sta avvitando su se stesso, che ha scelto mercati, prodotti, e quindi produce occupazione, per larga parte a basso valore aggiunto, facilmente sostituibili, drammaticamente esposti alla concorrenza internazionale e facili prede di competitor (sia per quanto concerne il lavoro, sia per le imprese).

La speranza è che coloro che davvero debbono pensare alle imprese tornino a far sentire la loro voce e a indicare la rotta, magari emulando quelle realtà produttive che restano competitive sui mercati. Nonostante tutto.

Produttività e investimenti, i principali Paesi europei a confronto

Edoardo Zaccardi, Attività di Ricerca Area Lavoro e Welfare - Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

11/9/2017

 
 
 

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