I mali del (mercato del) lavoro giovanile

Alti tassi di disoccupazione, elevata incidenza di lavori cosiddetti precari e “sotto-qualificati”, il per nulla trascurabile fenomeno dei NEET: il mercato del lavoro italiano è costretto a farei conti con la "questione giovani"

Edoardo Zaccardi - @EdoardoZaccardi

Avvieremo con questo contributo un’analisi in più puntate sulla cosiddetta questione giovanile, che ha assunto nel nostro Paese una portata e un'eco che ci riconoscono un triste primato in Europa. La condizione nella quale fin troppi ragazzi si trovano a vivere, infatti, annaspando tra i marosi della crisi, si è ormai cristallizzata entro contorni pericolosamente ampi e inesorabilmente viscosi, come dimostrano i dati che di volta in volta raggelano ogni tiepido miglioramento rilevato sul fronte dell’occupazione giovanile.

Scarsa partecipazione al lavoro, rassegnazione affiorante, alti tassi di disoccupazione, elevata incidenza di lavori cosiddetti precari e “sotto-qualificati”, e per finire, quel pernicioso fenomeno dei NEET che purtroppo vede in Italia uno dei suoi baluardi: questi alcuni – certamente i più noti – dei mali che oggi affliggono i giovani che si avvicinano – o hanno smesso prematuramente di farlo – sul mercato del lavoro. Peraltro, quelli che oggi sono problemi di occupazione, reddito e consumi, senza addentrarci nella sfera intima di chi certe situazioni le vive direttamente, sono poi destinati a propagarsi verso altre sfere: il caso più eclatante è quello di quanti, nel fuoriuscire dalla vita attiva, non potranno contare su un adeguato montante di contributi versati nel corso della vita lavorativa, e la questione automaticamente peserà sulla sfera della previdenza e dell’assistenza.

Ma andiamo a vedere cosa ci hanno riservato questi anni di crisi sul fronte dell’occupazione.

In primo luogo, il periodo 2007-2015 ha visto un netto incremento delle persone in cerca di lavoro in tutti i Paesi Ue a noi affini, ad eccezione della Germania, che invece dimostra dinamiche del tutto a sé: in Spagna, ad esempio, il numero di disoccupati è letteralmente “esploso”, peraltro ben prima che da noi, dove invece sembra aver pesato in maniera più accentuata l’onda lunga della crisi, dal 2012 in poi, quando il numero di persone in cerca di lavoro è praticamente raddoppiato rispetto al livello pre-crisi. Buoni segnali si rilevano, invece, a partire dal 2015, quando si è tornati ai livelli pre-2013, e ulteriori miglioramenti, seppur lenti, si sono perpetuati anche nel corso del 2016, come hanno riportato le rilevazioni statistiche più recenti.

Andamento numero dei disoccupati

Venendo alla questione “giovanile”, è calata - quasi a sorpresa - la quota delle più giovani leve tra quanti sono in cerca di lavoro. Il dato, tuttavia, va preso con le “molle”, perché è da tarare da un lato, con il fenomeno dei NEET, ovvero di quanti si chiamano fuori dal mercato e rinunciano a candidarsi per posizioni lavorative (e formative), facendo contrarre il numero di quanti sono in cerca di lavoro, mentre dall’altro lato, la passata crisi ha impattato non soltanto sui giovani lavoratori, tradizionalmente i più esposti a perdere il lavoro, ma anche sui lavoratori più maturi che sono stati espulsi dal mercato a seguito delle ristrutturazioni cui è stato costretto il tessuto produttivo e del calo della domanda.

Ciò premesso, malgrado in Italia la quota di giovanissimi sul totale dei disoccupati si sia contratta mediamente più di quanto non sia avvenuto negli altri Paesi, come del resto in Spagna, restiamo l’area in cui la quota di 15-24enni in cerca di lavoro sul totale è patologicamente ampia, in questo caso in compagnia della Francia.

Quota 15-24enni sul totale dei disoccupati

Andando ancora oltre nell’analisi è possibile giungere ad una ulteriore qualificazione della questione giovanile italiana: il vero problema, insomma, non è tanto il numero di giovani in cerca di lavoro o la loro quota sul totale dei disoccupati, quanto i connotati che assume il “baratro” della disoccupazione, che nella sua vischiosità avviluppa le speranze dei giovani che, una volta che ne sono coinvolti, fanno estrema fatica a rientrare nel mercato. In Italia la piaga della disoccupazione giovanile è accentuata dalla sua lunga durata: come evidenzia il grafico sottostante, la percentuale di giovani che rientrano in questa condizione è particolarmente elevata (55,7%), rispetto agli altri Paesi (in Spagna è del 35%, in Francia del 28,8%, in Germania del 22,5%), vale a dire più di un 15-24enne su due in cerca di lavoro è in questa situazione da almeno un anno. Peraltro, tale incidenza è notevolmente aumentata rispetto alla fase pre-crisi, acuendo il rischio di obsolescenza delle competenze da parte di chi ne è coinvolto e di scoraggiamento, oltre a privare il Paese di una componente fondamentale per la produttività, la crescita, lo sviluppo.

Disoccupati di lunga durata sul totale dei disoccupati

Al prossimo appuntamento.

15/2/2017

 
 
 

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