L’importanza del work-life balance "al femminile"

L'occupazione femminile cresce, ma il mercato del lavoro continua a evidenziare criticità per le donne, soprattutto in termini di conciliazione tra vita professionale e privata: le soluzioni che potrebbero arginare il fenomeno incentivando il work-life balance "al femminile" 

Gabriele Fava

Gli attuali scenari del mercato del lavoro continuano a evidenziare una serie di criticità in materia di lavoro femminile. In particolare, si registrano una serie di fattori eterogenei che penalizzano, direttamente e/o indirettamente, le donne. Queste ultime, infatti, a parità di requisiti rispetto agli uomini, sono spesso soggette a contratti di lavoro precari, retribuzioni inferiori, minori prospettive in termini di carriera.

Inoltre, le donne risultano essere maggiormente soggette a fattispecie discriminatorie nelle diverse fasi afferenti al rapporto di lavoro (ad esempio, si pensi alla valutazione in fase di accesso al mercato del lavoro della situazione familiare, discriminazioni connesse alla maternità ecc.) e più esposte a difficoltà in termini di conciliazione lavoro - vita privata/famiglia, il cosiddetto work-life balance

Proprio con specifico riferimento a quest'ultimo aspetto, nel 2016, secondo i dati resi noti dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro, le dimissioni e le risoluzioni consensuali hanno riguardato in larga parte lavoratrici madri: 27.443 (a fronte di 25.620 nell’anno 2015), con una percentuale pari al 79%  dei casi a livello nazionale computando anche i dati riferiti alle regioni Sicilia e Trentino-Alto Adige. Tali dati debbono essere analizzati in correlazione con le percentuali di natalità rese note dall’ISTAT che, nel 2016, ha di fatto confermato il calo delle nascite: i nati vivi nel 2016 passano a 473.438 (nel 2015 erano 485.780) e il quoziente di natalitàuniforme sul territorio, scende a 7,8 nati per mille abitanti (nel 2015 si attestava a  8,0 nati per mille abitanti).

Si tratta di dati allarmanti che, indubbiamente, testimoniano la sussistenza di difficoltà oggettive in termini di conciliazione tra esigenze lavorative ed esigenze connesse alla nascita di un figlio. A tal proposito, sarebbe opportuno valorizzare, attraverso incentivi ad hoc per le aziende, lo smart working come strumento per evitare l’abbandono del posto di lavoro da parte delle donne.  

Introdotto in Italia mediante la legge n. 81/2017, lo smart working si pone infatti come uno strumento innovativo alternativo al telelavoro, rispetto al quale si caratterizza per minore rigidità normativa e maggiori potenzialità: per il lavoratore, in quanto garantisce la possibilità di conciliare i tempi di vita con quelli di lavoro; per il datore di lavoro, sotto il profilo organizzativo e in termini di produttività e di riduzione dei costi.

Lo smart working si colloca dunque a tutti gli effetti nell’alveo del lavoro subordinato a tempo indeterminato o determinato e prevede la possibilità di svolgere la prestazione lavorativa solo in parte all’interno dei locali aziendali e con i soli vincoli di orario massimo derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva. Oltre a valorizzare lo strumento dello smart working come metodologia fondamentale per migliorare le possibilità per le lavoratrici di conciliare esigenze lavorative con esigenze connesse alla vita familiare, sarebbe altresì auspicabile contrastare ogni sorta di discriminazione di genere attraverso l’implementazione di apposite policy aziendali.

Gabriele Fava, Socio Fondatore e Presidente dello Studio legale Fava & Associati

7/2/2018 

 
 
 

Ti potrebbe interessare anche