La leggenda delle assunzioni degli ultracinquantenni

Le aziende assumono davvero prevalentemente over50? La risposta è in realtà meno scontata di quanto sembrerebbe e, soprattutto, richiede un'attenta lettura dei dati, numeri influenzati in modo significativo (e inevitabile) da una dinamica demografica complessiva, della quale non si può non tenere conto anche nell'analisi dell'andamento del mercato del lavoro italiano 

Claudio Negro

I dati ISTAT sul mercato del lavoro aggiornati a luglio confermano una tendenza già evidente da qualche tempo: l’aumento delle persone al lavoro porta l’occupazione ai livelli pre-crisi del 2008, come già accaduto in Lombardia nei mesi scorsi. L’inconfutabile chiarezza dei numeri ha anche il merito di indirizzare la critica dei media su questioni reali e serie, quali la qualità della nuova occupazione dal punto di vista dei contenuti professionali e della retribuzione. [...]

Bisogna ricordare che l’ISTAT non monitora gli avviamenti al lavoro, (non le nuove assunzioni che si desumono dalle Comunicazioni Obbligatorie e che invece vengono illustrate dai report dell’Osservatorio INPS), ma semplicemente quante sono le persone occupate in un certo periodo, e confronta questo dato con quello del periodo precedente, in assoluto e dividendole per fasce di età. Questi numeri sono influenzati in modo significativo dalla dinamica demografica, per cui un lavoratore che, a fine giugno abbia compiuto 50 anni, a luglio non viene più computato nella fascia 35-49 (e, quindi, quella fascia “perde” un occupato), mentre la fascia 50-64 ne “guadagna” uno. Poichè nella nostra società la distribuzione della popolazione nelle fasce di età non è uguale, ma è più larga nelle fasce di età più anziane, il ricambio (ingresso di nuovi soggetti nelle fasce più giovani) non è equivalente all’uscita di giovani verso le fasce più anziane.

C’è di conseguenza un invecchiamento degli occupati più o meno equivalente all’invecchiamento della popolazione complessiva: che le aziende assumano prevalentemente over50 è un effetto ottico dovuto alla dinamica demografica. Del resto, basterebbe prendersi la briga di leggere le tabelle dell’ISTAT fino in fondo per scoprire l’ultima (e benemerita) tabella “Variazioni Tendenziali al Netto della Componente Demografica”, dalla quale si desume che, nella fascia 15-34, gli occupati sono aumentati di 1,7% e i disoccupati diminuiti del 3,2%; in quella 35-49, apparentemente penalizzata dai dati grezzi, gli occupati aumentano del 0,9% (anziché diminuire, come nell’ “effetto ottico”, dell’1,2%) e i disoccupati calano del 2,3%, mentre nella fascia 50-64, quella “privilegiata”, l’occupazione aumenta del 1,8% contro il 3,7% e, guarda un po’, la disoccupazione aumenta del 15,4%!

Ci aiuta a rimettere a fuoco le cose il report relativo al primo semestre 2017 pubblicato dall’Osservatorio sul Precariato (INPS): qui, come detto prima, si conteggiano assunzioni e cessazioni e questo permette quindi di osservare i flussi del mercato del lavoro, e non solo il saldo finale. Per quanto concerne le assunzioni (ossia assunzioni di giovani al primo impiego, di disoccupati, di lavoratori provenienti da un’altra azienda) sono state (considerando contratti a tempo indeterminato, a termine e di apprendistato) 1.124.831 per la fascia 15-30 anni. Due istruzioni per l’uso di questi dati. La prima: le fasce di età prese in considerazione da INPS non combaciano con quelle di ISTAT, ma dai 49 anni in su corrispondono, e questa è la fascia i cui dati servono al nostro ragionamento. La seconda: i numeri di cui stiamo parlando riguardano gli avviamenti al lavoro, non il saldo occupazionale (quello che illustra l’INPS; quindi il milione e rotti di avviamenti al lavoro va confrontato coi numeri delle cessazioni (pensionamenti, dimissioni, licenziamenti e, soprattutto, scadenza di contratto a termine).

Ciò detto, vediamo le assunzioni per le altre fasce di età: da 30 a 49 anni sono 1,482,788; sopra i 49 anni, cioè nella fascia in cui secondo alcuni media avvengono quasi esclusivamente le assunzioni ce ne sono solo 529,169! Sono contratti a tempo indeterminato, che confinano il “precariato” dei contratti a termine nelle fasce d’età più giovane? Assolutamente no: le assunzioni a tempo indeterminato sono il 26% del totale contro il 24% della fascia precedente. Le “nuove assunzioni” non vengono fatte prevalentemente tra gli over 50 ma, al contrario, tra le fasce d’età più giovani. L’occupazione della fascia over50 si gonfia per effetto dell’invecchiamento dei lavoratori già occupati e del prolungamento dell’età lavorativa,

Più fondate paiono le obiezioni riguardo alla “qualità” dell’occupazione che si è creata. Ovviamente, bisogna capire come determinare la qualità di un posto di lavoro: non abbiamo trovato dati che diano conto, se non per microaree o situazioni singole, dei contenuti della job description o almeno dell’inquadramento dei nuovi assunti, e la semplice ripartizione tra operai, impiegati, quadri e dirigenti non dice nulla di significativo. Gli unici dati oggettivi cui possiamo attenerci sono quelli relativi alla retribuzione e all’orario.

Quanto alla prima (anche qui usiamo i dati INPS sul primo semestre), effettivamente occorre constatare che, mentre la retribuzione dei neoassunti a tempo indeterminato, sia rispetto al 2015 che al 2016, è in crescita (+6,7% sul 2015), diminuisce quella dei contratti a termine (-2,4%). Quanto all’orario, bisogna osservare che il 40% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato sono in part time (in calo rispetto al 42% del 2016), così come lo sono il 39% di quelle a termine (in aumento dal 37% del 2016). Non abbiamo ancora per questo periodo il dato su quanti siano i part time involontari, ma nel trimestre precedente erano in calo.

Un’osservazione a caldo su questi pochi parametri parrebbe indicare che si consolida un’occupazione meglio retribuita e full time tra i lavoratori a tempo indeterminato, mentre tra i tempi determinati la tendenza è inversa. Il fatto che le assunzioni a termine siano in aumento (66% degli avviamenti nel 2017 contro il 62% del 2016) può indurre a pensare che siamo di fronte al principio di un fenomeno di working poors. In realtà, questo allarme va ridimensionato: innanzitutto, il lavoro a termine rappresenta solo il 14% dell’occupazione totale, esattamente come la media UE, ma inferiore per esempio al dato di Francia, Svezia e Olanda.

Tuttavia, si tratta di una questione che merita di essere approfondita anche in relazione all’occupazione giovanile, visto che per le fasce fino a 29 anni le assunzioni a termine rappresentano ben il 75% del totale

Claudio Negro, Fondazione Anna Kuliscioff

18/9/2017

 
 
 

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