I dati su licenziamenti e dimissioni tra criticità e (corretta) informazione

Cosa emerge dal Report gennaio-febbraio dell'Osservatorio sul Precariato dell'INPS? Al netto di titoli sensazionalistici, facciamo il punto sugli ultimi dati in materia di assunzioni, dimissioni e licenziamenti

Claudio Negro - @claudionegro2

Appena pubblicato il Report gennaio-febbraio dell'Osservatorio sul Precariato dell'INPS si è scatenata la solita corsa al titolo a “effetto speciale” e l'esercizio della lamentazione masochista (sport largamente diffuso tra politici e media, ma non solo). Stavolta caso di scandalo è l'andamento delle cessazioni dei rapporti di lavoro. Spiace constatare che la testata che con maggiore entusiasmo  s'è infilata stavolta in questa commedia è Il Manifesto, al quale pure è giusto riconoscere un passato livello culturale di assoluta eccellenza, a prescindere dalla condivisione delle scelte politiche. I successori di Pintor e Magri così titolano “Boom di licenziamenti grazie al Jobs Act” e nell'occhiello “ISTAT: aumentate del 30 (si suppone “%”) le persone che hanno perso il lavoro dopo l'abolizione dell'art.18”. Già il fatto che si presenti un database INPS attribuendolo, nel titolo ma non nel corpo dell'articolo, all'ISTAT ci dice molto dell'accuratezza con la quale questa testata (ma, per carità, non è la sola) si documenta.

Ma vediamo i dati comunicati dall'INPS.

Innanzitutto per una visione complessiva, notiamo che il saldo tra cessazioni e assunzioni è positivo, per i mesi gennaio-febbraio (tutti i dati successivi sono riferiti a questo periodo temporale) del 2017 di 211.000 unità, contro i 181.000 del corrispettivo periodo del 2016. Quindi, come dato “ambientale”, le assunzioni superano in modo significativo le cessazioni, più ancora di quanto non fosse già successo l'anno scorso. Peraltro, le cessazioni di contratti a tempo indeterminato, che ovviamente possono essere dovute a dimissioni o pensionamenti oltre a licenziamenti, sono state 240.000 contro 265.000 del 2016. Diminuzione non clamorosa, ma evidente.

Sono aumentate le cessazioni dei contratti a tempo determinato? Certo: se aumentano i contratti a termine, che incorporano la cessazione in tempi prefissati, aumenteranno anche le cessazioni di questi contratti. Resta da definire se per le persone coinvolte sia stato un vantaggio o un danno lavorare per quel periodo, anziché restare disoccupate. Ma questo è un altro discorso.

Analizziamo quindi i licenziamenti veri e propri (che ovviamente non vanno confusi con le cessazioni). Prima sorpresa: i licenziamenti per motivi “economici” (giustificato motivo oggettivo, licenziamento collettivo) sono in calo: 71.000 contro 77.000 dello stesso periodo del 2016 e 74.000 del 2015. Già questo ci dice che il famigerato contratto a tutele crescenti non ha dato il via a un'orgia di licenziamenti.

Ma veniamo ora ll'hard core dello scandalo: i licenziamenti per giusta causa/motivi soggettivi (essenzialmente disciplinari). Sono aumentati passando da 8483 del 2015 a 10107 del 2016, a 11656 del 2017. Attenzione  però: sono aumentati sia per le aziende con meno di 15 dipendenti, per le quali il Jobs Act non ha modificato la normativa, sia per quelle superiori ai 15. Si fa quindi fatica a vedere un rapporto di causa effetto tra Jobs Act e aumento dei licenziamenti disciplinari. Anche perché dei suddetti licenziamenti non possediamo un dato che sarebbe determinante: quanti dei 5.347 licenziati per motivi disciplinari da aziende over 15 sono stati assunti successivamente a marzo 2015 (gli assunti in data antecedente continuano a godere delle tutele dell'art.18? Stiamo parlando del 2% (se tutti fossero state nuove assunzioni)  del totale delle cessazioni; e ovviamente non lo sono.

Certo che scrivere “i licenziamenti disciplinari sono aumentati del 30%” fa molto più effetto che dire che sono aumentati di 1.549 unità, corrispondenti allo 0,006% degli occupati totali. Così come faceva molto più effetto citare i milioni di voucher acquistati, ma non dire che equivalevano allo 0,23% delle retribuzioni pagate in un anno in Italia.

Va invece sottolineato che si consolida un rapporto inverso, già notato nel report precedente, tra aumento dei licenziamenti per giusta causa/motivi soggettivi e diminuzione delle dimissioni: da 146.000 del 2016 a 124.000 del 2017: segno che funziona la procedura del diabolico Jobs Act per combattere le dimissioni forzate. Non sarà mai possibile, ma sarebbe interessante sapere quanti dei 1541 licenziamenti disciplinari in più sarebbero stati dimissioni nell'ancien regime

Infine qualche dato positivo (inutile cercarlo nei giornali delle “verità alternative”). Le assunzioni a tempo indeterminato rispetto al totale delle assunzioni sono in calo, pur restando in crescita come valore assoluto, ma questo calo è minimo per il comparto industriale (dal 43,2% al 40,4%) e per i profili più professionalizzati (impiegati-quadri dal 37,3% al 35,1%). E' un sintomo di consolidamento che non va trascurato.

Le nuove assunzioni a tempo indeterminato fanno segnare retribuzioni più alte: il 68,2% supera i 1.500€ contro il 64,2% dell'anno scorso.

Un ultimo dato attorno al quale si potrebbe discutere molto: pur restando basso, il tasso di assunzioni di giovani under 29 è leggermente salito: passiamo dalle 259.493 assunzioni del 2016 alle 263.085 del 2017; dato che tiene conto della assunzioni a tempo indeterminato (molto diminuite) e di quelle a termine e in apprendistato (molto aumentate).    

4/5/2017 

 
 
 

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