Previdenza chiama lavoro

Ancor di più in un sistema contributivo, il lavoro è un ingrediente assolutamente necessario per assicurarsi la pensione. Affermazione valida per il singolo lavoratore a livello "micro", ma cui non sfugge l'intero sistema anche a livello più "macro": ecco come e perché

Edoardo Zaccardi

Come un mantra ci sentiamo ripetere che la maturazione di un trattamento pensionistico adeguato passa attraverso versamenti contributivi regolari, prolungati e, nei limiti del possibile, sostanziosi: va da sé che gli importi pensionistici di cui godremo in futuro sono direttamente correlati a queste tre variabili. Il lavoro, in buona sostanza, è un ingrediente assolutamente necessario per costruire la nostra personale pensione: “tanto versi tanto ricevi” in un sistema contributivo.

Ma se vale per un approccio micro, l’affermazione “senza lavoro non c’è previdenza” è altrettanto valida per un approccio di tipo macro. Molte volte, infatti, il nostro sistema pensionistico presta il fianco a commenti riferiti alla sua tenuta, alla sua sostenibilità di medio periodo: se per un verso le opinioni sono talvolta discordanti su questo aspetto, per altro verso tutti concordano sul fatto che in un sistema a ripartizione, come il nostro, è necessario poter contare su un flusso di contribuzioni sufficiente ad alimentare le pensioni in essere. Su questo punto, svariate sono le ricette che si propongono di trovare quel giusto mix di ingredienti capaci di tenere in equilibrio il sistema pensionistico. Tra queste, prendendo spunto da quanto sostenuto dal Prof. Alberto Brambilla in più occasioni, proviamo a fornire una chiave di lettura differente per misurare lo stato di salute del nostro sistema e a quantificare lo sforzo (inevitabilmente ex-post) che dobbiamo di volta in volta compiere per avvicinarci al punto di equilibrio.

L’assunto di partenza è il seguente: il nostro sistema pensionistico godrebbe di ottima salute se il rapporto tra gli occupati, che versano i contributi, e i pensionati, che questi contributi li ricevono sotto forma di rate pensionistiche, fosse pari a 1,5.

Se dunque 1,5 è l’obiettivo cui tendere, vediamo a che punto siamo di questa che scopriremo essere una vera e propria rincorsa: dal grafico che segue, infatti, vediamo che di strada ne abbiamo percorsa dal 1997 ad oggi, avvicinandoci progressivamente a quella fatidica soglia, anzi, mai siamo stati tanto prossimi ad essa (1,385). Da un lato la ripresa occupazionale, che tuttavia non soddisfa ancora pienamente, dall’altro lato gli effetti delle riforme pensionistiche che hanno irrigidito – forse fin troppo - i requisiti per il pensionamento, hanno reso il quadro in progressivo miglioramento.

Fonte: Elaborazione Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati Istat 

Soffermandoci ancora sul grafico, possiamo rilevare per ciascuno degli anni analizzati il gap di occupazione per raggiungere il livello 1,5[1], quindi quanti occupati sono mancati all’appello per raggiungere quel punto ottimale del mercato del lavoro tale da garantire un equilibrio nei conti del nostro sistema pensionistico, partendo dall’assunto sopraesposto. Ebbene, dagli oltre 3,8 milioni di occupati mancanti nel 1997 siamo giunti a poco più di 1,8 milioni, recuperando quasi 2 milioni di occupati. Ma ancora non basta, evidentemente.

Per avere una raffigurazione ancora più immediata di quella che può assumersi come proxy dell’equilibrio (statico) di un sistema pensionistico o parametro obiettivo per gli addetti ai lavori, si può confrontare il tasso di occupazione registrato nel corso degli ultimi due decenni con quello “di equilibrio”, calcolato ipotizzando un rapporto tra occupati (15-64 anni) e pensionati (variabile fissa) pari a 1,5. Anche in questo caso, il bicchiere è mezzo pieno: se nel 1997 il differenziale tra i due valori, quello reale e quello “di equilibrio”, era di ben 10 punti percentuali, oggi si è più che dimezzato, attestandosi a 4,7 punti, il minimo mai raggiunto. Certamente un tasso odierno di occupazione del 62% sarebbe una boccata d’ossigeno non soltanto per i conti delle pensioni, a livello macro ovviamente, ma per il Paese nel complesso: basti pensare al gettito fiscale generato, allo slancio a consumi e investimenti, alle risorse da liberare per la ricerca e lo sviluppo a tutti gli altri aspetti vitali per la crescita e il benessere del Paese. E perché no, tornando ora sul piano micro, al sollievo per tutti coloro che più faticano nel mercato del lavoro, su tutti i più giovani e le persone in cerca di lavoro al Sud.

Fonte: Elaborazione Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati Istat 

Se infatti nel grafico che segue diamo uno sguardo al tasso di occupazione rilevato nelle varie aree del Paese, possiamo constatare come “quota 62” sia stata nel 2016 un traguardo a distanza variabile secondo la latitudine. A seconda del punto di osservazione, la sfida è risultata più o meno impegnativa: al Nord del tutto alla portata, al Sud assolutamente proibitiva, considerato il tasso di occupazione del 43,4%.

Non resta che sperare negli effetti del testo approvato in prima lettura in questi giorni al Senato “Conversione in legge del decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, recante disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno” e sul quale ora si pronuncerà la Camera. L’ennesimo tentativo di ri-attivare il Sud attraverso incentivi che riguardano in particolare giovani, agricoltura e innovazione: tre risorse cruciali per il Mezzogiorno e dalle quali non può non passare il suo rilancio.

Fonte: Elaborazione Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati Istat 

Edoardo Zaccardi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

1/08/2017


[1] In questo caso si considerano gli occupati 15-64 anni, per poter confrontare il tasso di occupazione reale, di fonte ufficiale, con quello che in seguito verrà definito “di equilibrio”.

 
 
 

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