Ape volontaria, una nuova opportunità

Ma l'Ape volontaria conviene davvero? Se a prima vista può sembrare costosa, a un'analisi più attenta si rivela un'utile "opportunità" in grado di agevolare i lavoratori, senza oltretutto gravare sulle finanze pubbliche 

Alberto Brambilla - @AlBrambilla

Le rigidità pensionistiche introdotte dalla riforma Monti Fornero del 2011, associate alla profondità della crisi che si è riflessa sui livelli di occupazione, in particolare i lavoratori precoci, le donne e tutti coloro che hanno qualche invalidità o che sono da tempo beneficiari di ammortizzatori sociali, richiedevano di prevedere, seppur in misura ridotta e con beneficiari davvero bisognosi, qualche misura di flessibilità.

In attesa di reperire le risorse per eliminare l’indicizzazione all’aspettativa di vita dell’anzianità contributiva riportandola a massimo 41,5 anni, la risposta è stata l’Ape sociale che, probabilmente visti gli stanziamenti di 300 milioni per i restanti 6 mesi del 2017 e i 600 del 2018, potrà soddisfare non oltre 50.000 soggetti: un buon numero se si considera che già oltre 110.000 lavoratori (ma ne seguiranno probabilmente altri 25.000) hanno beneficiato delle 8 salvaguardie di questi ultimi 4 anni, indirizzate a coloro che si trovavano senza stipendio e pensione e con ammortizzatori sociali esauriti. L’Ape sociale è totalmente gratuita per i beneficiari e, quindi, la spesa è a totale carico dello Stato, come del resto le 8 salvaguardie che ci costeranno circa 10 miliardi.

Ma la necessità di flessibilità si potrebbe manifestare anche tra i lavoratori che, al momento, godono di buona salute e un lavoro ce l’hanno, anche perché un buon metodo di calcolo contributivo dovrebbe prevedere una forchetta di flessibilità in uscita; in origine, con la riforma Dini, si poteva uscire tra i 57 e i 65 anni, ora potrebbe essere tra i 63 e i 70. Ovviamente, più si anticipa e meno pensione si riceve, per il semplice motivo che la pensione si prende per un numero maggiore di anni. La risposta del Governo è la cosiddetta APE volontaria che doveva entrare in vigore dal primo maggio scorso, di cui si attende il decreto di attuazione (DPCM) e che dovrebbe durare in forma sperimentale, fino al 31 dicembre 2018.

A differenza dell’APE sociale o agevolata, l’anticipazione non sarà fatta dallo Stato, ma dalle banche; si tratta in sostanza di un prestito. Il vantaggio per lo Stato rispetto ad altre proposte di flessibilità in uscita è che non c’è alcuna anticipazione di spesa e, quindi, non c’è la necessità di reperire coperture finanziarie tranne che per l’agevolazione su interessi e assicurazione. L’APE volontaria si può richiedere con almeno 63 anni di età indipendentemente dagli anni di contribuzione (sarebbe forse utile prevedere almeno 30/35 anni di contribuzione compresa quella figurativa,con deroghe per casi simili alla social) per un anticipo massimo di 43 mesi dato che, a oggi, l’età di pensionamento è pari a 66 anni e 7 mesi e si può percepire anche se il lavoratore continua a lavorare magari con un lavoro part time o similari. L’importo massimo dell’APE sarà pari al 90% del futuro assegno pensionistico, il cui valore è comunicato dall’Inps, per anticipi fino a 11 mesi, 85% da 12 a 24 mesi e 75% oltre i 24 mesi.

Ma come funziona e quanto costa l’Ape volontaria? Intanto gli interessati, appena APE sarà operativa, devono fare la domanda all’Inps. Una volta avuta la certificazione dall’Istituto sul diritto alla pensione e sull’ammontare della stessa l’anticipo verrà erogato, tramite l’Inps, da una banca nella percentuale scelta dal lavoratore fino al massimo previsto dalla norma; ad esempio, se l’importo della pensione certificato dall’Inps è di 1.300 euro, il lavoratore potrà chiede anche solo il 40%, magari continuando anche a lavorare part time. Peraltro l’APE potrà essere integrata anche da RITA (la rendita integrativa temporanea anticipata) che il lavoratore, se iscritto ad una forma di previdenza complementare, può richiedere al proprio fondo pensionistico. Al momento dell’erogazione verrà stabilito il tasso di interesse sul prestito (circa il 2,5% fisso) che comprende anche il costo della polizza di assicurazione, versato dalla banca stessa alla Compagnia in unica soluzione; la polizza di assicurazione di puro rischio copre la banca dalla possibilità di decesso anticipato del beneficiario. Alla fine del periodo di anticipo, che coinciderà con la maturazione dei requisiti per aver diritto alla pensione, l’Inps erogherà l’assegno pensionistico trattenendo la quota di restituzione del prestito comprensiva degli interessi e dell’assicurazione.

Ma conviene questa Ape volontaria? In prima battuta parrebbe costosa. Ma, se si entra nel meccanismo senza pregiudizi considerando il provvedimento come “un'opportunità in più” a disposizione dei lavoratori, forse vale la pena di farci un pensierino. Intanto, l’APE sarà rimborsata in 20 anni attraverso la citata ritenuta effettuata dall’Inps e, in caso di decesso del lavoratore, non graverà sugli eredi poiché coperta da assicurazione; inoltre  il 50% degli interessi sul prestito (per il periodo di fruizione dell’anticipazione e per i 20 anni di restituzione) e il costo dell’assicurazione, potranno essere dedotti fiscalmente. La tabella in pagina evidenzia la percentuale indicativa di incidenza del rimborso di APE sull’assegno pensionistico, che aumenta in funzione dei mesi di anticipo richiesti: si va dal 3,19% per 6 mesi al 6% per 12 mesi e così via, percentuali accettabili se si considera che comunque si è percepita la pensione per un periodo maggiore. Inoltre, la rata del rimborso è fissam mentre la pensione è indicizzata all’inflazione; il grafico in pagina evidenzia che tale incidenza si riduce nel tempo esattamente come accade per i mutui a tasso fisso; infatti, per un anticipo di 24 mesi, si passa da una riduzione della pensione per il primo anno del 12% per arrivare al decimo anno al 10,5% con una incidenza media di periodo attorno al 10,46%.

Incidenza Costo Ape su pensione

  Fonte: elaborazione Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

Inoltre, la percentuale mensile da restituire  potrebbe essere inferiore anche del 50% se a APE si abbinasse l’erogazione da parte dell’azienda che intende favorire il turn over, di somme equivalenti al TFR, una “dote” a copertura dei costi di rimborso che sarebbe assoggettata a tassazione separata. Altra mitigazione potrebbe consistere nel versamento del 33% dei contributi sociali a carico dell’azienda per il periodo di anticipazione che aumenterebbe la pensione finale; infine, anche l’utilizzo dei fondi di solidarietà o di RITA, ridurrebbe la differenza tra pensione prima e dopo APE.

Certo, si potrebbe fare di più riducendo, ad esempio, i costi dell’assicurazione attualmente attorno al 30% del prestito, ma se il “rodaggio” di APE e RITA funzionerà bene le condizioni potranno migliorare ulteriormente; intanto, apprezziamo questa prima forma di flessibilità che siamo sicuri verrà copiata da altri Paesi, perché agevola i lavoratori senza aggravare sulla finanza pubblica.

I costi dell'Ape volontaria

 Fonte: elaborazione Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi Itinerari Previdenziali  

17/7/2017

 
 
 

Ti potrebbe interessare anche