Le differenze culturali nel dibattito su pensioni e previdenza complementare in Italia e all'estero

Il Pension Outlook 2016 recentemente diffuso dall'Ocse si presta a diverse chiavi di lettura: l'Italia svetta per peso contributivo in Europa, mentre la previdenza complementare cresce ma senza decollare. Quale la correlazione tra i due dati? E in che modo incide sul futuro delle pensioni italiane un mercato del lavoro tanto instabile? 

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È stata diffusa lo scorso dicembre l'ultima edizione del Pension Outlook 2016, report annuale realizzato dall’Ocse che analizza la risposta dei sistemi pensionistici dei 35 Paesi facenti parte dell’area alle sfide poste dall’invecchiamento demografico e da un clima economico ancora segnato dagli effetti della crisi finanziaria. A conquistare l’attenzione dei media italiani soprattutto il dato relativo al peso contributivo, che vede in effetti l’Italia svettare sugli altri Paesi, con una contribuzione previdenziale obbligatoria pari al 33% nel caso dei lavoratori dipendenti. Un dato che tuttavia merita di essere analizzato approfonditamente, al di là dei facili sensazionalismi: su SenzaFiltro il commento del Prof. Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. 

[...] Dallo studio emerge che la contribuzione previdenziale obbligatoria in Italia è pari al 33% della retribuzione media dei lavoratori dipendenti, con il 9.19% a carico del dipendente e il 23.81% a carico del datore di lavoro. Se si guarda oltre confine, si nota che i contributi a carico del lavoratore non sono distanti: in Francia, il peso contributivo complessivo è del 24.8% ripartito tra datore di lavoro e dipendente rispettivamente per 14.23% e 10.65%; in Germania, il totale è del 19%, egualmente ripartito tra impresa e dipendente. Ad avvicinarsi all’Italia per contribuzione datoriale è la sola Spagna (23.61%), dove però i contributi a carico del dipendente (4.7%) sono molto inferiori.

Fonte: Ocse Pension Outlook 2016

«È vero che siamo al vertice della classifica internazionale per livello di contribuzione per i lavoratori dipendenti e pubblici e privati, ma i lavoratori autonomi versano circa il 24% del loro reddito e i liberi professionisti non superano la soglia del 15%”», precisa Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. «Ed è proprio per l’alto livello di contribuzione che possiamo vantare buoni tassi di sostituzione netti, che variano (rispetto all’ultimo reddito) tra il 60% dei lavori autonomi e il 70% dei dipendenti. Dipendenti con buone carriere possono arrivare anche al 74%».

I tassi di sostituzione sono in effetti determinanti per capire in che modo il regime contributivo incida poi sulla rendita pensionistica. Nel caso dell’Italia, a pesare sul futuro, «Più che la tanto dibattuta precarietà o il metodo di calcolo contributivo, sono il basso livello dei salari e un mercato del lavoro poco dinamico e ancora incapace di favorire un corretto incontro tra domanda e offerta», spiega Brambilla. «In merito al contributivo, possiamo invece dire che questo metodo di calcolo, proprio per com’è costruito, non è così svantaggioso come sembra. Anzi, soprattutto dopo i 63/64 anni, in conseguenza dei coefficienti di trasformazione applicati, garantisce tassi di sostituzione più elevati. Inoltre, viste le età di pensionamento (almeno 67 anni) e le età d’ingresso nel mondo del lavoro (24 anni), anche supponendo di perdere 7 o più anni a causa d’intermittenza tra un lavoro e l’altro, con 67 anni d’età e 35 anni di contribuzione si possono ottenere buoni tassi di sostituzione».

Se l’allarme Ocse sul futuro degli assegni pensionistici è globale, il confronto con gli altri Paesi richiede doverose premesse. Oltre alle differenze in atto nei vari sistemi, occorre considerare che, negli ultimi anni, molti Paesi si sono dovuti confrontare con l’(in)sostenibilità dei propri conti pubblici. Anche l’Italia, che nel 2015 aveva ancora il secondo più elevato livello di spesa pubblica per pensioni in relazione al PIL — il 16% a fronte dell’8.4% fissato dalla media Ocse — nonostante un lungo cammino di riforme volte a impedire il collasso del sistema. Sul punto Michaela Camilleri, del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, precisa che «Nei dati per spesa per pensioni comunicati a Istituzioni e organi di ricerca internazionali sono comprese voci che in realtà fanno capo all’ambito dell’assistenza e non esclusivamente a quello della previdenza, come fanno molti Paesi cui veniamo paragonati. Ad esempio, le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali vengono imputate alla spesa per pensioni e non, come sarebbe corretto, alla voce “sostegno alla famiglia” o “esclusione sociale”». Se scorporassimo dalla spesa pensionistica la quota di trattamenti puramente assistenziali e le tasse, la percentuale italiana sarebbe quantomeno in linea con la media EU (intorno all’11-12% del Pil). [...]

 

 

25/1/2017

 

 
 

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