Fondi pensione e PIP, chi vince alla prova dell’efficienza

Nonostante l'andamento dei mercati finanziari abbia generato qualche apprensione, gli ultimi tre anni non hanno rappresentato un periodo particolarmente ostico per la previdenza integrativa: all'interno di questo scenario, quali le forme complementari rivelatesi più efficienti? 

Leo Campagna

Gli ultimi tre anni non hanno rappresentato, per quanto riguarda l’andamento dei mercati finanziari, un periodo particolarmente ostico per le forme di previdenza integrativa. La politica monetaria delle principali Banche Centrali mondiali è stata accomodante e improntata a garantire la massima liquidità sui mercati, le Borse hanno proseguito il lungo ciclo di rialzo iniziato nel marzo 2009, i tassi di interesse obbligazioni si sono ridotti ai minimi storici e l’inflazione è rimasta bassa e stazionaria.

Tuttavia, considerando la correzione dei mercati nella primavera 2015, le forti turbolenze in agosto 2015, quando la Cina decise inaspettatamente di svalutare il renminbi sul dollaro, la caduta dei listini tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 sulla scia di un possibile forte rallentamento della crescita della Cina, l’esito del referendum britannico nel giugno 2016, la vittoria di Trump nel novembre di un anno fa, si può comunque affermare che gli ultimi 36 mesi hanno comunque messo qualche apprensione ai gestori di fondi pensione e PIP, che hanno dovuto fare scelte di investimento capaci di navigare anche in situazioni improvvisamente diverse dalle aspettative.

Ma quali sono stati i prodotti della previdenza integrativa più efficienti, ovvero quelli che hanno saputo offrire un rendimento migliore in base ai rischi corsi dal portafoglio? Per rispondere a questa domanda, abbiamo  esaminato le performance a tre anni (dal 31/10/2014 al 31/10/2017) di tutti i PIP e dei fondi pensione aperti e negoziali. Quindi, abbiamo calcolato la volatilità annualizzata del valore delle quote mensili per poi ricavare lo Sharpe ratio. Per farlo, abbiamo sottratto al rendimento annualizzato il tasso risk free  (indice JPMorgan EMU Cash  12 month) e diviso il tutto per la volatilità annualizzata.

Ebbene, a livello aggregato, sono i fondi pensione negoziali (FPN) a primeggiare con uno Sharpe ratio medio di 0,712, davanti ai PIP (0,474) e ai fondi pensione aperti (0,387). Da notare che, sebbene i PIP evidenzino una performance triennale (+15,3%, pari al 4,74% annuo composto) nettamente superiore sia a quella dei fondi pensione negoziali (+10,1%) che ai fondi pensione aperti (+9,9%), la loro alta volatilità media (8,8%) ne ha ridotto drasticamente l’indice di Sharpe. Infatti, la volatilità media dei fondi pensione negoziali non va oltre il 3,5% mentre quella dei fondi pensione aperti è del 4,5%.

Leo Campagna

4/12/2017

 
 
 

Ti potrebbe interessare anche