Fondo Volo: il metodo contributivo e i suoi avversatori

Dal particolare al generale: l'attuale situazione del Fondo Volo impone doverose riflessioni sulla sostenibilità dei sistemi a ripartizione. L'analisi di Alessandro Bugli, Area Formazione e Welfare Complementare Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Alessandro Bugli

Era già sera avanzata quando sulla chat del telefonino mi giungeva un “copia e incolla” da parte di un amico pilota. Chiudevo così la conversazione con un veloce “leggerò!”. A distanza di qualche giorno, ricordandomi dell’evento, decidevo di tornare a rileggere. Ben scritto e accattivante, il pezzo si apre con un’interessante considerazione “…in genere il livello di consapevolezza generale dei piloti sulla attuale situazione del sistema previdenziale non mi pare sia sufficiente”.

Non conoscendo la categoria, tranne per il gentile amico che mi ha trasmesso il pezzo, posso solo immaginare che valga per i piloti quanto vale per la generalità della popolazione: la cultura finanziaria è scarsa e di pensioni non se ne parla (più comodo trincerarsi dietro un facile: “Io la pensione non ce l’avrò mai!”). Le scuole non ne parlano o, comunque, non abbastanza. Le università relegano i temi della sicurezza sociale a materia minore e opzionale. Il risultato è che si legge e si scrive tanto, ma nessuno ha ben chiaro cosa sia vero o meno vero (per non dir dolosamente falso).

Passato in lettura l’incipit, facile, ma azzeccato, il discorso si fa più caldo, la temperatura sale, e prima che si chiuda il primo periodo sull’ “ignoranza” generale in tema di pensioni, ecco la sentenza: “tutto è stato fatto per evitare che la maggioranza della popolazione prendesse coscienza per tempo degli irreparabili danni individuali che a livello economico e finanziario le riforme Dini e Fornero avrebbero portato”. Dovendo per ragioni di spazio anticipare la chiusa, il finale è perentorio: “Solo un suicida continuerebbe a versare soldi veri in questo sistema; però siccome tutti sanno che non siamo suicidi, ecco che la contribuzione previdenziale è obbligatoria, ovvero non si può non contribuire, se si esplica attività lavorativa in Italia … La regola d’oro è sempre la stessa: articolo quinto, chi ha i soldi in tasca ha vinto. Poi se i soldi uno se li spende in altro invece che in previdenza complementare sono solo sue scelte personali”.

Non ne abbia a male l’Autore (di cui, nella mia versione dello scritto, non vi è firma) se ho sintetizzato, svilendolo, il ragionamento argomentato e documentato. La vicenda, così come l’articoletto, prende le mosse da annose discussioni relative a regole e limiti del sistema pensionistico del Fondo volo per cui, tra l’altro, parte della retribuzione (quella “variabile”) non sarebbe tutta sottoposta a contributo previdenziale, ma solo al 50%. Dalla lettura, l’Autore (se non si è mal compreso) all’esito della sua analisi – data la massima sopra trasposta - si pone in netto contrasto con soluzioni intese a aumentare la percentuale di contribuzione.  

Di cosa stiamo parlando? Del “Fondo di previdenza per il personale di volo dipendente delle aziende di navigazione aerea” alias “Fondo Volo”. Il fondo, a carattere speciale, è sostitutivo della gestione generale INPS e dedicato all’assicurazione IVS obbligatoria dei comandanti e piloti, tecnici di volo e assistenti di volo che soddisfino determinate condizioni individuate dalla legge (es. sia iscritto in albi o registri tenuti da ENAC).

Come quasi per tutti gli altri lavoratori, i giovani entrati al lavoro post 1/1/1996 vedono la loro pensione calcolata con il metodo contributivo. Tutti gli altri, ancora in attività, vedranno la pensione calcolata con il metodo misto, con quote più o meno elevate per la parte contributiva, a seconda dell’anzianità contributiva al 31/12/1995[1]. La logica di funzionamento del fondo si fonda sulla ripartizione (chi oggi lavora, con i propri contributi, paga il trattamento in essere ai pensionati).

Come sta il fondo? Male, almeno da quanto si evince leggendo l’analisi del Quarto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale a cura del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali

Di seguito un breve stralcio: “Nel 2015 il fondo presenta un differenziale di 129 milioni derivante da 144 milioni di entrate per contributi e 273 milioni di uscite per prestazioni. I risultati di esercizio sono costantemente negativi dal 2006 e il patrimonio è in deficit dal 2011; il risultato di esercizio 2015 è stato di -132 milioni e il saldo patrimoniale di -594 milioni; è previsto che al 2043 il disavanzo patrimoniale supererà i 6 miliardi di euro. Gli iscritti sono 10.319 a fronte di 6.900 pensioni in essere; la pensione annua media è di 45.580 euroE’ stato poi istituito nel 2004 un Fondo speciale per il trasporto aereo (FSTA) al fine di intervenire in caso di crisi aziendali del settore, con prestazioni integrative a favore sia del personale di volo che di quello di terra (circa 150.000 beneficiari). Come risulta dalla contabilità INPS, questo fondo costa ai contribuenti circa 235 milioni l’anno perché quasi integralmente finanziato (97,4% delle entrate) dall’addizionale comunale sui diritti d’imbarco applicata su ciascun biglietto di trasporto aereo (3 euro a biglietto) balzello soppresso dall’art. 1, comma 378, della Legge di Bilancio per il 2017”.

A proposito di squilibrio, è interessante richiamare l’analisi di INPS[2]. Se si ricalcolassero i trattamenti in essere dei pensionati del volo e si applicasse loro il metodo di calcolo contributivo, il dato sarebbe il seguente. Leggendo e cercando di comprendere il portato della tabella (qui sotto trasposta), con le stesse parole di INPS si scopre come “Gli istogrammi qui sotto documentano come le pensioni del Fondo con decorrenza successiva al 1999 si rapportano con le prestazioni che sarebbero state erogate applicando il metodo contributivo. Solo il 2% delle pensioni vedrebbe un aumento della prestazione erogata. Più del 60% dei trattamenti in essere, subirebbe con il calcolo contributivo una riduzione dell'importo di oltre il 30%”.

Fondo Volo - Pensioni con decorrenze 2000-2014

Data questa sommaria foto del quadro di cui si discute, in conclusione, ad arricchire il dibattito, si possono svolgere alcune considerazioni:

  1. Il sistema a ripartizione per poter funzionare necessita che tutti contribuiscano per pagare le pensioni di coloro che li hanno preceduti, in attesa di poter godere anche loro dello stesso trattamento. Non è affatto un “suicidio”, ma la massima espressione del patto intergenerazionale che fa da sfondo anche agli artt. 2 e 3, comma 2, della Carta Costituzionale[3];

 

  1. A nessuno piace pagare contributi pensando che qualcun altro versando meno ha ottenuto o otterrà molto di più (tanto più se componente della sua stessa categoria). Sul fronte del riequilibrio e della ricerca dell’equità intergenerazionale è anni che si lavora, senza troppi successi, a contributi, blocchi della perequazione e altro. Spesso si tende, poi, ingiustamente, a pensare che siano solo le pensioni alte a non essere coperte da contributi, ma nei fatti non sempre è così. Ben venga, quindi, l’analisi svolta da INPS, se in condizioni di dare uno spaccato di chi ha contribuito di più o di meno al sistema e alla sua pensione. Dal lato delle entrate e per il futuro, non vi è dubbio che il metodo di calcolo contributivo – diversamente da quanto pare potersi leggere nell’articolo ricevuto - sia utile a dare risposta a queste storture. Tanto contribuisci, tanto ricevi. Senza che qualcuno debba/possa vantare tra qualche decade diritti che non gli spettano. Alla pensione, a ben vedere, si ha diritto se si contribuisce. Caso diverso è quello dell’assistenza per chi non dovesse proprio farcela[4], ma questa – ripetesi - è altra materia che non riguarda la modalità di calcolo della pensione. L’assistenza, poi, dovrebbe privilegiare solo chi effettivamente versi in stato di difficoltà e non essere offerta a “pioggia”; tanto più date le risorse limitate che se mal veicolate riducono l’effetto di risollevare dallo stato di bisogno quelli che dovrebbero esserne i veri beneficiari;

 

  1. Da ultimo, sul Fondo Volo. Lo si è visto. Il Fondo pare ben lontano dall’equilibrio tra entrate e uscite, dato anche il rapporto che velocemente si approssima all’1 a 1 tra lavoratori e pensionati. Il contributo di ogni lavoratore dovrebbe essere talmente elevato da pagare l’intero trattamento pensionistico dell’omologo in pensione. Così, si può comprendere la visione protettiva del “chi ha i soldi in tasca ha vinto”, ma se il sistema non tiene, le conseguenze ricadranno su tutti (piloti e non, attivi e pensionati), dovendosi rispondere al quesito più complesso di tutti: dove troviamo le risorse per pagare le prestazioni?

 

Quest’ultimo tema, al pari dei precedenti, non potrà comunque certamente essere trascurato nel dibattito più generale anche il tema della sostenibilità di sistema.

Più generalmente, sulle soluzioni al tema, le risposte all’attuale squilibrio sembrano doversi cercare altrove e arrivare prima dal mercato e dalle politiche del lavoro, provando – ad esempio – a comprendere come aumentare il numero di “attivi”, pur coscienti del momento non certamente fortunato per il settore del volo italiano.

Portando la questione su un piano diverso, quello del singolo, il tema vero che attanaglia la categoria attiene alla scelta – non certo spettante al singolo, ma alla contrattazione collettiva – di eventualmente aumentare la posta retributiva “fissa”, in luogo di quella “variabile” (posta che per il suo impatto percentuale sulla retribuzione totale e il dimidiato effetto in termini di contribuzione pensionistica dovuta) per aumentare la futura pensione di primo pilastro. Gli avversatori di tale possibilità, tra cui pare rientrare l’Autore dello scritto trasmesso, forse accantonando in parte il tema della sostenibilità del Fondo Volo, ritengono invece che l’operazione non sia conveniente, potendosi utilizzare la posta variabile per finanziare la previdenza complementare o altra forma di risparmio. Il che - salvo la necessaria analisi puntuale che andrebbe svolta al riguardo, operando una proiezione in termini di prestazioni e impatti di fiscalità tra i due scenari – potrebbe risultare non lontana dal vero, sia per la possibile meno generosa rivalutazione nel lungo termine del PIL a base del metodo contributivo, rispetto ai rendimenti dei mercati finanziari sia per gli importanti benefici tributari di cui al d.lgs. 252/2005 in materia di fondi pensione (in termini di contribuzione fino a 5.164,57 euro – ma questo vale anche per la contribuzione al primo pilastro e senza limiti – sia in termini di prestazione, data la tassazione della pensione complementare per i contributi versati post 2007 al massimo con trattenuta alla fonte del 15%, a differenza della fiscalità ordinaria per la pensione pubblica, circostanza non trascurabile). Questo esercizio, numeri alla mano, diviene quindi determinante per decidere se continuare nei modi con cui lo si è fatto sino ad oggi o cambiare impostazione e aumentare la contribuzione al Fondo Volo. 

Alessandro Bugli, Attvità Divulgative Area Formazione e Welfare Complementare Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

26/9/2017

 

[3] Art. 2 Cost: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e 3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

[4] Art. 38, comma 1, Cost: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale”.

 
 

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