Il Bilancio previdenziale italiano alla lente d’ingrandimento regionale e provinciale

Il Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del Bilancio previdenziale traccia il quadro di un'Italia che viaggia a due velocità anche dal punto di vista previdenziale. Quali le regioni e le province più e meno virtuose? 

Mara Guarino

Una situazione di evidente disomogeneità sia sul breve che sul medio-lungo periodo di osservazione: è questo quanto emerge dal Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del Bilancio previdenziale italiano, pubblicazione a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali che, nell’offrire un quadro dettagliato dell’andamento del sistema pensionistico italiano per singola Regione, palesa in particolare la situazione di difficoltà del Sud, su cui grava la metà dell’intero disavanzo (pari a circa 42 miliardi di euro) fatto registrare dal saldo complessivo INPS per il 2015.

Molteplici le cause del fenomeno, non ultima la correlazione diretta tra saldi regionalizzati e tipologia delle prestazioni erogate, che vede al Sud le prestazioni di tipo “assistenziale” prevalere su quelle versate a fronte di effettiva contribuzione, specularmente a quanto avviene al Nord. Anche all’interno delle diverse macro-aree persistono tuttavia delle differenze significative: quali ulteriori considerazioni è allora possibile fare passando le singole Regioni e le relative province sotto la lente d’ingrandimento dell’analisi previdenziale?

«Una “facile” riprova dell’esistenza della correlazione tra saldi regionalizzati e tipologia delle prestazioni – spiega Edoardo Zaccardi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – si ottiene in effetti confrontando la distribuzione percentuale degli abitanti per ogni regione con quella delle singole prestazioni assistenziali. Eppure, non mancano alcune significative eccezioni: una su tutte la Liguria che, pur avendo un tasso di copertura basso (58%) – il più basso del Nord - mostra poche prestazioni assistenziali pure, ma in compenso evidenzia un’elevata incidenza di integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali rispetto all’area geografica di appartenenza. Dato che obbliga a riflettere innanzitutto, sulla storia della Regione, dove la progressiva deindustrializzazione pubblica e privata non è stata accompagnata da validi processi di riconversione economica e ha lasciato il passo a gravi crisi occupazionali (il tasso odierno di disoccupazione della Liguria è al 10,7%, contro il 7,6% del Nord e il 10,6% del Centro) e carriere discontinue soprattutto nel settore turistico, di carattere stagionale, con necessità crescenti di prestazioni a sostegno del reddito».

      Confronto distribuzione percentuale abitanti e prestazioni assistenziali

            Fonte: Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del Bilancio Previdenziale a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Sempre la Liguria, però, è una case history efficace perché rende evidente anche il non trascurabile impatto sull’analisi dell’invecchiamento della popolazione. «Non è un caso che la Liguria sia con Friuli e Piemonte tra le regioni più vecchie d’Italia: l’indice di vecchiaia (rapporto tra popolazione di 65 anni e più e popolazione di età 0-14 anni, moltiplicato per 100) si attesta rispettivamente a 249.8, 208.8 e 197.6 a fronte di un dato nazionale fermo a 165.3 e uno riferito al Nord pari a 173.9», spiega Zaccardi non senza rimarcare come i dati raccolti dal Sesto Rapporto evidenzino per l’appunto la presenza, tra le prime 20 province italiane per numero di pensioni in rapporto alla popolazione, di molte province liguri, piemontesi e friulane. La peculiare “classifica” vede svettare del resto, ancora una volta il Nord, con Biella che segna oltre 40 prestazioni ogni 100 abitanti. «Il maggior numero di prestazioni - precisa tuttavia Zaccardi – riguarda sia città che sono o sono state poli industriali e produttivi, come ad esempio Biella per il tessile, sia province “vecchie”, come appunto quelle della Liguria e del Friuli, con Trieste in testa. In ogni caso, è significativo che si stia ancora una volta parlando in prevalenza di province dell’area settentrionale».

      Numero di pensioni INPS su popolazione residente

               Fonte: Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del Bilancio Previdenziale a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

L’evidenza è, inevitabilmente, quella di un Paese a due velocità: se, da un lato, c’è un’Italia comunque produttiva, pur magari soffrendo gli effetti della crisi e delle tendenze demografiche in atto, dall’altro non si può negare l’esistenza di un’Italia, viceversa, penalizzata dalle scarse opportunità d’impiego e il cui bilancio previdenziale è schiacciato, da un lato, da un numero di posizioni contributive troppo esiguo, e dall’altro, dal peso delle prestazioni di natura assistenziale.

Basti pensare che, al Sud (con il 34,36% della popolazione residente in Italia), le pensioni di vecchiaia e anzianità - che presuppongono un certo “nastro” contributivo - presentano percentuali inferiori a quelle della popolazione, mentre prevalgono le pensioni di invalidità (45,68%) e quelle assistenziali (45,57%) con un tasso, in rapporto alla popolazione residente, quasi doppio rispetto al Nord. «Sono ad esempio in prevalenza al Sud – ricorda Zaccardi – le prime venti province per prestazioni di invalidità INPS. Al contrario, se si guarda alle pensioni di anzianità, la prevalenza del Nord è evidente, così come lo è altrettanto che quasi tutte le ultime province si collocano invece nelle regioni meridionali, con la Sicilia in testa (e, a seguire, Calabria e Puglia)».

Ancor più emblematico della situazione il confronto tra regioni, con particolare riferimento ai due casi limite rappresentati dalla Lombardia e dalla Calabria. Se in Lombardia, ad esempio, per ogni 100 prestazioni erogate 58,6 sono di vecchiaia (di cui 32,1 di anzianità, con storie contributive medie di circa 37 anni di contributi), 19 sono prestazioni a superstiti, 3,1 di invalidità e solo 19,3 assistenziali, in Calabria su 100 prestazioni solo 36,5 sono di vecchiaia (di queste solo 13,8 sono di anzianità), 17,6 sono ai superstiti, 9,4 di invalidità e ben 36,4 di tipo assistenziale.

«Il peso delle prestazioni assistenziali, accanto ovviamente agli altri problemi sia economici sia di invecchiamento, è determinante nella produzione dei disavanzi», conclude quindi Edoardo Zaccardi, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Di qui, l’importanza di un maggior controllo della spesa assistenziale, troppo spesso erroneamente confusa con quella previdenziale, eppure per sua stessa natura più difficilmente controllabile della prima, anche da parte della politica. E magari, provando a trasformare quelle che oggi è spesa per assistenza fine a se stessa in spesa per sviluppo, privilegiando politiche in grado rilanciare il Sud in termini di competitività.  

Mara Guarino 

23/8/2017 

 
 

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