Regioni e bilancio previdenziale: 36 anni di storia tra squilibri e immobilità

La regionalizzazione del bilancio previdenziale dal 1980 al 2015 restituisce il ritratto di un Paese immobile, nel quale si attenua leggermente il divario Nord-Sud, ma persiste una situazione di squilibrio tale da obbligare a riflettere sulla sostenibilità del sistema di welfare italiano

Mara Guarino - @MaraGuarino

Un deficit complessivo pari a oltre 42 miliardi di euro, gran parte del quale concentrato al Sud (21 miliardi): letto sotto la lente d’ingrandimento regionale grazie ai dati del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, il Bilancio Previdenziale riferito al 2015 conferma il quadro di un Paese nel quale ancora forte è il divario Nord-Sud. Basti pensare che solo il 16,44% delle entrate 2015 è in arrivo dalle regioni del Sud, dove però le uscite sono quasi doppie rispetto alle entrate. Anche in virtù di una forte prevalenza delle prestazioni assistenziali su quelle previdenziali in senso stretto e di un basso livello di contribuzione, che trova conferma in tassi di copertura regionali nettamente inferiori alla media nazionale. Se la media nazionale 2015 si attesta infatti al 76,19%, nella macro-area del Sud non si va oltre il 51,33%: a fronte dell’erogazione di 100 euro in prestazioni, le 8 regioni del Sud versano cioè solo 51,33 euro di contributi.

Se riflettere sul presente e sulla futura sostenibilità dell’intero sistema è dunque d’obbligo, non da meno lo è cercare di comprendere cause e tendenze in atto attraverso uno sguardo di lungo periodo, che il Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del Bilancio Previdenziale fornisce attraverso l’analisi delle serie storiche Inps, unico ente a disporre di bilanci completi fin dal 1980. Cosa è cambiato, ammesso che ci siano stati scostamenti significativi, dal 1980 al 2015? «Di fatto poco è cambiato ed è proprio qui che sta la notizia: nel non-cambiamento, “nonostante tutto” aggiungerei. Nei 36 anni di indagine – spiega Edoardo Zaccardi, componente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali - il Paese non mostra cambiamenti sostanziali nella distribuzione regionale delle entrate contributive e delle uscite per prestazioni, ma evidenzia piuttosto una diminuzione generalizzata della capacità di coprire con i contributi la spesa per il welfare, conseguenza inevitabile sia di uno sviluppo non all’altezza sia della mancanza di regole e controlli, i quali hanno contribuito a produrre nel tempo un debito pubblico a dir poco insostenibile». Avanti sì, dunque, ma a passi troppo piccoli per non restituire la fotografia di un Paese sostanzialmente immobile.

Le entrate contributive - In particolare, nel corso dei 36 anni di analisi, le entrate complessive sono passate dai 19,6 miliardi di euro del 1980 ai 134,82 miliardi di euro del 2015, registrando tassi di incremento variabili, ma comunque piuttosto in linea con l’andamento del PIL, rispetto al quale l’incidenza è rimasta stabile all’8,24%. Per quel che riguarda invece la distribuzione percentuale per macro aree, è interessante rimarcare, nonostante la persistente situazione di disequilibrio, il “recupero” delle regioni meridionali, passate dal 15,47% del 1981 all’attuale 16,44%. «Un recupero leggero, certo, ma comunque rilevante se si pensa alle agevolazioni contributive di cui il Sud ha a lungo beneficiato. Basti pensare che fino alla loro totale eliminazione, tra il 1996 e il 2004, venivano conteggiati come entrate anche i cosiddetti sgravi contributivi, contributi mai versati, quantificabili in circa un punto percentuale di PIL, che di fatto raffiguravano una realtà più rosea di quella che era nella realtà», spiega Zaccardi.

Sostanzialmente stabile anche la ripartizione percentuale tra le singole regioni, dove però non mancano alcuni scostamenti degni di nota, dalla riduzione della capacità contributiva del Piemonte e della Liguria, passati rispettivamente dall’11,7% e 3,5% all’8,7% e 2,6% alla notevole crescita economico-produttiva e, di conseguenza, anche contributiva di Veneto (+27%) ed Emilia-Romagna (+25%). Migliorano in generale tutte le regioni meridionali con le eccezioni della Campania e della Sicilia, che, nel suo restare assolutamente stabile, evidenzia ancora una volta immobilità in termini di crescita economica e produttiva.

Distribuzione regionale delle entrate contributive, serie storica

    Fonte: Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del bilancio previdenziale a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

Le uscite per prestazioni - Variazioni minime, a livello di macro-area, anche per quel che riguarda invece le uscite per prestazioni, passate complessivamente dai 24,5 miliardi di euro del 1981 ai circa 176,9 del 2015, con variazioni percentuali decrescenti sì nel tempo, ma comunque superiori al tasso di incremento delle entrate. A livello regionale, si registra in ogni caso in tutte le regioni meridionali una diminuzione delle uscite, «a partire dal 2009 in poi e da correlare soprattutto – commenta Edoardo Zaccardi – alla cessazione di prestazioni di natura assistenziale, come le vecchie pensioni di invalidità INPS e quelle legate in particolare al mondo agricolo, spesso caratterizzato da nastri contributivi piuttosto modesti, ma comunque in crescita dagli anni Novanta in poi».

I tassi di copertura - Il trend di leggero ma progressivo riequilibrio tra Nord e Sud trova infine ulteriore conferma nell’analisi dei tassi di copertura che, nel 1981, si attestavano al 94,93% per il Nord, 84,21% per il Centro e 46,10% per il Sud. Se, a distanza di 36 anni, il Nord e il Centro perdono rispettivamente oltre 8 e quasi 7 punti percentuali, il Sud beneficia viceversa del combinato effetto dell’aumento delle entrate contributive e della riduzione delle uscite sino a un aumento del tasso di copertura di oltre 5 punti, attestandosi al 51,33%. «Indubbiamente – spiega Zaccardi – il Nord risente, oltre che degli effetti della crisi sul lato delle entrate, anche dell’invecchiamento della popolazione e, in particolare, dalla maturazione di pensioni “pesanti”, vale a dire sostenute da carriere continuative e con buoni livelli di stipendio sul lato delle uscite. Prova ne è il fatto che al Nord, ad esempio, si concentra la metà e oltre delle pensioni di anzianità e di vecchiaia (rispettivamente il 58,24% e il 49,08%), di contro al Sud ben il 45,68% delle pensioni di invalidità, di importo più contenuto. D’altro canto, va detto che il Sud ha sì recuperato, ma in modo ancora insufficiente, tanto che il risultato complessivo di questa situazione sono pesanti deficit annuali, che si traducono di fatto in debito pubblico e, di fatto, risorse drenate alle politiche per lo sviluppo e la crescita di lungo periodo».

                          Fonte: Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del bilancio previdenziale a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

 

Nei 36 anni di rilevazione, il debito pubblico è di fatto passato da 118 a 2.170 miliardi di euro (2.226 mld a febbraio 2016), evidenziando un rapporto DP/PIL che è letteralmente lievitato dal 55,3%, valore in linea con le regole di Maastricht, fino al 132,11%, livello massimo mai raggiunto. “Se è vero infatti che le entrate contributive sono aumentate più dei redditi da lavoro, in realtà più per effetto “del cuneo contributivo” che per merito di un effettivo aumento dell’occupazione, è altrettanto vero che le uscite per prestazioni sono aumentate molto di più delle entrate (+150%), ma anche più di inflazione e PIL, generando una serie di deficit annuali, che sono stati finanziati attraverso la creazione di debito, spiega Zaccardi.  

Come emerge allora dallo studio a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, il rischio concreto dell’immobilità che grava sul nostro Paese è che presto i nodi di un sistema di welfare a lungo troppo generoso rispetto alle sue effettive possibilità vengano presto al pettine. «Un sistema non economicamente sostenibile le cui conseguenze, in assenza di contromisure capaci anche di tenere conto delle peculiarità locali si faranno valere soprattutto nei riguardi delle generazioni più giovani, peraltro come già oggi si può osservare». 

Mara Guarino

11/07/2017

 
 

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