La regionalizzazione del bilancio previdenziale italiano: un Paese immobile?

Presentato il Sesto Rapporto sulla Regionalizzazione del Bilancio Previdenziale: nei 36 anni di indagine, il Paese non mostra cambiamenti sostanziali nella distribuzione regionale di entrate e uscite, ma evidenzia piuttosto una diminuzione generalizzata della capacità di coprire con i contributi la spesa per il welfare 

Mara Guarino - @MaraGuarino

È stato presentato quest’oggi presso la Camera dei Deputati il Sesto Rapporto su "La regionalizzazione del bilancio previdenziale: modalità di finanziamento e prestazioni. Andamenti entrate, uscite, saldi e tassi di copertura dal 1980 al 2015”. Redatto dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali con il patrocinio della Camera dei Deputati, la pubblicazione rappresenta l’ideale continuazione dei cinque rapporti su “La regionalizzazione del bilancio statale” curati dal Professor Alberto Brambilla tra il 2000 e il 2005 e si pone l’obiettivo di fornire un quadro del sistema pensionistico italiano per singola Regione. A tale scopo, il documento analizza quindi i bilanci Inps (dal 2011 anche Ipost e dal 2013 Enpals) per il periodo dal 1980 al 2015, quelli delle Casse privatizzate dei liberi professionisti a partire dal 1999 per alcune e dal 2001 per altre, mentre restano esclusi i bilanci delle gestioni pubbliche ex Inpdap, per le quali sono state realizzate stime ai fini dell’incidenza dei saldi previdenziali sul debito pubblico. La tecnica di regionalizzazione utilizzata si basa sull’analisi dei flussi di cassa, che prevede la contabilizzazione delle entrate contributive per luogo di lavoro e delle uscite per prestazioni per luogo di residenza del beneficiario.

«La Regionalizzazione fornisce un quadro indispensabile alla corretta comprensione del bilancio previdenziale e del welfare del nostro Paese investigati non solo a livello nazionale, ma scomposti anche a livello regionale, come peraltro prevedrebbe anche la procedura di comunicazione europea. La scansione territoriale consente infatti di cogliere una serie di problematiche che, se risolte, potrebbero portare ampi benefici all’intero sistema pensionistico evitando la tentazione di continue riforme e, ancor di più, il ripetersi di errori del passato» - ha spiegato nel corso del Convegno di Presentazione il Prof. Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nel sottolineare la necessità di «portare all’attenzione dei decisori politici l’evoluzione delle variabili economiche legate a lavoro e welfare, nonché i dati che comprovano l’insufficiente livello di sviluppo di alcune aree del Paese, così da evitare nuovi sbagli, come i recenti sgravi contributivi al Sud. Questo mancato sviluppo è stato infatti sì spesso compensato da politiche assistenziali, le quali hanno però avuto l’effetto opposto di rallentare la crescita». D’altro canto, ha precisato il Prof. Brambilla, «il Rapporto si pone l’obiettivo di evitare che, a fronte di squilibri pensionistici, si agisca, come peraltro già accaduto, attraverso politiche nazionali valide sull’intero territorio», con il rischio di essere poco efficaci nel contrastare eventuali criticità locali.

La regionalizzazione del Bilancio INPS – Nel 2015, il bilancio INPS ha registrato rispetto ai due anni precedenti un incremento sia delle entrate contributive sia delle uscite per prestazioni: l’incremento è risultato più sostenuto sul fronte delle entrate, con conseguente miglioramento del saldo complessivo che, tuttavia, resta negativo soprattutto nelle regioni meridionali. Il Sud da solo assorbe infatti il 49,89% del deficit complessivo (21 miliardi su 42,124 miliardi di disavanzo), contro il 18,86% del Centro (7,9 miliardi) e il 31,25% del Nord (13,16 miliardi). Guardando alla singola regione, si segnala invece il Trentino-Alto Adige come unica regione con il bilancio in attivo; presentano invece deficit pesanti Sicilia, Piemonte, Puglia, Campania, Toscana, Calabria e Liguria.

I “rapporti di forza” tra le diverse macro-aree risultano ancora una volta sbilanciati in direzione Sud laddove si guardi al saldo pro-capite in rapporto alla popolazione: da questo dato emerge infatti che, per il solo sistema pensionistico, lo Stato trasferisce a ogni abitante del Sud oltre i 1.000 euro l’anno, contro i 658 del Centro e i 474 del Nord. Analizzando infine i tassi di copertura, che esprimono in quale percentuale i contributi versati da ogni singola regione coprono le uscite per prestazioni, si può osservare come il Nord si attesti ben al di sopra della media nazionale, pari al 76,19%, con una copertura media dell’86,68% e il Sud, viceversa, ben al di sotto con una media del 51,33%. Nel dettaglio, unica regione con valore positivo è ancora una volta il Trentino-Alto Adige con il 106,61% (cioè con 106,6 euro di contributi versati a fronte di 100 euro di prestazioni); seguono la Lombardia con il 97,11% e il Veneto con il 95,33%.

L’andamento di lungo periodo: un Paese immobile? – Dati non meno interessanti emergono guardando al lungo periodo, vale a dire analizzando i dati INPS (unico ente a disporre di bilanci completi fin dal 1980) dal 1980 al 2015. Di fatto, nei 36 anni di indagine, il Paese non mostra cambiamenti sostanziali nella distribuzione regionale delle entrate e delle uscite, ma evidenzia piuttosto una diminuzione generalizzata della capacità di coprire con i contributi la spesa per il welfare, conseguenza inevitabile sia di uno sviluppo insufficiente sia di una mancanza di regole e controlli che ha peraltro prodotto nel tempo un insostenibile debito pubblico.

Due in particolare gli elementi da evidenziare in riferimento al periodo in esame. Da un lato, le entrate riscosse dalla produzione che sono aumentate più dei redditi da lavoro (731% contro 601% dei redditi da lavoro dipendente e 446% del lavoro autonomo), non tanto per un aumento dell’occupazione quanto piuttosto per un aumento del “cuneo contributivo”; dall’altro, le uscite per prestazioni, che sono aumentate molto di più delle entrate (+150%), ma anche più dell’inflazione e del PIL (887%, contro rispettivamente 334% 667%). Tale incremento della spesa per prestazioni ha dunque generato una serie di deficit annuali che sono stati finanziati mediante emissione di titoli di debito: così facendo, nei 36 anni di rilevazione, il debito pubblico è passato da 118 a 2.170 miliardi di euro (2.226 mld a febbraio 2016), evidenziando un rapporto DP/PIL che è passato dal 55,3%, valore in linea con le regole di Maastricht, al 132,11%, livello massimo mai raggiunto.

Ma da dove deriva questo debito “monstre”? Calcolando l’incidenza dei disavanzi sul debito pubblico in moneta 2015, nei 36 anni di analisi il sistema INPS evidenzia un disavanzo cumulativo di periodo pari a 1.209,363 miliardi di euro, al quale si somma quello cumulativo prodotto dalle gestioni dei dipendenti pubblici (281,82 miliardi di euro) per un totale di 1.491,18 miliardi, pari al 68,3% dell’intero debito pubblico italiano. Se ripartito per area geografica, anche questo disavanzo vede ancora una volta in testa il Mezzogiorno che produce il 61,9% del deficit totale (Sicilia, Campania e Puglia producono il 42,9% del debito totale), contro il 14,7% del Centro e il 23,4% del Nord. A livello pro-capite, nonostante l’attivo della Lombardia, il Nord presenta un debito in moneta 2015 pari a 10 mila euro per ogni cittadino, il Centro di 6.376 euro e il Sud di quasi 27 mila euro.

Le ragioni del deficit: saldi regionalizzati e tipologia di prestazioni – L’analisi condotta dimostra la presenza di una correlazione diretta tra i saldi regionalizzati e la tipologia delle prestazioni in erogazione: dove prevalgono saldi positivi e tassi di copertura intorno al 70%, la maggior parte delle prestazioni sono di tipo “previdenziale” e quindi supportate da contributi realmente versati; viceversa, dove i tassi di copertura e i saldi sono fortemente negativi, prevalgono prestazioni di tipo “assistenziale”.

In particolare, nelle regioni del Nord, dove vive il 45,75% della popolazione italiana, sono più numerose le pensioni di anzianità (che, in genere, sono le più elevate, avendo una media di 37 anni di contribuzione contro i circa 22 della vecchiaia), scarsamente presenti al Sud dove dominano carriere lavorative discontinue, spesso assistite (prestazioni di sostegno al reddito, giornate ridotte in agricoltura), con periodi di lavoro irregolare e con basse contribuzioni. Il gap tra Nord e Sud si riduce di circa 10 punti percentuali per le pensioni di vecchiaia che al Sud, a riprova di quanto sopra, sono integrate al minimo nel 79% dei casi (contro il 52% del Nord e il 57% del Centro). Nelle regioni del Sud (34,36% gli abitanti rispetto al totale della popolazione italiana), le pensioni di vecchiaia e anzianità presentano distribuzioni percentuali inferiori a quella della popolazione, mentre prevalgono le pensioni di invalidità (45,68% del totale) e le assistenziali (45,57%) con un tasso, in rapporto alla popolazione residente, quasi doppio rispetto al Nord. Il Centro (19,89% di popolazione sul totale) presenta una distribuzione in linea con quella della popolazione. Ovviamente, anche per effetto della numerosità delle prestazioni assistenziali, al Sud si pagano molte più prestazioni ai superstiti rispetto a quanto non avvenga al Centro e al Nord.

Iruolo dell’evasione fiscale - Se la correlazione diretta tra deficit regionali e tipologia delle prestazioni aiuta a spiegare i disavanzi previdenziali sul fronte delle uscite, quella tra entrate e livelli di evasione fiscale è altrettanto determinante a chiarire il quadro: nel Rapporto si evidenzia infatti come il sommerso prevalga proprio nelle regioni che mostrano disavanzi previdenziali e complessivi, verosimilmente dovuti proprio anche alla carenza di versamenti contributivi. La quota legata al lavoro sommerso non produce infatti contributi, ma tende comunque ad assorbire prestazioni in larga misura.

Non solo, dall’analisi dei “residui fiscali” regionalizzati, vale a dire la differenza tra le entrate fiscali contributive e le spese complessive (escludendo quelle per interessi) emerge che il Nord presenta un residuo fiscale attivo per quasi 94 miliardi di Euro, l’Italia centrale di 8 miliardi e il Mezzogiorno un passivo di 63. Pro-capite significa che il Nord ha un residuo attivo di quasi 3.500 euro pro-capite, l’Italia centrale di 700 e il Mezzogiorno un passivo di oltre 3.000 euro a testa: semplificando, ciò vuol dire che ogni cittadino del Nord, neonati inclusi, oltre alle tasse e ai contributi, versa ulteriori 3.500 euro a beneficio degli altri cittadini.

Dati che non solo dimostrano anche in questo caso l’esistenza di una precisa correlazione ma che, come evidenziato dal Prof. Alberto Brambilla, «impongono ai policy maker e al Paese di prendere coscienza di una situazione persistente negli anni che va analizzata con chiarezza senza alcun intento persecutorio o peggio ancora ideologico, ma solo per cercare qualche risposta e qualche soluzione a quello che potremmo definire “il problema”. Se il Sud continuasse ad assorbire tutti i “residui fiscali” delle regioni del Centro e del Nord, la situazione nazionale potrebbe diventare a breve insostenibile».

La regionalizzazione del bilancio del welfare – Oltre ad analizzare il bilancio previdenziale riferito al 2015, il Sesto Rapporto amplia il proprio raggio d’azione inserendo nel bilancio, da un lato, le entrate fiscali IRPEF e IRAP che tipicamente finanziano la spesa sanitaria e quella assistenziale e, dall’altro, la spesa per sanità, invalidità civili e welfare territoriale, così da verificare se i tassi di copertura previdenziali migliorano: quali conclusioni emergono dall’analisi del bilancio complessivo del welfare per il 2014? Ne risulta che il Nord produce un attivo di 27,18 miliardi di euro, il Centro di 3,75 miliardi, mentre il Sud assorbe 36,36 cioè l’intero attivo di Nord e Centro più circa 1/5 dell’Ires (6 miliardi di euro). Una situazione stabile per l’intero periodo di osservazione che obbliga quindi a domandarsi fino a quando il sistema sarà sostenibile visto che, al momento, i surplus delle regioni del Nord si riducono più rapidamente di quanto il Sud riesca a migliorare la propria situazione.

«Non possiamo quindi che concludere il Rapporto – spiega il Prof. Alberto Brambilla - con l’auspicio che vengano presto varate politiche economiche che mirino, nell’arco di un decennio, a far sì che tutte le regioni italiane siano autosufficienti almeno al 75%, lasciando il finanziamento dell’altro quarto di spesa a un fondo di solidarietà nazionale. Se tutte le Regioni centrassero quest’obiettivo, potremmo senza dubbio andare incontro a una sensibile diminuzione del debito pubblico, traguardo ancora più importante ora che la situazione di “tassi zero”, di cui l’Italia beneficia da tempo, sta per finire».

16/5/2017

 
 

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