Le pensioni italiane a "geometria variabile"

Due recenti "casi" agli onori della cronaca impongono una riflessione sulla necessità, salvo situazioni peculiari, di requisiti di età e anzianità contributiva identici per tutti: il commento del Prof. Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

Alberto Brambilla - @AlBrambilla

I requisiti pensionistici dovrebbero essere uguali per tutti e, salvo i lavori davvero usuranti, prevedere requisiti di età e anzianità contributiva identici. Da noi non è così e lo scopriamo attraverso due storie parallele.

I ballerini, maschi e femmine, possono andare in pensione rispettivamente a 52 e 47 anni. Ma non tutti; solo quelli dei teatri lirici, gli altri seguono le regole generali e quando non possono più ballare si trovano un'altra occupazione. Ora le ballerine femmine (cinque di loro) hanno fatto ricorso alla Corte di Cassazione e la "pratica" è stata inoltrata alla Corte europea di Lussemburgo perché ritengono di essere discriminate rispetto ai colleghi maschi in quanto loro, a 47 anni, vengono messe in quiescenza, mentre i maschietti restano a ballare con stipendio per 5 anni in più. Non si ravvede il motivo di questa differenza di età tra i due sessi che viola la parità di genere, dicono. È molto probabile che la Corte europea dia ragione alle ballerine, così come ha fatto alcuni anni fa con una donna medico dell'istituto di previdenza austriaco che ricorse poiché i suoi colleghi maschi potevano lavorare fino ai 65 anni, mentre le donne dovevano lasciare a 60 anni.

In parallelo si svolge la storia dei nostri parlamentari che hanno sì introdotto il metodo di calcolo contributivo per definire l'entità del "vitalizio", ma con regole "su misura". Con una legislatura di 5 anni, l'età di pensionamento è fissata a 65 anni ma con due legislatura (10 anni) si va a 60 anni. Intanto non si capisce perché anche per loro non valgano le regole generali (oggi 66 anni e 7 mesi di età e 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva - un anno in meno per le donne), ma meno si capisce l'ulteriore sconto a 60 anni. Un tempo fare politica significava fare scelte di vita, prendere posizione che spesso comportava difficoltà di reingresso nel mondo del lavoro dopo l'incarico parlamentare. Oggi non è più così e quindi i " vitalizi" hanno perso la loro originaria funzione di tutela e protezione di chi si era dedicato alla comunità.

E le storie tutte italiane continuano mentre sarebbe semplice porvi soluzione:

a) tutti ballerini e sportivi, artisti e musici dovrebbero andare in pensione con le medesime regole vigenti oggi al netto dell'indicizzazione dell'anzianità contributiva che dovrebbe tornare ai 41 anni. Deve cambiare l'organizzazione del lavoro perché ballare a 60 anni forse è complicato ma insegnare, dirigere una scuola, fare la costumista eccetera è più semplice; la stessa cosa vale per tutti gli sportivi e artisti.

b) Per tutti i politici, premesso che non è una professione a vita ma il loro contributo basta per un massimo di due legislature tutto compreso (l'era dei faraoni è finita da un pezzo), occorrerebbe aprire una gestione presso l'Inps a cui affluirebbero i contributi di Camera, Senato, organi istituzionali e Regioni, gestiti secondo le regole generali. A fine carriera, utilizzando la "totalizzazione"  introdotta per legge nel 2005, potranno andare in pensione cumulando le varie parti di pensioni provenienti dalle diverse gestioni.

Semplice e soprattutto equo. 

10/3/2017

 

 
 
 

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