Performance, il punto fermo resta l’orizzonte temporale

Investimenti obbligazionari e azionari (a lungo termine) a confronto: la differenza c'è e si vede, ma il primo punto da considerare per ogni valutazione resta l'orizzonte temporale di investimento

Leo Campagna

La correzione registrata dagli indici di Borsa nel mese di febbraio conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la forte asimmetria che si è creata sui mercati finanziari tra il potenziale di rialzo e i rischi di ribasso. Infatti, dopo nove anni di rialzo senza (quasi) soluzione di continuità sui listini finanziari e politiche monetarie ultra accomodanti per superare la più profonda crisi economica dal dopoguerra, le valutazioni sia delle Borse che del mercato obbligazionario si collocano attualmente su livelli molto tirati: è sufficiente che una qualsiasi delle aspettative già incorporate nei prezzi non sia soddisfatta (o anche il solo timore che non lo possa essere) per far scattare vendite sui mercati.

È successo con il dato dell’aumento a gennaio delle retribuzioni americane salite del +2,9% su base annua (il rialzo più consistente degli ultimi 4 anni) che ha fatto temere che l’inflazione possa sorprendere al rialzo con maggiori pressioni per una  politica monetaria più restrittiva (nel caso della Federal Reserve americana), o meno accomodante (nel caso delle Bce). E si è ripetuto venerdi 2 marzo in occasione dell’annuncio dei dazi americani sull’acciaio e sull’alluminio che ha fatto scattare vendite massicce sui listini per i timori di una guerra commerciale su scala globale.

Precisato questo, non si può prescindere dal fatto che resta sempre opportuno ricordare che le valutazioni devono essere sempre messe in relazione all’orizzonte di investimento. Nel breve termine, i mercati sopravvalutati tendono a rimanere tali e, di conseguenza, offrono pochi spunti tattici. Pertanto, le attuali valutazioni di mercato che si collocano sui massimi livelli sembrano indicare poche opportunità per il 2018 ma possono invece fornire informazioni cruciali su di un orizzonte a cinque o più anni. Un aspetto di rilievo tanto più se si parla di previdenza integrativa, e cioè del futuro dei lavoratori e, quindi, dell’importanza delle decisioni di investimento che devono essere orientate o sul lungo termine (quando si inizia a lavorare o si è ancora lontani dall’età pensionabile) o sul breve termine (per chi invece è prossimo a lasciare l’attività lavorativa e ha bisogno di non intaccare il capitale accumulato negli anni).

Vediamo allora i numeri. Cosa è successo a chi nove anni fa, al culmine della crisi post crac Lehman Brothers con gli indici di Borsa che avevano perso tra il 45% e il 60% dai massimi, avesse optato per un fondo pensione azionario invece di una linea a indirizzo obbligazionario?.Per fornire una risposta che può aiutare a comprendere se e quanto convenga l’investimento azionario nel lungo termine rispetto a quello obbligazionario, abbiamo confrontato le performance di circa nove anni (per l’esattezza da fine febbraio 2009 a fine gennaio 2018) dei 29 fondi pensione aperti che hanno offerto, senza soluzione di continuità in tutto questo periodo, sia una linea azionaria che una obbligazionaria o (in mancanza di una obbligazionaria) una linea garantita. Il rendimento medio delle 29 linee azionarie si è attestato a +111,2% (ovvero al +8,75% annuo composto), mentre quello delle rispettive 29 linee obbligazionarie o garantite si è fermato al +26,5% (ovvero +2,67% annuo composto): la differenza media si è pertanto posizionata a +84,8% (cioè al +7,12% annuo composto). Certo, emergono importanti differenze tra i risultati di un singolo fondo pensione aperto e un altro, ma è interessante sottolineare come la tendenza (cioè il gap di rendimento) risulti sostanzialmente confermata pure nel caso in cui si divida l’analisi utilizzando, da una parte,  i 24 fondi pensione con linea azionaria e obbligazionari,  e, dall’altra, i 5 fondi pensione il cui confronto è stato sviluppato tra la linea azionaria e quello obbligazionaria.

Leo Campagna

13/3/2018

 
 

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