Povere donne, al lavoro e in pensione

La differenza di genere? Non riguarda solo il lavoro, ma anche le prestazioni previdenziali: dati alla mano, le donne italiane si trovano ancora alle prese con un notevole gap retributivo e pensionistico rispetto agli uomini

Leonardo Comegna

Penalizzate sul lavoro, ostacolate dai pregiudizi e discriminate anche nella previdenza sociale. Nonostante i positivi passi in avanti degli ultimi anni, le donne in Italia si trovano ancora a dover colmare un immenso gap pensionistico e retributivo rispetto agli uomini. Come riportato nell’indagine conoscitiva sulla disparità nei trattamenti pensionistici elaborato dalla Commissione Lavoro della Camera la scorsa primavera, in Italia la percentuale di uomini coperti dal sistema previdenziale è pressoché completa, pari al 99,3%. Di contro, solo l’83,9% delle donne gode di tale copertura. Una differenza pari a 15,4 punti percentuali, più del doppio rispetto alla media europea che si attesta intorno al 7%. Non solo: quando dopo tante tribolazioni una donna si vede accreditata la pensione che le spetta ha un’altra sorpresa. Mentre un uomo intasca mediamente 1.654 euro, una donna ne riceve 1.064, cioè 600 euro in meno, un’enormità. Esiste dunque una differenza di genere sostanziale anche per quanto riguarda le prestazioni pensionistiche.

La pensione rosa - Il punto delle pensioni al femminile dopo la riforma del 2012 è sempre più oscuro. Scartata per ora l’ipotesi di lasciare prima il lavoro, con la cosiddetta “opzione donna”, allargata dalla legge di Stabilità anche a chi ha maturato i requisiti della ex anzianità (35 anni) entro il 2015, accettando un assegno più magro, si ripropone la questione dell’età di vecchiaia. A differenza degli altri Paesi, in Italia la pensione di vecchiaia è stata sempre insidiata dalle rendite d'anzianità, vale a dire i trattamenti che si possono ottenere in anticipo rispetto all'età pensionabile canonica: 60 anni le donne e 65 gli uomini, almeno nei rapporti di lavoro privato. Una particolarità destinata col tempo a scomparire, soprattutto riguardo alle donne. Già nel 2011, ad esempio, l'età anagrafica minima da accoppiare all'anzianità contributiva utile per ottenere la pensione anticipata era di 60 anni. Una soglia pari a quella prevista appunto per la vecchiaia. L'innalzamento dei limiti di età per poter beneficiare della pensione di vecchiaia è iniziato nel 1993 con la riforma Amato. A quel tempo, le donne italiane potevano lasciare il lavoro a 55: il limite più basso d'Europa. A partire dal 2012 è cambiato tutto. L'equiparazione dell'età pensionabile delle donne con quella degli uomini era già stata decisa con la manovra economica dell'estate del 2011 in cui era stato disegnato un percorso che doveva iniziare nel 2014 per raggiungere il traguardo nel 2026. La riforma Monti-Fornero ha accelerato quel cammino. Dal 1° gennaio 2012, infatti, l'età delle donne del settore privato (per quelle del settore pubblico si era già provveduto nel 2010) è salita a 62 anni ed è stato ulteriormente elevata a 63 anni e 9 mesi nel 2014 e 2015, a 65 anni nel 2016 e a 66 a partire dal 2018. Per le lavoratrici autonome (commercianti, artigiane e coltivatrici dirette), invece, lo scalone del 2012 è stato di 3 anni e mezzo (l'età è passata da 60 a 63 anni e mezzo). Soglia che è salita ulteriormente a 64 e 9 mesi nel 2014, poi a 65 e 6 mesi nel 2016, sino a raggiungere i 66 anni dal gennaio del 2018. A questi numeri, dal 2013 occorre aggiungere gli adeguamenti demografici all'attesa di vita.

Primi in Europa - L'età per l'accesso alla pensione di vecchiaia sarà dunque la più alta in Europa e il divario si accrescerà nei prossimi anni con l'adeguamento dell'età di vecchiaia all'aspettativa di vita e il passaggio atteso a 67 anni nel 2019. In Germania è previsto il passaggio a 67 anni per l'uscita nel 2030, in Francia dopo il 2022 e nel Regno Unito nel 2028. Nella gran parte dei paesi europei l'età per la pensione di vecchiaia è fissata intorno ai 65 anni con aumenti verso i 67 anni dopo il 2020 (in Danimarca nel 2022, in Spagna nel 2027, in Croazia nel 2038, in Austria 65 anni per le donne nel 2033). Nel confronto aperto con i sindacati, il Governo ritiene impraticabile la possibilità che si torni indietro sugli aumenti dei requisiti di uscita dal 2019. Con l'allungamento della speranza di vita e, quindi, del godimento della pensione, il meccanismo tende a spostare in avanti anche l'età di maturazione della pensione di vecchiaia e dell'uscita anticipata. Si dovranno attendere i dati demografici definitivi dell'Istat, ma la sensazione è quella che dal 2019 verranno richiesti 5 mesi in più di lavoro, con uscita per la pensione anticipata a 64 anni e per la vecchiaia a 67. Lo spostamento dell’adeguamento produrrebbe un pesante passivo per l'Inps. Tuttavia, la via d'uscita potrebbe essere trovata nell'allargamento delle categorie che necessitino della pensione anticipata alle quali è riconosciuta un'uscita anticipata attraverso l'Ape sociale (le richieste delle donne si fermano al 23,2%), meccanismo che non va ad incidere direttamente sui canali previdenziali essendo configurati, dal punto di vita della contabilità, agli ammortizzatori sociali. Comunque, ferma restando l'uscita a 63 anni, si dà (quasi) per certo un abbassamento dei requisiti contributivi. Pertanto, nel caso di pensionamento anticipato con Ape social, i 36 anni necessari per l'uscita delle lavoratrici che svolgano attività faticose (maestre d’asilo, infermiere con turni, etc.), diventerebbero 34. E i 30 previsti per tutte le altre categorie scenderebbero a 28. Ma solo per le donne che abbiano avuto figli (6 mesi in meno per ognuno).

Leonardo Comegna

8/9/2017 

 
 
 

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