Previdenti "complementari", investitori istituzionali e incentivi alla contribuzione

Benché in crescita, i numeri della previdenza integrativa italiana sono ancora ampiamente migliorabili: perché non pensare allora a ulteriori possibili incentivi? Una strada per attrarre nuove risorse e reperire così anche nuove fonti di finanziamento per i grandi progetti del Paese, oltre che per il sostegno stesso degli aderenti

Alessandro Bugli

Siamo a quota 7,8 milioni di iscritti a previdenza complementare (dato COVIP a giugno 2018); sono invece 165 i miliardi di risorse gestite in vista dell’erogazione delle prestazioni (tecnicamente ANDP). Citando una passata iniziativa di Itinerari Previdenziali, possiamo riassumere il tutto in un Eppur si muove.

Certo, la platea dei lavoratori conta – dal più al meno – 23 milioni di lavoratori e, a voler contare tutti i potenziali aderenti (tutti coloro che siano stabilmente presenti in Italia), siamo a solo poco più del 10%.

L’adesione su base “contrattuale”, cioè con sola contribuzione del datore e in via di automatic enrollment, porta i quattro/quinti del totale dei 118 mila nuovi iscritti a previdenza complementare. Sarebbe interessante tenere monitorato – e si immagina che ci siano iniziative in tal senso – il numero di coloro che passano dall’essere iscritti silenti a veri “contributori”. Il tutto per avere notizia del successo, ad esempio a un lustro dall’avvio, dell’iniziativa avviata da importanti realtà della previdenza complementare e più volte commentata. Se il detto è “piuttosto che niente, è meglio piuttosto”, è importante ricordare che ci troviamo in un modello di sistema defined benefit e, conseguentemente, se all’adesione su base contrattuale non segue una proattività dell’iscritto, la pensione complementare resta risibile.

Il meccanismo del silenzio assenso che, in via di prima applicazione generalizzata, aveva prodotto numeri importanti (più di 70 mila adesioni) non è stato reiterato e, se non si sono letti male i dati, oggi produce un numero piuttosto ridotto di aderenti (16.400), pur se in crescita sul 2016 (1000 unità).

Perché non immaginare un sistema in stile UK di automatic “re”enrollment, per cui il meccanismo del silenzio assenso sia esteso – es. su base triennale – anche verso coloro che dovessero aver deciso di mantenere il TFR presso il datore di lavoro?

Certo, la prima risposta dovrebbe passare per altre strade, ad esempio il creare soluzioni agevolate per le PMI per accedere - a condizioni convenienti - a forme di credito idonee a compensare l’uscita di TFR. Soluzioni che le renderebbe ben più stabili in termini di bilancio e che la prima versione del d.lgs. 252/2005 già prevedeva.

Resta poi il tema dei lavoratori autonomi e liberi professionisti su cui grava in toto il contributo alla pensione complementare e che, conseguentemente, ne riduce la diffusione. Perché non incentivare un utilizzo dei meccanismi di contribuzione “non impattante”, ad esempio utilizzando meccanismi di contribuzione attraverso i mezzi di pagamento (es. punti premio su carte di credito), consentendo così di sfruttare il risparmio fiscale (anche se la regola varrebbe, allo stato, salvo innovazioni, solo per i dipendenti) prima della scadenza annuale e già tramite carta di credito? Alcune nazioni sono già attive nel consentire la spesa del risparmio fiscale in corso d’anno, senza attendere la dichiarazione dei redditi.

Va da sé che si ha coscienza delle difficoltà di attuare una simile misura nel Bel Paese per numeri e criticità.

Riuscire ad attrarre nuove risorse, con l’impegno degli stessi fondi pensione, agevolati – se possibile – da incentivi e da strumenti finanziari di facile fruizione, potrebbe essere la risposta alla necessità di reperire nuove fonti di finanziamento per i grandi progetti del Paese, per la silver economy e per il sostegno alle stesse categorie di aderenti, con beneficio inerziale e circolare alla crescita dei redditi e conseguentemente alla misura delle contribuzioni.

Se il ragionamento fosse esteso su ampia scala, a tutti gli investitori istituzionali (fondi pensione, casse privatizzate, fondazioni bancarie, assicurazioni,…) si ragionerebbe di investimenti percentuali – in parte già attuati – su un monte di attivi, come emerge dal Quinto Report annuale a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, per il 2017 pari a 830 miliardi euro. 

Alessandro Bugli, Area Assicurativa e Welfare Studio Legale Taurini&Hazan - Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

27/8/2018

 

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