Osservasalute 2016: Italia, Paese di anziani e di malati cronici

Il Rapporto Osservasalute 2016 evidenzia l’incremento di patologie croniche, che affliggono almeno 4 italiani su 10. Cresce inoltre il divario territoriale tra Nord e Sud rispetto alle condizioni di salute, con riflessi importanti anche sulle aspettative di vita

Mara Guarino - @MaraGuarino

Complice anche l’invecchiamento della popolazione, gli italiani sono sempre più spesso colpiti da malattie croniche, che riguardano ormai almeno 23,6 milioni di cittadini, vale a dire circa 4 abitanti su 10: è questo uno dei dati più rilevanti, anche per le pesanti ripercussioni sulle casse del Servizio Sanitario Italiano, che emerge dal Rapporto Osservasalute 2016, approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle regionali italiana presentata lo scorso 10 aprile all’Università Cattolica di Roma.  

Ipertensione arteriosa, ictus ischemico, malattie ischemiche del cuore, scompenso cardiaco congestizio, diabete mellito di tipo 2, BPCO, asma bronchiale, osteoartrosi e disturbi tiroidei tra i disturbi più diffusi, e in crescita: nel 2015, il 23,7% dei pazienti adulti in carico alla medicina generale presentava contemporaneamente due o più condizioni croniche, una percentuale che rivela un preoccupante trend al rialzo se confrontata con il 21,9% registrato invece nel 2011. Non solo, stili di vita tutt’altro che perfetti - si pensi ad esempio a fattori di rischio come sedentarietà e sovrappeso - favoriscono l’insorgenza di tali condizioni morbose in età sempre più precoce, il che significa, come spiega il Rapporto giunto alla sua quattordicesima edizione, che gli italiani dovranno convivere con queste patologie per un numero di anni sempre maggiore. Con un inevitabile e conseguente abbassamento della qualità della vita e costi che rischiano di divenire sempre più insostenibili per il SSN, costretto a far fronte a un incremento della richiesta di prescrizioni farmacologiche, visite diagnostiche specializzate e altre tipologie di cura.

Le patologie croniche sembrano inoltre riflettere anche i divari sociali del Paese. Un esempio su tutti, la prevalenza di cronicità che, nella classe di età 25-44 anni ammonta al 4%, ma con significative differenze sulla base del livello d’istruzione dei soggetti interessanti: mentre tra i laureati è infatti pari al 3,4%, nella popolazione con il livello di istruzione più basso e pari al 5,7%. 

La multicronicità in Italia - Osservasalute 2016

Altro divario importante confermato dall’ultimo Rapporto Osservasalute  è poi quello tra Nord e Sud, dove la differente disponibilità di risorse sembrerebbe ripercuotersi direttamente sulla salute degli abitanti delle diverse regioni italiane: più alta nel Mezzogiorno, ad esempio, la mortalità prematura sotto i 70 anni d’età. Se, nel 2015, ogni cittadino italiano può augurarsi di vivere mediamente 82,3 anni (80,1 per gli uomini; 84,6 per le donne), nella virtuosa provincia autonoma di Trento la sopravvivenza sale a 83,5 anni (uomini 81,2; donne 85,8), mentre per un cittadino campano scende a soli 80,5 anni (uomini 78,3, donne 82,8). Il Mezzogiorno resta inoltre un passo indietro anche sul fronte della riduzione della mortalità che, negli ultimi 15 anni, è sì calata in tutto il Paese, ma in modo tutt’altro che omogeneo, soprattutto nel caso degli uomini: tale calo è stato infatti del 27% al Nord, del 22% al Centro e del 20% al Sud e Isole. 

D’altro canto, proprio al Nord e, in particolare nella provincia autonoma di Bolzano, si registra la spesa sanitaria pubblica più alta di tutto il Paese (2.255 euro), mentre al Sud quella più bassa: il primato, in questo caso, è quello della Calabria, con 1.725 euro.  Va tuttavia precisato che nel 2015 la spesa pro capita italiana, pur restando tra le più basse di tutta l’area OCSE - ha subito una leggera inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni, risalendo - per la prima volta dal 2010 - sino a quota 1.838 euro pro capite.  Le evidenti disparità di salute - si legge ancora nel Rapporto Osservasalute - potrebbero anche essere una conseguenza delle politiche e delle scelte allocative delle Regioni: per esempio, gli screening oncologici coprono la quasi totalità della popolazione in Lombardia, ma solo il 30% di quella residente in Calabria. La carenza di risorse non risulta comunque essere di per sé un fattore sufficiente a spiegare il divario geografico: dall'indicatore sulle risorse disponibili in termini di finanziamento pro capite emerge infatti che molte regioni settentrionali riescono a migliorare la propria performance senza aumentare la spesa; di contro, il Lazio e diverse regioni del Sud peggiorano la propria performance pur incrementando le risorse disponibili rispetto al dato nazionale.

Spesa sanitaria pubblica pro capite - Osservasalute 2016

Un ultimo dato, tutt’altro che trascurabile sia per quel che riguarda l’incidenza delle patologie croniche sia per quel che concerne le future prospettive del SSN, è infine quello concernente la demografia. Anche Osservasalute 2016 conferma infatti il progressivo invecchiamento della popolazione italiana, cui si affianca oltretutto una diminuzione delle nascite inferiore al tasso di sostituzione. Oltre 1 italiano su 5 ha dunque ormai più di 65 anni: aumentano in particolare i cosiddetti “giovani anziani” (ossia i 65-74enni), mentre prosegue l’avanzata degli anziani tra i 75 e 84 anni, che rappresentano ormai l’8% della popolazione. Anche in questo caso è oltretutto possibile notare delle differenze geografiche, con la Liguria che conquista il primato della vecchiaia con una percentuale del 10,6% (contro il  “solo” il 6,1% fatto registrare dalla Campania). Aumentano infine anche i “grandi vecchi”, mentre si assiste a una lieve diminuzione della popolazione ultracentenaria: al primo gennaio 2016, più di tre residenti italiani su 10.000 avevano più di 100 anni. 

Piramide dell'età per genere e cittadinanza - Osservasalute 2016

Si registra infine, anche per quesa edizione, l’aumento del peso della componente femminile sul totale dei residenti all’aumentare dell’età: la proporzione di donne è del 52,9% tra i giovani anziani, sale al 57,5% tra gli anziani e arriva al 68,5% tra i grandi vecchi. Le donne restano quindi in maggioranza, benché vada notato come, negli ultimi anni, la componente maschile negli ultimi anni sta lentamente recuperando tale svantaggio, forte della riduzione dei differenziali di mortalità per genere.

12/4/2017

 
 

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