Dieci domande per un corretto approccio a rischi e bisogni

Un percorso in 10 puntate, tante quante sono le domande alle quali rispondere per un corretto approccio ai propri rischi e ai propri bisogni

Alessandro Bugli - @a_bugli

Cominciamo dalla prima: «Quali sono i miei rischi e i miei bisogni?»

Secondo la migliore dottrina[1] che si è occupata della materia, si intendono per:

  • rischi: quegli eventi che nel corso della vita possono produrre infortuni, malattie, disoccupazione, perdita dell’abitazione, povertà, infortunio sul lavoro e malattie professionali, perdita di autosufficienza, ecc…;
  • bisogni: necessità di un bene o di un servizio (a volte indispensabile); qualcosa che manca o è venuto a mancare a seguito di uno degli eventi di rischio elencati sopra.

Lo Stato dà, lo Stato chiede: tutti i miei bisogni sono garantiti dall’intervento pubblico? La risposta è evidentemente: NO! E nemmeno potrebbe o sarebbe corretto.

La Costituzione italiana al suo articolo 38, c. 1, stabilisce infatti che solo “Il cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”.  Se si guarda al diritto alla salute, l’art. 32 della Carta stabilisce che: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. SOLO, a questi ultimi.

E così, chi è in forza, in età da lavoro, e ne ha la possibilità, deve saper far fronte ai propri rischi e bisogni, pena disperdere ingiustificatamente le risorse (per definizione) limitate che possono derivare dalla raccolta tributaria e dalle altre modalità di finanziamento dello Stato sociale. Quelle devono essere destinate a chi ha effettivamente bisogno, niente sprechi (e, perché no, meno pressione fiscale). La risposta, va da sé, non può essere continuare a fare debito, salvo voler uccidere il futuro dei nostri cari giovani.

Ognuno di noi, prima ancora di decidere come farvi fronte, deve analizzare e comprendere quali sono i propri rischi e i propri bisogni, e tra questi capire quali siano quelli per cui si sia già garantiti dallo Stato o da altre forme di assistenza o previdenza privata. Per capirci, i rischi e bisogni dipendono da varie caratteristiche dell’interessato: es. il rischio di distruzione della casa a causa di terremoto o tromba d’aria non sussiste normalmente per chi non è proprietario di un immobile; il bisogno di ricevere un indennizzo in occasione di un infortunio sul lavoro è temperato dall’esistenza dell’assicurazione sociale INAIL, e così via. 

Per stilare, quindi, un corretto elenco ordinato e organico dei propri rischi e dei propri bisogni è allora necessario avere una visione a tutto tondo dell’esistenza. Provando a dare un aiuto in tal senso, bisogna chiedersi se la propria persona e il proprio patrimonio siano già sufficientemente garantiti al verificarsi di un evento futuro (e, potenzialmente, avverso).

Così, provando a esemplificare, l’elenco dei rischi e bisogni della persona sarà – anche sensibilmente – diversi, a seconda che si svolga un’attività di lavoro dipendente o autonomo e, in quest’ultima categoria, se si sia o meno un libero professionista. Il lavoratore dipendente (si veda l’esempio precedente dell’infortunio sul lavoro) è comunemente più garantito in materia di assistenza per salute e welfare rispetto al collega autonomo o libero professionista. Così, provando nuovamente a esemplificare, se il dipendente versa per tutta la vita lavorativa il 33% del proprio reddito da lavoro a INPS è chiaro che il suo tasso di sostituzione, al tempo del ritiro per quiescenza, sarà migliore rispetto al collega professionista che versa alla sua Cassa professionale solo il 17%. Da qui, la facile considerazione per cui, se entrambi (dipendenti e professionisti) hanno necessità della previdenza complementare, il bisogno è normalmente maggiore per i secondi, quando i compensi non siano tali da consentire di accumulare altre forme di ricchezza nel corso della vita.

Un’altra variabile riguarda la composizione del nucleo familiare. Sono single, sposato, ho uno o più figli, devo prestare assistenza a un parente disabile? Più il nucleo familiare è ampio, più il garantire i propri cari in ipotesi di premorienza (tanto più se il soggetto che si garantisce è l’unico o il principale percettore di reddito) si renderà importante. Ciò ancor di più nell’ipotesi in cui nel nucleo familiare vi sia qualcuno che versi in stato di disabilità. Questa premura è fatta propria anche dal legislatore che – con la recente legge sul “dopo di noi” – incentiva fiscalmente “A decorrere dal periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2016, l'importo di euro 530 è elevato a euro 750 (n.d.r. di detraibilità fiscale) relativamente ai premi per assicurazioni aventi per oggetto il rischio di morte finalizzate alla tutela delle persone con disabilità grave come definita dall'articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, accertata con le modalità di cui all'articolo 4 della medesima legge”.

E il patrimonio? Anche questa è una peculiarità della bella nazione. Siamo, a volte, più propensi a garantirci di colmare il gap previdenziale a 40 anni da oggi (cosa, peraltro, giusta e sacrosanta da farsi e meno onerosa, se diluita nel tempo) che ad assicurare la nostra prima casa di abitazione per eventi naturali, incendi, scoppi o altro. Com’è possibile? Amiamo la nostra abitazione quasi come un nostro caro, eppure si sono fatte battaglie per inserire un divieto di legge al collocamento forzato di soluzioni assicurative abbinate a mutui e finanziamenti (quando il tema riguardava i caricamenti provigionali e poteva/doveva essere risolto diversamente).

Quanti beni abbiamo, quanti di questi – ove andassero distrutti – cambierebbero la nostra esistenza?

In conclusione, conoscere i propri rischi e i propri bisogni è il primo passo per comprendere se, e come, garantirsi.

 


[1] Alberto Brambilla, Istituzione, economia e gestione di previdenza pubblica, Milano, 2012, p. 15

 

19/12/2016 

 

 
 
 

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