Invecchiamento e non autosufficienza, quali scenari per il welfare integrato?

Il progressivo allungamento della speranza di vita si accompagna, inevitabilmente, anche a una crescita dei bisogni socio-assistenziali. Uno scenario all'interno del quale la risposta del settore pubblico rischia di rivelarsi insufficiente: ecco perché servono idee e proposte concrete per coinvolgere maggiormente il settore privato 

Alessandro Bugli e Michaela Camilleri

L'invecchiamento della popolazione è indubbiamente uno dei macro-trend del futuro, sebbene il fenomeno sia in atto già da alcuni decenni in Europa e, in particolare, in Italia:  oggi nel nostro Paese gli over 65 sono 13,8 milioni e rappresentano il 22,8% della popolazione, quota che ci posiziona al primo posto della classifica europea (+3 punti percentuali rispetto alla media); primato che manteniamo anche guardando all’incidenza degli over 80, pari al 7% della popolazione totale rispetto al 5,6% della media europea. L’Italia, inoltre, detiene il record europeo, insieme alla Francia, del maggior numero di ultracentenari in vita, oltre 14mila secondo le ultime stime dell’Istat.

Dal 2015, anno in cui il la popolazione totale con 60,8 milioni di residenti raggiungeva il massimo dell’epoca recente e da cui, in seguito, si è avviato un declino protrattosi nei quattro anni successivi, la fascia anziana è l’unica a registrare un incremento costante. Il peso degli ultrasessantacinquenni è, oltretutto, destinato a crescere ancora: le ultime previsioni dell’Istat indicano che nei prossimi 25-30 anni si registrerà un picco di invecchiamento e la quota di over 65 raggiungerà il 34% del totale. 

Con questi primati, il nostro Paese si conferma uno dei più longevi d’Europa e del mondo. Secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili relativi al 2017, l’Italia occupa i vertici delle classifiche sia per speranza di vita alla nascita (80,8 per gli uomini e 85,2 per le donne) sia per speranza di vita residua a 65 anni, più elevata di un anno per entrambi i generi rispetto alla media UE (19,2 anni per gli uomini e 22,4 per le donne). 

Fig. 1 – Speranza di vita a 65 anni

Fig. 1 – Speranza di vita a 65 anni

Fonte: elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati Eurostat

Oltretutto, a differenza delle stime sulla fecondità e sul saldo migratorio (ulteriori componenti fondamentali per le proiezioni demografiche), l’aumento dell’aspettativa di vita e la crescita della popolazione anziana costituiscono la parte solida delle previsioni Istat perché esito dello spostamento della generazione dei boomers nelle fasce d’età più avanzate e, quindi, ci sono poche possibilità di agire sulla sua consistenza (si potrà piuttosto intervenire sulle condizioni di salute e sulla condizione attiva).

Viviamo dunque più a lungo, ma non necessariamente meglio. Guardando alla speranza di vita in buona salute infatti la situazione per il nostro Paese è meno favorevole al confronto con gli altri Paesi europei. L’Italia scende dal podio e si allinea alla media europea per speranza di vita a 65 anni in buona salute (senza limitazioni funzionali): nel caso degli uomini, pur mantenendosi leggermente al di sotto della media europea, perde di gran lunga posizioni, collocandosi ben al di sotto del Paese europeo più virtuoso (la Norvegia, con 15,9 anni, rispetto ai 9,4 dell’Italia); nel caso delle donne, invece, dal quinto posto scende al dodicesimo in classifica con 9,8 anni (valore inferiore alla media di 10,2 anni).

Fig. 2 – Speranza di vita in buona salute a 65 anni

Fonte: elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati Eurostat

La sfida dell’invecchiamento è allora legata a quella non autosufficienzaspesso inevitabile conseguenza dell’allungamento dell’aspettativa di vita media. Il modello pubblico per la gestione della LTC è oggi efficiente e adeguato? Sarà sostenibile in futuro? Quali opportunità e margini di intervento per il settore complementare?

Per provare a rispondere (o quantomeno a offrire gli spunti per riflettere) su questi importanti quesiti partiamo da alcuni dati di fatto: già oggi la spesa pubblica destinata alla Long Term Care (che include, oltre alla componente sanitaria, le indennità di accompagnamento e gli interventi socioassistenziali erogati a livello locale) vale circa 29,3 miliardi di euro, pari all’1,7% del PIL del 2018 (di cui circa tre quarti erogati a over 65), e secondo le ultime proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato aumenterà fino al 2,5% del PIL entro il 2070.

Si ricorda che il costo complessivo per la gestione della non autosufficienza ricomprende tre voci: le indennità di accompagnamento e la componente sanitaria, che insieme rappresentano l’86% della spesa totale (rispettivamente il 45% e il 41%), e gli interventi socio-assistenziali, erogati a livello locale e rivolti ai disabili e agli anziani non autosufficienti, che coprono il restante 14%. 

Nello specifico:

  • le indennità di accompagnamento rappresentano la componente principale di spesa, pari a circa lo 0,8% del PIL. Si tratta di prestazioni monetarie erogate ad invalidi civili, ciechi civili e sordomuti esclusivamente in dipendenza delle condizioni psico-fisiche del soggetto;
  • la componente sanitaria della spesa per LTC, pari allo 0,7% del PIL, include l’insieme delle prestazioni sanitarie erogate a persone non autosufficienti che, per senescenza, malattia cronica o limitazione mentale, necessitano di assistenza continuativa. In Italia, tale componente comprende, oltre all’assistenza territoriale rivolta agli anziani e ai disabili (articolata in assistenza ambulatoriale e domiciliare, assistenza semi-residenziale e assistenza residenziale), l’assistenza psichiatrica, l’assistenza rivolta agli alcolisti e ai tossicodipendenti, l’assistenza ospedaliera erogata in regime di lungodegenza, una quota dell’assistenza integrativa, dell’assistenza protesica e dell’assistenza farmaceutica erogata in forma diretta o per conto;
  • le “altre prestazioni LTC”, per un valore pari allo 0,2% del PIL, sono prestazioni eterogenee erogate a livello locale per finalità socio-assistenziali rivolte ai disabili e agli anziani non autosufficienti. Si tratta di prestazioni in natura, riconosciute in forma residenziale e semi-residenziale (per circa il 60% del valore complessivo) e, in misura residuale, prestazioni in denaro (incluse agevolazioni sui ticket, sulle tariffe o sulle rette riservata a particolari categorie di utenti).

È allora evidente come il problema della sostenibilità dell’attuale modello pubblico di gestione della non autosufficienza risieda nell’eccessivo sbilanciamento a favore dell’erogazione di prestazioni monetarie quando, mai come in questo caso, si dovrebbe piuttosto ragionare sulla “presa in carico” del soggetto. A tutto ciò si aggiungono, dal lato privato, gli effetti del processo di atomizzazione delle famiglie (mononucleari e coppie senza figli) che, senza un adeguato sostegno da parte del sistema di welfare pubblico, difficilmente riusciranno a portare avanti come oggi il loro prezioso ruolo di caregivers.

Già questi primi dati di inquadramento generale appaiono dunque difficilmente sostenibili nel prossimo futuro. Sarà pressoché impossibile per lo Stato far fronte agli ulteriori incrementi di spesa previsti senza il supporto di tutti gli attori del sistema del welfareintegrativo.

La risposta comunemente data a queste tematiche (salvo lasciarsi cadere nella disperata attesa dell’ineluttabile) è sovente ricondotta a un sano modello di integrazione del welfare da mono a multipilastro. Il tutto attraverso un migliore utilizzo delle limitate risorse e il veicolo delle stesse verso forme soluzioni a effettivo impatto sociale. Bisogna, quindi, fare leva su tutti i fattori esistenti e potenziali per rispondere al tema dei temi degli anni a venire. 

Allo stato, la materia della non autosufficienza è affrontata da singoli e famiglie prevalentemente attraverso l’impiego out of pocket dei propri redditi e risparmi per un totale di quasi 20 miliardi di euro sottostimati (RSA, collaboratori domestici, ausili domestici per la vita quotidiana). A questi si devono aggiungere i costi sostenuti in proprio per white economy, alimentazione dedicata, abbigliamento coerente con determinati stati di salute e tanto altro. Insomma, il Paese delle cure private pagate “di tasca propria” e non tramite fondi e assicurazioni è anche il Paese del rispondo ai problemi dei miei cari direttamente e senza pianificazione oltre che del caregiving familiare; splendido fenomeno, se libero e volontario, molto meno se coatto per limitazione di risorse e fattore di perdita di lavoro e redditi.

Per il resto, le risposte in termini di assistenza arrivano da fondi pensione (pur con rarissime polizze accessorie LTC e sparute rendite incrementali in caso di non autosufficienze dopo il pensionamento), da fondi sanitari (in termini comunque contenuti in termini di prestazioni vincolate a tal fine) e direttamente dalle compagnie. Guardando al totale dei quasi 140 miliardi di raccolta assicurativa, le polizze LTC e quelle per malattia grave arrivano solo a quasi 100 milioni (milioni, non miliardi). Tutto strano se si pensa che le polizze LTC sono una delle poche forme assicurative con detrazione al 19% (pur con un tetto di 1.219 euro) e che la Legge di Bilancio ha previsto che non si computino ai fini del reddito da lavoro dipendente i contributi e i premi per LTC versati dal datore in forma collettiva a favore dei lavoratori.

Pochi o molti, i benefici esistono, ma la popolazione non sembra poi così tanto interessata al tema. Carenza di educazione a parte (solita, triste, verità), l’impressione di chi studia la materia è che una risposta possa solo venire da risposte che si fondino su grandi coorti (dal diverso grado di rischio), pena costi salati per accedere a soluzioni retail effettivamente rilevanti in termini di prestazione. Come attirare queste collettività per condividere la contribuzione e ridurre i costi di accesso? 

La prima risposta potrebbe venire dalla legge in termini di obbligo. Ma quest’azione paternalistica finirebbe per dare un ulteriore stimolo alla crescita dei costi per le famiglie.  La seconda, già pensata e cavalcata, è il contratto di lavoro dipendente. C’è del buono, ma ancora troppo poco. L’impressione è che anche l’importante apporto del welfare aziendale (nello spettro di una definizione troppo lasca) sia andato più a fenomeni ricreativi che a gestire tematiche centrali quali quelle che si discutono.

A ben vedere, un bacino potenziale ci sarebbe. Trattasi di una delle proposte portate avanti in questi anni con Maurizio Hazan, apparentemente eccentriche rispetto all’argomento. L’idea potrebbe essere quella di ripensare la fiscalità e il contributo SSN sul premio RCA per veicolarne una parte a un fondo per la LTC (il cui rischio potrebbe essere poi oggetto di assicurazione in pool). Insomma, dati più di 40 milioni di veicoli e la ramificazione della spesa, un intervento quasi a costo zero potrebbe consentire di accumulare risorse utili a rispondere (almeno in parte) al fenomeno. Dal punto di vista logico e etico, la circolazione auto è quella che sicuramente produce il maggior numero di non autosufficienze da evento violento, soprattutto nelle giovani generazioni. 

Trattasi di idee; ma dalle idee, anche quelle sbagliate, spesso parte un confronto. Discussione a oggi limitata a operatori del settore. In conclusione, si provi ad abbandonare strategie che non hanno condotto a molto e prevalentemente fondate su “provvidenze” monetarie (prevalentemente pubbliche e locali) con le quali il singolo e i suoi cari devono provare a dare risposta alle nuove insorte esigenze; senza spesso averne competenza e capacità di vera allocazione delle risorse. Meglio tentare di dare risposte in forma specifica, in forma di prestazione, secondo cicli virtuosi che veramente aiutano la “presa in carico” del singolo e che peraltro spesso riducono gli impatti in termini di spesa complessiva e danno nuove opportunità di lavoro (vero, in chiaro e non sommerso). Lato privato, al di là del grande sforzo degli operatori, dei sindacati e di tutti gli stakeholder, si provi a comprendere come rendere l’accumulo per LTC diffuso e sopportabile: in buona sostanza, si torni a lavorare sul mutualismo e la mutualità.

Alessandro Bugli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e Studio Legale Taurini&Hazan

Michaela Camilleri, Area Previdenza e Finanza Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali

4/11/2019

 
 

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