La soluzione di garanzia che vuoi stipulare ti copre solo in parte o integralmente?

Massimali, franchigia, scoperto: il nuovo appuntamento con le domande da porsi per un corretto approccio a rischi e bisogni ci aiuta a far chiarezza su concetti fondamentali in materia di assicurazioni

Alessandro Bugli - @a_bugli

Ora che vogliamo assicurarci, avendo conosciuto i nostri rischi e bisogni, la domanda da porsi è: “Ma se succedesse qualcosa, saremmo coperti in tutto o solo in parte?”.

La risposta dipende da quale rischio mi sto assicurando. Proviamo a concentrarci sull’ipotesi in cui ci si stia garantendo da un rischio “danni” e, quindi, dall’ipotesi che si verifichi un evento negativo e pregiudizievole relativo ai nostri beni, alla nostra salute o, più generalmente, al nostro patrimonio (ad esempio, incendio dell’abitazione, infortunio o rischio di dover rispondere verso terzi per un errore professionale). Non toccheremo qui – per le loro particolarità –il tema delle assicurazioni di responsabilità civile, tanto più di quelle di RC obbligatoria (es. quelle per rischi derivanti dalla circolazione auto).

L’assicurazione deve ripagarmi sempre e comunque del pregiudizio patito? La risposta è no. Almeno per le assicurazioni danni, l’art. 1882 c.c. recita infatti che: “L'assicurazione è il contratto con il quale l'assicuratore, verso pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l'assicurato, entro i termini convenuti, del danno ad esso prodotto da un sinistro”.

… Entro i termini convenuti

Avremo occasione di ritornare sulla bontà dell’affermazione che segue, ma in assicurazione si è soliti dire che… l’impresa non può indennizzare l’assicurato di una danno maggiore rispetto a quello effettivamente subito (c.d. principio indennitario), ma – allo stesso tempo – può convenire con la propria controparte contrattuale che, in caso di sinistro, gli riconoscerà un importo inferiore rispetto al pregiudizio effettivamente patito.

Da qui le celebri formule “franchigia” e “scoperto”, oltre alla più ancora nota definizione di “massimale”.

Partiamo da quest’ultima. Il massimale è l’importo (per sua definizione, massimo) che l’assicuratore è disposto a pagare all’assicurato in ipotesi di sinistro. Se, per capirci, il massimale per la nostra polizza incendio dell’immobile è di 100.000 euro, anche se l’immobile “andato in cenere” ne valesse 500.000 di euro, l’importo dovuto dalla compagnia sarebbe sempre e comunque pari al valore del massimale stesso: 100.000 euro. Il massimale – nella prassi – può essere per singolo sinistro o periodo di copertura, ma avremo modo di tornarci in futuro.

La franchigia, invece (al pari dello scoperto, ma con le differenze che diremo), è la quota di danno che l’assicurato accetta di sopportare in proprio. Questa può essere assoluta o relativa. Proviamo a esemplificare: il computer vale 1000 euro, ed è assicurato per il suo intero valore (1000 euro), ma è prevista una franchigia di 100 euro. Se la franchigia fosse assoluta, alla distruzione del computer, l’assicurato avrebbe diritto a ricevere 900 euro e 1000 euro, se invece la franchigia fosse relativa. Quindi, quando la franchigia è assoluta significa che dal danno indennizzabile si dovrà necessariamente ridurre l’ammontare economico della franchigia stessa (danno indennizzabile: 1000 euro; franchigia: 100 euro; 1000 – 100 = 900 euro). Quando, al contrario, la franchigia è relativa, se il danno indennizzabile è inferiore alla franchigia stessa (es. 99 euro) nulla sarà dovuto, però se il pregiudizio è superiore all’importo della medesima franchigia (es. 1000 euro), il pregiudizio – nei limiti del massimale – sarà integralmente garantito. In sostanza, la franchigia relativa opera solo quando il danno patito risulti inferiore all’importo della stessa fissato in polizza.  

Lo scoperto si differenzia dalla franchigia in quanto la quota di danno che rimane in capo all’assicurato - e pertanto non è oggetto di indennizzo da parte della compagnia - è parametrata al valore del danno indennizzabile stesso e non, come si è detto in precedenza, indicato in misura fissa (come avviene per la franchigia). Proviamo, anche qui, a chiarire. Se il danno indennizzabile fosse, come nell’esempio precedente, pari a 1.000 euro e la polizza prevedesse uno scoperto pari al 20%, l’ammontare liquidabile sarebbe pari a 800 euro (danno: 1.000 euro; scoperto: 20%; valore dello scoperto applicato alla posta di danno indennizzabile = 20% di 1.000 = 200; indennizzo pari a 1.000-200= 800). E, così, se il danno fosse pari a 10.000 euro, l’indennizzo – in applicazione dello scoperto – sarebbe pari a 8000 euro (danno: 10.000 euro; scoperto: 20%; valore dello scoperto sulla posta di danno uguale al 20% di mille = 2.000; indennizzo pari a 10.000-2.000= 8.000). Ciò proprio in ragione del fatto che – a differenza della franchigia – lo scoperto non è un valore fisso e predeterminato, ma va sempre ragguagliato al valore del pregiudizio astrattamente indennizzabile.

Venendo a chiudere questo nuovo appuntamento con le domande da porsi per un corretto approccio a rischi e bisogni, perché le compagnie prevedono nelle loro polizze massimali, franchigie o scoperti?  Per contrastare quei fenomeni definibili di moral hazard, cioè quei comportamenti (o, meglio, quegli atteggiamenti) per cui l’assicurato, sapendo di poter essere indennizzato integralmente del proprio pregiudizio in caso di sinistro, si comporti in modo disinteressato nella gestione del proprio rischio e, in conseguenza, cresca il rischio di verificarsi dell’evento di sinistro. E’ dimostrabile facilmente come, se qualcuno sapesse di un risarcimento integrale in caso di caduta del proprio cellulare, questi sarebbe meno attento a proteggere il proprio bene, il tutto a pregiudizio della mutualità assicurata (cioè degli altri proprietari di cellulari che si siano assicurati con la compagnia) che dovrebbero sostenere prospetticamente costi maggiori per assicurarsi. È chiaro a tutti come i sinistri vengano pagati in funzione dei premi raccolti e, se i premi non dovessero essere sufficienti a questo fine, allora bisognerebbe chiederne di più elevati ai contraenti per gli anni a venire. In sostanza, la ragione di tali previsioni contrattuali era – e resta in parte – quello di far sì che ognuno di noi, pur assicurando il proprio rischio, resti interessato al non verificarsi dell’evento dannoso, patendone in proprio (anche se solo per quota) le relative conseguenze avverse. Principio fondamentale dell’assicurazione che fa proprio da sfondo ad uno degli articoli cardine della materia, l’art. 1900, prima comma, del Codice Civile, per cui: “L'assicuratore non è obbligato per i sinistri cagionati da dolo o da colpa grave del contraente, dell'assicurato o del beneficiario, salvo patto contrario per i casi di colpa grave [ndr. non è normalmente così per le assicurazioni di responsabilità civile, dove la colpa grave è coperta per definizione dell’art. 1917 c.c.]”.

In conclusione?

Attenzione, come sempre, a leggere e conoscere bene l’offerta della compagnia e a comprendere sino a che punto siamo coperti. È fondamentale sapere quanto del danno patito potrebbe restare a nostro carico. Ma non siamo soli. Il quesito e il conseguente esercizio di approfondimento spetta non solo a noi ma anche al nostro intermediario, pena – per quest’ultimo – il rischio di proporci un contratto inadeguato, con le conseguenze amministrative e di responsabilità già affrontate nello scorso appuntamento della nostra rubrica

27/3/2017

 
 
 

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