Benvenuti Pir: cosa sono e come funzionano i piani individuali di risparmio

I piani di risparmio a lungo termine sono una soluzione che combina il sostegno all’economia reale con una funzione previdenziale per i cittadini. Fondamentale tuttavia fare chiarezza, nei prossimi mesi, sugli aspetti di regolazione ancora incerti 

Sonia Ciccolella e Mattia Suardi

Come noto, la Legge di bilancio 2017 (legge n. 232/2016) ha recentemente introdotto i piani di risparmio a lungo termine (Pir). Questa novità rappresenta la realizzazione di un progetto atteso da tempo, sin da quando queste soluzioni di investimento furono previste dal legislatore nel 2011, ma mai concretizzate a causa della mancata adozione dei provvedimenti attuativi. Con l’ingresso dei Pir nel panorama dell’offerta di prodotti finanziari in Italia, il nostro Paese recupera così il gap rispetto ad analoghe esperienze d’Oltralpe (i Plan d’Epargne en Actions – PEA francesi, ma anche gli Individual Saving Account – ISA britannici).

Il Pir si configura come un “contenitore” il cui investimento può arrivare, per ogni anno, sino a 30.000 euro e, complessivamente, fino a 150.000 euro. Nello specifico, il piano si costituisce sottoscrivendo un rapporto di custodia o amministrazione, una gestione di portafogli, quote di fondi comuni detenute in un’apposita “rubrica” o una polizza assicurativa. Dal punto di vista del risparmiatore, le specificità proprie dei Piani Individuali di Risparmio presuppongono una corretta comprensione delle caratteristiche del prodotto e, di conseguenza, evidenziano l’importanza del ruolo dei consulenti finanziari quando si tratta di considerare, in fase iniziale, la possibilità di aderire a un Pir e, successivamente, di monitorare la gestione del proprio investimento.

Il Pir rappresenta una soluzione di risparmio caratterizzata da un beneficio fiscale ben definito. La normativa accorda infatti alle persone fisiche residenti in Italia che investono in un Pir l’esenzione dalle imposte sostitutive e ritenute generalmente applicate su interessi, utili e plusvalenze. Un’ulteriore forma di esenzione fiscale è prevista in caso successione ereditaria o donazione. Sono inoltre pensati per rispondere a una serie di esigenze proprie sia dei cittadini che delle imprese: favorire il risparmio a lungo termine e il collegamento con l’economia reale, innalzare il livello di diversificazione dei portafogli di investimento dei risparmiatori e assolvere a una funzione previdenziale.

Al fine di promuovere il risparmio di lungo periodo e finanziare le imprese radicate nel territorio italiano, l’agevolazione fiscale associata al piano è condizionata al rispetto di due vincoli relativi alla composizione del patrimonio del Pir e alla conservazione degli strumenti finanziari nel piano. Più precisamente, almeno il 70% delle risorse del piano va investito in strumenti finanziari, anche non quotati, emessi da imprese stabilite in Italia. Un particolare occhio di riguardo è destinato alle piccole e medie imprese: di questo 70%, almeno il 30% deve infatti essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese non quotate, ossia non inserite nell’indice Ftse Mib di Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati borsistici europei. Questo vincolo risponde, appunto, alla necessità di canalizzare il risparmio delle famiglie verso investimenti nell’economia reale, con una particolare attenzione alle imprese italiane e, dunque, al radicamento sul territorio nazionale. È poi prevista una condizione temporale: gli strumenti finanziari in cui è investito il piano devono essere mantenuti per almeno 5 anni. Tale vincolo è pensato per consentire alle imprese di poter fare affidamento sulle risorse ricevute tramite il piano, in modo stabile, per un periodo di tempo medio-lungo.

In secondo luogo, rappresentano una soluzione che, se concepita come parte di un portafoglio di investimento complessivo, può favorire la diversificazione, ampliare l’orizzonte temporale di investimento e “raffinare” il rapporto rischio-rendimento con l’introduzione di un’asset class ben definita riferita alle imprese operanti in Italia, incluse le Pmi.

È altresì possibile pensare a una funzione previdenziale dei Pir. L’ottica di medio-lungo periodo e la possibilità di effettuare versamenti in più soluzioni possono infatti rispondere, oltre che alle esigenze di gestione della liquidità e di ricerca del rendimento, anche a un obiettivo di pianificazione previdenziale. In questa prospettiva, i Pir rappresenterebbero il quarto pilastro del sistema previdenziale italiano accanto alla pensione pubblica (il primo pilastro), ai fondi pensione (il secondo) e ai piani individuali pensionistici (i Pip, il terzo pilastro). In tal modo, i Pir possono contribuire a rendere più completo e ricco l’offerta per i risparmiatori affiancandosi a fondi pensione e Pip, senza sostituirli, tanto più considerando che essi sono destinatari di un’agevolazione fiscale ad hoc. Nella sua veste previdenziale il Pir si può allora concepire come un prodotto “personale”, che può accompagnare l’investitore per tutta la vita.

Tutto rose e fiori, dunque? Effettivamente il mercato sembra aver apprezzato la novità: diversi operatori già offrono prodotti Pir-compliant (principalmente, fondi comuni) e altri stanno valutando di inserire questi piani nella propria offerta. Ci sono però due aspetti fondamentali che meritano dovuta attenzione.

Il primo, che il mercato ha già rappresentato alle istituzioni pubbliche, è un problema di coordinamento tra norme rispetto ai requisiti degli investimenti nei Pir. In particolare, il dubbio ruota attorno alla possibilità, per i Pir, di investire, oltre che in azioni e quote di fondi comuni azionari, anche in obbligazioni. L’interpretazione più rispondente allo spirito della norma è certamente quella secondo cui i Pir sono pensati per sostenere, in generale, la raccolta di risorse da parte delle imprese, anche attraverso i titoli obbligazionari. In tal senso, la questione potrebbe essere risolta mediante un’apposita modifica alla normativa di riferimento.

Il secondo aspetto meritevole di attenzione emerge ricordando che i Pir si rivolgono al segmento retail. Considerando, in particolare, il ridotto livello di educazione finanziaria che ancora oggi caratterizza i cittadini italiani, il risparmiatore medio è davvero in grado di comprendere tutti gli elementi necessari prima di investire in un Pir? Si tratta, al riguardo, di capire il funzionamento del meccanismo di esenzione fiscale – con particolare riferimento alle condizioni da rispettare – ma anche la politica di investimento e dunque il profilo rischio-rendimento del singolo piano. Bisogna anche tenere presente l’elevato grado di personalizzazione del prodotto: si pensi, anzitutto, al meccanismo dei versamenti e alla conseguente possibilità di modulare nel tempo l’agevolazione fiscale. Al riguardo, risulta allora di fondamentale importanza l’attività di assistenza che i consulenti finanziari possono prestare ai risparmiatori al fine di agevolare l’assunzione di decisioni informate e consapevoli in tema di pianificazione finanziaria e previdenziale. Al momento di valutare la sottoscrizione di un Pir, il singolo investitore può infatti affidarsi al proprio consulente per comprendere le caratteristiche del prodotto e la corrispondenza dello stesso al suo profilo. Durante la vita dell’investimento, il risparmiatore potrà inoltre rivolgersi al consulente per definire come ottimizzare versamenti e prelievi e il conseguente beneficio fiscale nonché, più in generale, per valutare l’adeguatezza nel continuo della soluzione adottata.

Posto che rimarrà da verificare, nei mesi a venire, l’appeal che i Pir avranno per i risparmiatori italiani, è auspicabile che nel frattempo si faccia chiarezza sugli aspetti di regolazione ancora incerti e che tutti gli operatori del settore (gestori, intermediari e consulenti finanziari) promuovano tali soluzioni di investimento presso il grande pubblico, fornendo tutte le informazioni utili e necessarie a prendere consapevolmente le proprie decisioni in ambito finanziario.

Il contributo è stato realizzato con la collaborazione dell'Ufficio Studi Anasf

23/3/2017

 
 
 

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