COVID-19, la pandemia non ferma l'invecchiamento della popolazione

Nonostante quanto si potrebbe pensare considerato l'impatto di COVID-19 sugli over 65, il trend di invecchiamento della popolazione italiana non ha subito interruzioni neppure nel 2020: il motivo principale? Secondo le ultime previsioni Istat, il calo ulteriore del tasso di fecondità

Giovanni Gazzoli

Nei giorni scorsi, l’Istat ha pubblicato un aggiornamento delle statistiche sulla mortalità, diffondendo i dati sui decessi per tutti i 7.903 comuni italiani al 30 settembre 2020. Inoltre, in occasione del convegno virtuale di Fine Anno organizzato da Itinerari Previdenziali, il Presidente dell’Istituto Giancarlo Blangiardo ha esposto una serie di interessanti previsioni in merito alla struttura demografica del nostro Paese per i prossimi anni. La combinazione di queste informazioni è utile per capire lo scenario attuale nel mezzo della pandemia da COVID-19, nonché l’impatto che avrà nel futuro.

Partendo dalla situazione attuale, registriamo il numero totale (quindi non solo per il coronavirus) di decessi in Italia al 30 settembre 2020: 527.888, ossia 43.453 in più (+8,97%) di quelli registrati in media nello stesso periodo degli anni 2015-2019. Certamente l’aumento del numero deriva dalla pandemia, come dimostrano due dati: la distribuzione dei decessi nel tempo, e le caratteristiche dei deceduti. Per quanto riguarda quest’ultima, sappiamo infatti che se tutta la popolazione ha avuto un incremento della mortalità di quasi il 9%, quella anziana (over 65 anni) ha subito un aumento di oltre il 16%, poiché si è passati, negli stessi nove mesi del 2020, da una media di 317.787 decessi tra il 2015 e il 2019 ai 369.068 del 2020 (tabella 1).

Un evidente effetto della malattia, che sappiamo colpire in modo molto forte i soggetti più fragili, principalmente i senior: lo riporta anche l’Istituto Superiore di Sanità, che certifica ad 80 anni l’età media dei deceduti per COVID-19 in Italia.

Tabella 1 – La mortalità tra gli over 65 nei primi 9 nove mesi del 2020

Tabella 1 – La mortalità tra gli over 65 nei primi 9 mesi del 2020

Fonte: Istat

In merito alla distribuzione dei decessi nel tempo, invece, vediamo che l’aumento maggiore si ha avuto a marzo e aprile (rispettivamente +47,78% e +39,75% dei decessi rispetto alla media dei cinque anni precedenti, tabella 2), ossia nel picco della prima ondata (la seconda, in effetti, non è compresa nell’insieme dei dati raccolti).

Tabella 2 – La distribuzione temporale dei decessi nei 9 nove mesi del 2020

Tabella 2 – La distribuzione temporale dei decessi nei 9 nove mesi del 2020

Fonte: Istat

Oltre alla coincidenza con l’evoluzione della diffusione dei contagi, quest’ultimo dato si discosta dal trend degli anni precedenti, quando il picco dei decessi si registrava nel mese di gennaio: nel 2018, ad esempio, nel primo mese dell’anno si erano registrati circa 70mila decessi, per poi scendere sotto i 60mila nei due mesi successivi; stesso trend registrato nel 2019, mentre nel 2020 gennaio e febbraio hanno visto circa 60mila morti, prima dei quasi 90mila del mese di marzo (figura 1).

Figura 1 – La distribuzione temporale dei decessi, gennaio 2018-agosto 2020

Figura 1 – La distribuzione temporale dei decessi, gennaio 2018-agosto 2020

Fonte: Istat

A livello locale, come noto, il prezzo maggiore lo hanno pagato le regioni del Nord: il maggior incremento di mortalità nelle province italiane durante il picco della pandemia nella primavera del 2020, infatti, ha riguardato 4 province lombarde e una dell’Emilia-Romagna: Bergamo (+364,3%), Cremona (+292,3%), Lodi (+235,3%), Brescia (+222,7%) e Piacenza (+196,7%).

Analizzata dunque la dinamica dei decessi, e misurato l’impatto della pandemia su di essa, l’Istat si concentra sul futuro, provando a delineare lo scenario che ci attende. Questo a partire dal saldo demografico del 2020 che in proiezione, a fine anno, dovrebbe vedere circa 400mila nascite a fronte di un numero di decessi compreso tra 674mila e 70 mila, per un saldo negativo fra -274mila e -304mila abitanti. Questo porterebbe il totale della popolazione sotto i 60 milioni di abitanti, confermando una tendenza in ribasso che prosegue ormai da diversi anni.

Un dato interessante che lega presente e futuro, infine, è quello sul tasso di fecondità (figura 2): l’Istat stima che il 2020 si prenderà il record negativo con 1,13 figli per donna, superando al ribasso il minimo storico dell’Italia, 1,19, che resisteva dal 1995: il Presidente Blangiardo ha attribuito questo forte calo anche alla dimensione psicologica, in un contesto nel quale paura e sfiducia nel futuro generate dal contesto di crisi sanitaria ed economica ha influito sul desiderio di fare figli.

Figura 2 – Tasso di fecondità

Figura 2 – Tasso di fecondità

Fonte: Istat

L’altro dato che caratterizza l’evoluzione della popolazione e che è stato fortemente impattato da COVID, è la speranza di vita a 65 anni (figura 3): sebbene negli ultimi 20 ci fossero stati dei casi di “regressione” del dato, non si era mai verificata una riduzione come quella attesa a fine 2020, quando la speranza di vita a 65 anni scenderà a 20 anni, quasi 1 anno in meno di 12 mesi fa, tornando al valore del 2010. Peraltro, nelle province del Nord più colpite dalla pandemia, l’aspettativa sarà ancora minore, di circa 19 anni, mentre in quelle del Sud la variazione sarà meno significativa.

Figura 3 – Speranza di vita a 65 anni

Figura 3 – Speranza di vita a 65 anni

Fonte: Istat

Ovviamente, verrà influenzata anche l’aspettativa di vita alla nascita: l’Istituto infatti segnala che, tra le province che subiranno un impatto maggiore, Bergamo vedrà la speranza di vita dei suoi neonati ridursi a quella registrata nel 2000, mentre a Cremona si regredirà al 2003, con un salto indietro di 10 anni abbastanza generalizzato nel resto del Nord Italia.

A livello nazionale, il 2020 porterà dunque un rallentamento nella crescita dell’indice di vecchiaia, ossia l’incidenza della popolazione anziana, di circa 0,2 punti percentuali; la percentuale di anziani sulla popolazione totale dovrebbe diminuire in ben 19 regioni, e la provincia che subirà la variazione negativa più marcata sarà Cremona, con -0,6 punti percentuali.

Figura 4 - Numero di province per punti di incremento/decremento della percentuale di incidenza
della popolazione anziana (% di residenti in età 65anni e più)

Figura 4 - Numero di Province per punti di incremento/decremento della percentuale di incidenza della popolazione anziana (% di residenti in età 65anni e più)

Fonte: Istat

In sostanza, traendo le fila, che popolazione ci lascia in eredità COVID-19? Lo mostra la figura 4, che – in base a quattro diversi scenari – riassume il numero di province divise per l’incremento o decremento della percentuale di incidenza della popolazione anziana. Ebbene, si può dire che la pandemia non ci lascia in eredità una popolazione più giovane, ma una meno vecchia, nel senso che il trend di invecchiamento demografico è stato solo rallentato, non certamente invertito. Certo, è molto forte la differenza tra il numero di province il cui valore sarebbe risultato negativo in assenza di COVID-19 (quasi 0), e quello di qualsiasi altro scenario (tra 16 e 25); eppure, è dimostrato che se non aumenterà il tasso di natalità, anche un evento così drammaticamente incidente sulla mortalità degli anziani non è in grado di arrestare l’invecchiamento della popolazione.

Giovanni Gazzoli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

16/12/2020 

 
 

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