Da dove deriva la povertà economica?

Quando si parla di povertà, stabilire una concatenazione causa-effetto non è mai opera semplice: individuare le ragioni che si celano dietro situazioni di disagio e intervenire sull'educazione le grandi certezze di una politica sociale efficace

Giovanni Gazzoli

Secondo diverse indagini di autorevoli istituzioni, una percentuale molto consistente della povertà economica deriva da molteplici situazioni: nello specifico, UNDP (United Nations Development Programme) e OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) parlano di “povertà multidimensionale”, affermando nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile l’importanza di un approccio multidimensionale per l’eradicazione della povertà, ossia un approccio con uno sguardo che vada oltre la privazione economica.

Fig. 1 – Le tre dimensioni-chiave della povertà multidimensionale in un nucleo familiare

L’obiettivo di qualsiasi politica sociale non può che essere la “riduzione” della povertà, sia essa assoluta o relativa: per far questo, è indispensabile conoscere le cause della povertà e classificarle al fine di poter porre in essere idonee strategie che riescano a “togliere” dalla povertà quanti più cittadini possibili. Adottare una politica che intervenga in profondità nel contrasto alla povertà, infatti, significa andare ad agire sulle cause della stessa, piuttosto che cercare di attenuarne le conseguenze. 

Per inciso, adottare tali politiche sociali ha un costo fiscale che grava sulla collettività: per questo, come per molti altri settori dell’economia italiana, è necessario indagare come mai quasi il 50% della popolazione dichiari redditi pari a zero (pagano solo il 3% circa dell’Irpef totale!) e solo il 5,3% dei lavoratori dichiari un reddito superiore a 50mila euro, a fronte di un’economia sommersa di 210 miliardi di euro, pari al 12,4% del PIL, e di un’evasione fiscale pari a 108 miliardi. Peraltro, è beffardo che ci siano situazioni in cui proprio chi effettua dichiarazioni false o omette di farle, risultando indigente riceva un aiuto economico dal sistema di welfare: è legittimo, dunque, chiedersi quante di queste persone versi realmente in condizioni di povertà, e di che tipo essa sia.

In effetti le risultanze offerte dai numeri dell’Istat sono utili ma non sufficienti, in quanto rischiano di restare a un livello superficiale. Invece, come sostenuto recentemente anche sulle pagine del Sole 24 Ore, “è necessario mettere insieme tutti gli indicatori, spesso contraddittori tra loro, per cercare di fare una fotografia minimamente attendibile di un Paese complesso”. Una fotografia che non serva un assist alla politica nella sua ricerca di consenso elettorale e, dunque, nell’elargizione a pioggia di denaro infruttuoso, ma piuttosto che indaghi le cause e le sfumature della povertà, per far sì che si possano impostare politiche (anche eventualmente erogazione di reddito) che però puntino a essere produttive, risolvendo un problema sociale e garantendo un risparmio in assistenza. 

L’assunto di partenza, dunque, è che la povertà non è tutta uguale, e che al netto di una quota “fisiologica” di poveri, che per circostanze più o meno transitorie come la perdita del lavoro o la disabilità si trovano in condizioni di scarsità economiche, c’è una gran quota di “poveri” che si trovano in tale situazione per motivi differenti. Entra in gioco a questo punto una riflessione qualitativa, ossia sul tipo di povertà che caratterizza la popolazione sotto osservazione. Infatti, non è sempre il denaro ciò che risolve una situazione di disagio: lo dimostra il fatto che il reddito di cittadinanza sia stato richiesto al momento da un bacino di fruitori più limitato rispetto alle stime inizialio che per la Caritas “la forma di aiuto più frequente è stata l’erogazione di beni e servizi materiali (62,9%), [come] pacchi viveri, di vestiario e l’erogazione di pasti alla mensa"

Proprio il tema dell’utilizzo del denaro è un primo esempio di quanto si sta affermando. Spesso, infatti, a mancare non sono tanto i soldi, quanto un’oculatezza nel loro utilizzo, minata proprio da quelle patologie che derivano da condizioni di povertà educativa. Secondo le ultime rilevazioni dell’Agenzia Dogane e Monopoli, ad esempio, la spesa complessiva per il gioco d’azzardo (giocato fisicamente e onlinenel 2017 ha superato i 100 miliardi di euro, passando dagli 88,25 miliardi del 2015 ai 101,75 miliardi del 2017, con un incremento di circa il 15% (+139% nel periodo 2007-2017). Oppure, nell’ultima Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze si legge che nel 2015 per il consumo di sostanze stupefacenti (cocaina, cannabis, eroina e altre sostanze) sono stati spesi circa 14,4 miliardi di euro, in aumento di un punto percentuale rispetto alla scorso anno.

Si può dunque parlare di povertà educativa e sociale, che può essere definita come la mancanza di istruzione, educazione, conoscenze e competenze che aumenta le disuguaglianze economiche e non permette né la piena realizzazione personale né l’inclusione sociale, creando problemi di integrazione e gravi ripercussioni (anche economiche) per la collettività. È chiaro che, in tale discorso, provare a effettuare una concatenazione causa-effetto non è opera semplice; tuttavia, si può rilevare che la povertà educativa è strettamente correlata a quella economica, talvolta essendone causa e talvolta effetto. Ciò che allora è comunque certo è che intervenire sull’educazione è sicuramente un investimento fruttuoso, più che l’elargizione del denaro, anche qualora quest’ultimo sia usato a buon fine (cosa, peraltro, non sempre vera).

È evidente in questo caso la necessità di investire sull’istruzione della popolazione. Del resto, la stessa Caritas afferma che tra i fattori che più causano la condizione di povertà c’è proprio la scarsa istruzione, tanto che in un anno – dal 2016 al 2017 – le famiglie in cui la persona di riferimento ha solo la licenza elementare hanno visto aggravare la propria condizione (dal 8,2% al 10,7% del totale di queste famiglie). Inoltre, i dati indicano che istruzione e povertà sono inversamente proporzionali anche nella cronicità con cui la seconda si presenta: meno una persona è istruita più tempo impiegherà per uscire dallo stato di bisogno. 

Per di più, il tema dell’istruzione implica un discorso intergenerazionale, in quanto chiama direttamente in causa i minori (non a caso le Fondazioni di Origine Bancaria hanno istituito il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che l’ultima Legge di Bilancio ha rifinanziato per un altro triennio): la trasmissione della povertà educativa, fenomeno perlopiù ereditario in Italia, genera inevitabilmente la trasmissione della povertà economica.

Incidenza della povertà educativa nelle diverse classi di età

C’è poi un altro punto critico, ossia quello della salute. Qui è, per ovvi motivi, più evidente il rapporto inverso, ossia che a una condizione di povertà corrisponda uno stato non ottimale di salute: il Rapporto Osservasalute 2017 parla dell’evidenza “di un più elevato carico di malattia e di mortalità prematura dei meno abbienti, rispetto alle persone di posizioni sociali più elevate, soprattutto perché più a rischio di essere esposti a comportamenti e prodotti nocivi, come alcol, tabacco, pratiche dietetiche malsane e a limitato accesso ai servizi sanitari o a cure che prevedano un impegno economico non sostenibile in funzione del basso reddito”. Per inciso, sul limitato accesso alle cure che prevedono impegni economici è lecito sollevare qualche dubbio, poiché gran parte della sanità (farmaci, visite del medico di base o specialistiche, accesso al pronto soccorso e ai reparti di degenza e cura) è totalmente gratuita e per minori di 14 anni, ultra 65enni, pensionati, famiglie a basso reddito (vale a dire molti milioni di abitanti) c’è la totale esenzione dai ticket sanitari. 

Spesso dunque si può parlare di “povertà sanitaria”, ossia di una condizione legata alla impropria e inefficiente gestione della salute che incide sul benessere economico: ciò, ad esempio, si vede nel paradosso che le famiglie più povere, che sono quelle con meno attitudine alla prevenzione, spendono in farmaci ben il 14% in più delle altre famiglie (dati estratti dal Rapporto 2018 del Banco Farmaceutico). 

Spesa media e spesa sanitaria mensile delle famiglie

Quanto esposto in relazione ai temi specifici del rapporto povertà-istruzione e povertà-spesa sanitaria può essere esteso ad altre situazioni, che hanno strettamente a che fare con l’educazione della persona, per cui si può parlare di povertà educativa in senso lato. La piena realizzazione della persona non passa solo dalla soddisfazione di un bisogno economico, anche perché spesso quest’ultimo è sintomo di un altro disagio o problema. Ed è qui che una politica sociale efficace deve arrivare. 

Giovanni Gazzoli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

9/5/2019 

 
 

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