ESG, non solo investitori istituzionali: risparmiatori italiani e cambiamento climatico

Da un'indagine condotta dal Forum per la Finanza Sostenibile emerge la crescente propensione degli investitori retail a tenere conto anche di considerazioni di sostenibilità, in particolare sul clima, nella realizzazione delle proprie scelte finanziarie: resta però contenuta l'effettiva diffusione di prodotti SRI

Mara Guarino

Nonostante non manchino gli appelli per una condotta ancora più rapida e incisiva, tanto l’Accordo di Parigi sul clima quanto dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite testimoniano come stia sicuramente crescendo a livello globale la consapevolezza di dover adottare nuovi modelli economici, più attenti nei confronti nella sostenibilità ambientale e sociale. Una sfida - o, forse, sarebbe più corretto dire una necessità - raccolta anche dall’Unione Europea che, con il Piano d’Azione sulla finanza sostenibile pubblicato lo scorso 8 marzo 2018, si è impegnata a rispettare una vera e propria tabella di marcia con dieci iniziative (e altrettante scadenze) volte a incrementare gli investimenti in progetti sostenibili, inclusivi e in linea con gli impegni internazionali già assunti in materia.

Fig.1  - I 10 punti  del Piano d’Azione della Commissione Europea

I 10 punti del Piano d’Azione della Commissione Europea

Fonte: Forum per la Finanza Sostenibile - Money.it

D’altra parte, va rilevato anche il crescente impegno degli operatori finanziari verso una sempre più sistematica adozione dei criteri ESG nei propri processi e prodotti di investimento. Una tendenza della quale offre concreta testimonianza anche l’indagine condotta dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali in occasione del suo ultimo Report sugli investitori istituzionali italiani: la metà dei soggetti intervistati (55 tra fondi pensione negoziali e preesistenti, Fondazioni di origine Bancaria e Casse privatizzate dei liberi professionisti) ha dichiarato di adottare già politiche d’investimento sostenibili, mentre quasi l’80% ha comunque palesato l’intenzione di includere o implementare in futuro strategie che tengano in considerazione i fattori ESG. E, a concreta dimostrazione del fatto che la massimizzazione dei rendimenti non è più l’unica leva sulla quale basare le proprie scelte strategiche, oltre l’82% di quanti sono già concretamente impegnati in tal senso  indica come motivazione alla basa della sua scelta la volontà di fornire un contributo allo sviluppo sostenibile, ragione che prevale anche sulla ricerca di una gestione più efficace dei rischi finanziari (54%). 

Sarebbe tuttavia un errore cadere nella tentazione di pensare che la questione riguardi astrattamente organismi internazionali e investitori istituzionali. Non a caso, del resto, tra i punti citati nel  Piano d’Azione della Commissione Europea figurano anche modifiche alla direttive MiFID II e IDD, nonché delle linee guida ESMA (European Securities and Markets Authority) sulla valutazione di adeguatezza dei prodotti per il mercato retail, con l’obiettivo di includere anche le preferenze dei clienti in materia di sostenibilità tra gli elementi da valutare nell’ambito dei servizi di consulenza.

Una domanda sorge allora spontanea: se, anche (ma non solo) per merito di accordi e convenzioni internazionali, i "grandi risparmiatori” della platea istituzionale vantano ormai una certa maturità nei confronti dei temi della sostenibilità, qual è invece l’effettivo grado di consapevolezza dei piccoli risparmiatori italiani? Un quesito che, con particolare riferimento ai rischi connessi al cambiamento climatico, è al centro dell’indagine condotta dal Forum per la Finanza Sostenibile in collaborazione con BVA Doxa e la cui presentazione ha inaugurato la scorsa settimana a Roma l’ottava edizione della Settimana SRI.  La ricerca evidenzia in effetti come buona parte dei risparmiatori italiani mostri grande attenzione al “clima”, sia attivandosi nel quotidiano per adottare comportamenti di consumo virtuoso sia cercando di tenerne conto nel corso delle proprie scelte finanziarie. Non solo, mantenendo una sorta di parallelismo con gli investitori istituzionali italiani, che vantano proprio i criteri ambientali, e sociali, tra quelli maggiormente considerati (a discapito di quelle attinenti la governance), la gran parte degli intervistati evoca proprio tutela ambientale e aspetti sociali quando si parla loro di investimenti sostenibili e responsabili.

Una sensibilità “sul piano teorico” alla quale non sembra tuttavia (ancora) corrispondere su quello pratico un’adeguata consapevolezza della destinazione finale dei propri investimenti e la piena conoscenza dei prodotti finanziari presenti sul mercato. La diffusione degli investimenti sostenibili rimane infatti limitata: solo un risparmiatore su quattro ha sottoscritto prodotti SRI, dato peraltro stabile rispetto a quello 2018, così come resta sostanzialmente invariata anche la quota di risparmiatori (il 57% degli intervistati) che sarebbe disposta a cambiare intermediario finanziario pur di beneficiare di una più ampia offerta di prodotti SRI.

Fig. 2 - Conoscenza dei prodotti SRI 

Conoscenza dei prodotti SRI - “Risparmiatori italiani e cambiamento climatico”, Forum per la Finanza Sostenibile in collaborazione con Doxa

Fonte:  “Risparmiatori italiani e cambiamento climatico”, Forum per la Finanza Sostenibile in collaborazione con Doxa

Alla base di questo scollamento sono due le ragioni che la ricerca consente plausibilmente di evidenziare.  La prima è il persistere di una certa diffidenza da parte dei risparmiatori, che palesano scetticismo circa attuazione ed efficacia di questo genere di politiche. Per farsi un ordine di idee, basti del resto pensare che il 48% degli intervistati sui temi della responsabilità sociale di impresa ritiene che le aziende si limitino ad attuare operazioni di facciata che non si traducono in alcuna azione socialmente responsabile. La seconda, decisamente più rilevante, si innesta invece all’interno dell’ancora più complessa questione della scarsa educazione finanziaria degli italiani: l’informazione sulla finanza sostenibile è giudicata carente da quasi 1 intervistato su 6 (il 56%). Ed ecco allora che, nonostante i riscontri sulla rete vendita siano in miglioramento  rispetto al 2018 (al 9% degli intervistati in più sono stati proposti investimenti sostenibili), come negli anni precedenti,  cause principali della mancata sottoscrizione si confermano la limitata conoscenza delle caratteristiche dei prodotti (47%), l’assenza di pubblicità adeguata (36%) e una promozione insufficiente da parte di operatori finanziari e consulenti (19%).

In conclusione, è indubbio che banche, assicurazioni e consulenti abbiano un ruolo fondamentale nella diffusione dei prodotti SRI tra i cosiddetti piccoli risparmiatori, ma ciò non toglie la necessità di uno sforzo più ampio e stratificato, tramite il quale riuscire a divulgare e rendere accessibili i principali criteri alla base delle strategie di investimento sostenibile, valorizzandone le ricadute socio-ambientali ed economiche, così come rischi e opportunità. Solo agendo lungo l’intera  “filiera”, dai policy maker agli operatori finanziari, passando da investitori istituzionali e retail, si può del resto auspicare l’autentico concretizzarsi un nuovo modello di fare impresa e finanza, nel quale la ricerca del profitto sia affiancata da un’attenzione altrettanto rilevante alla sostenibilità ambientale e sociale.

Mara Guarino, Itinerari Previdenziali 

19/11/2019

 
 

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