Fondazioni di origine Bancaria tra tradizione e innovazione

Mai come in queste situazioni di emergenza le Fondazioni di origine Bancaria dimostrano la loro capacità di intervenire a sostegno dei territori e del Paese. Come sono cambiati nel tempo ruolo e attività e quali sfide per il futuro?

Michaela Camilleri

Comunque vadano le cose, dietro a tutto quello che abbiamo fatto, e che anzi lo ha reso possibile, c’è stata una visione chiara di “comunità”, che ha accomunato con sfumature diverse tutte le Fondazioni e il loro agire. Una comunità che permette di rafforzare il pluralismo e la partecipazione, che della democrazia italiana sono due pilastri. “Pluralismo” come molteplicità e inclusione di idee, pensieri, voci. “Partecipazione” come comunanza verso progetti di interesse collettivo, come la bellezza del patrimonio artistico, l’ambiente e la salute dei cittadini, le aspettative legittime dei giovani verso la loro educazione e formazione. La mia esperienza ormai lunga mi ha convinto che le Fondazioni, pur con i limiti e le difficoltà insite nella complessità che le connota dalla loro nascita, rappresentino un fondamentale presidio di pluralismo e partecipazione in Italia, nella loro essenza di luogo di confronto e di dialogo capace di mettere sensibilità, esperienze a fattor comune. È questo, persino più prezioso di quello materiale, il vero patrimonio delle Fondazioni, e anch’esso, come quello contabile, appartiene alle comunità, che devono coglierne i frutti.”

Le definisce così, come “un fondamentale presidio di pluralismo e partecipazione”, le Fondazioni di origine Bancaria Giuseppe Guzzetti nella prefazione al libro “Fondazioni 3.0. Da banchieri a motori di un nuovo sviluppo” [1] recentemente pubblicato da Andrea Greco e Umberto Tombari. Definizione quantomai attuale e ben rappresentativa del ruolo acquisito. Da sempre unite a sostegno dei territori e del Paese, come avvenuto in altre situazioni di emergenza che l'Italia ha dovuto affrontare negli ultimi anni (come ad esempio i terremoti dell’Aquila, l’alluvione in Sardegna o l’acqua alta a Venezia), anche per la pandemia da nuovo coronavirus le Fondazioni di Origine Bancaria hanno dimostrato la loro capacità di mettere a fattor comune le proprie risorse tramite un intervento di sistema avviato da Acri mediante il Fondo Nazionale di Iniziative Comuni. Come si legge nel comunicato diffuso dall’Associazione, infatti, il Comitato esecutivo di Acri ha deliberato l’attivazione di un Fondo di garanzia rotativo a sostegno delle esigenze finanziarie delle organizzazioni di Terzo settore, con una dotazione iniziale di 5 milioni di euro. A questo intervento di sistema, si affiancano le iniziative già attivate sui territori dalle singole Fondazioni di origine Bancaria che, per contrastare l’emergenza COVID-19, hanno stanziato complessivamente circa 70 milioni di euro (il dato è in continuo aggiornamento poiché altre Fondazioni si stanno mobilitando sul territorio). Si tratta peraltro degli unici attori che stanno sostenendo il Terzo Settore che, come ha sottolineato il Professor Zamagni in una recente intervista sulle pagine del Corriere Buone Notizie, è stato al momento dimenticato. 

Come dimostrano queste e le tante altre iniziative poste in campo in questi anni, le Fondazioni di origine Bancaria svolgono allora un ruolo centrale nelle politiche sociali e di “welfare territoriale” garantendo un fondamentale sostegno in termini assistenziali e di sviluppo ai loro territori di riferimento nonché all’economia del Paese. Sono state altresì, e lo sono tuttora, un presidio importante per la tenuta del sistema bancario italiano. Anche per questo motivo, le Fondazioni hanno pagato un prezzo rilevante in termini di patrimonializzazione. 

Figura 1 – Il patrimonio delle Fondazioni di origine Bancaria e le erogazioni cumulate, valori in milioni di euro

Figura 1 – Il patrimonio delle Fondazioni di origine Bancaria e le erogazioni cumulate, valori in milioni di euro

Fonte: elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati tratti dai Rapporti Acri

Al 31 dicembre 2018 il patrimonio netto contabile delle allora 88 Fondazioni (oggi 86 per effetto di due fusioni) è sostanzialmente invariato rispetto ai due anni precedenti e pari a 39,7 miliardi di euro. Come mostra la figura 1, il totale degli attivi di bilancio ammonta a 45,7 miliardi (46,1 nel 2017 e 46,4 nel 2016), e si è ridotto nel tempo (da 52,8 nel 2011, a 52 nel 2012 a 49,3 nel 2013 e 48,6 nel 2014). Occorre tuttavia considerare il rilevante importo delle erogazioni, pari a 23 miliardi di euro cumulati tra il 2000 e il 2018, che sommate al patrimonio farebbero sfiorare i 70 miliardi. È importante sottolineare anche come il peso delle erogazioni sul totale attivo stia aumentando (2,2% nel 2018, come si vede nella figura 2), dopo il giustificato calo registrato negli anni più difficili della crisi finanziaria tra il 2008 e il 2013, periodo in cui peraltro le banche conferitarie hanno visto drasticamente ridursi le loro quotazioni, innalzarsi la volatilità e azzerarsi i dividendi; nel contempo le Fondazioni hanno sostenuto grossi sforzi per capitalizzare le banche conferitarie contribuendo al sostegno e al rafforzamento del sistema bancario italiano.

Figura 2 – Le erogazioni delle Fondazioni di origine Bancaria, valori in milioni di euro e %

Figura 2 – Le erogazioni delle Fondazioni di origine Bancaria, valori in milioni di euro e %

Fonte: elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati tratti dai Rapporti Acri

Nel 2018 l’attività erogativa è stata pari a 1.024,6 milioni di euro, in aumento del 4,1% rispetto ai 984,6 milioni del 2017, cui corrisponde un tasso di erogazione del 2,6% sul patrimonio medio nell’insieme delle Fondazioni. Guardando alla distribuzione delle erogazioni per settore di intervento, nel 2018 si confermano i sette settori da sempre prioritari: Arte, Attività e Beni culturali (per il 25% del totale erogato); Ricerca e Sviluppo (13,7%); Volontariato, Filantropia e Beneficienza (12,7%); Assistenza sociale (11,3%); Educazione, Istruzione e Formazione (9,8%); Sviluppo locale (8,1%); Salute pubblica (4,5%) ai quali le Fondazioni hanno destinato l’85% delle risorse e che diventa il 96,7% se si considera anche l’apporto al Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile (figura 3).

Figura 3 – I principali settori di intervento delle Fondazioni, valori in milioni di euro

Figura 3 – I principali settori di intervento delle Fondazioni, valori in milioni di euro

Fonte: elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati tratti dai Rapporti Acri

L’andamento dell’attività erogativa negli ultimi due decenni si è modificata dal punto di vista sia dei settori di intervento sia delle modalità operative. In merito al primo aspetto, emerge una riduzione del peso delle erogazioni destinate al settore Arte, Attività e Beni Culturali che, pur confermandosi il principale ambio di intervento, si riduce dal 34,6% del 2000 al 25% del 2018; tale decremento è stato compensato da un aumento a favore di settori come Ricerca e Sviluppo (+ 7,2 punti percentuale rispetto al 2000), Sviluppo locale (+2,7%) e, più in generale, interventi di natura assistenziale e di politica sociali messi in campo anche per il tramite del Fondo per il contrasto alla povertà educativa (11,7% nel 2018). Rispetto alle modalità, all’attività puramente erogativa si è nel tempo affiancata la realizzazione di progetti propri e di investimenti “di missione” (Mission Related Investments, Mri)[2], ossia investimenti in grado di perseguire le finalità istituzionali nella maniera più profonda, affiancando la necessaria ricerca della redditività del capitale all’impatto sociale che si genera sui territori di riferimento. L’ultimo Rapporto Acri registra per il 2017 investimenti correlati alla missione per 4,435 miliardi di euro, in lieve calo rispetto all’anno precedente in termini di valore assoluto ma sostanzialmente inalterati come incidenza sugli aggregati totali (9,6% del totale attivo e l’11,2% del patrimonio); larga parte di queste somme è destinata allo sviluppo locale (circa l’88% del totale degli investimenti) e il resto si divide tra arte e beni culturali (6%), assistenza sociale (4,1%) e infine ricerca e fondi etici.

Proprio da questi risultati nasce allora la riflessione sul ruolo e sulle sfide future che coinvolgono le Fondazioni di origine Bancaria. Alla luce della dinamicità dell’attuale contesto economico e sociale, della perdurante crisi del welfare state e della necessaria presenza di attori “terzi” capaci di innovare e di adattare le proprie risposte ai continui mutamenti dei bisogni sociali, risulta allora condivisibile la considerazione espressa da Greco e Tombari nel citato lavoro secondo la quale una delle sfide più importanti per le fondazioni sia quella di trovare il “giusto equilibrio tra l’orientamento più tradizionale della fondazione erogativa e forme di filantropia più strategica, incentrate sulla realizzazione di progetti propri, complessi e innovativi”. Non può sfuggire, del resto, come molte Fondazioni stiano già lavorando molto in questa direzione, attraverso un cambiamento dei modelli operativi orientandosi non solo al finanziamento di progetti terzi ma anche alla realizzazione progetti strategici propri e di investimenti correlati alla missione che consentano di conservare e incrementare il patrimonio. Ne sono un esempio concreto l’housing sociale o il cosiddetto “welfare di comunità”.

In altre parole, le Fondazioni hanno l’opportunità di presentarsi al bivio della modernità come veri e propri motori di sviluppo, per le comunità circostanti e per il Paese intero.

Michaela Camilleri, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 

6/4/2020


[1] “Fondazioni 3.0. Da banchieri a motori di un nuovo sviluppo” di Andrea Greco e Umberto Tombari, edito da Bompiani Overlook e pubblicato a febbraio 2020

[2] L’Acri nel suo XXIV Rapporto li definisce come “l’impiego di quote del patrimonio delle Fondazioni in investimenti aventi ricadute positive per il territorio, in stretta correlazione con gli obiettivi di missione perseguiti dalla Fondazione stessa”

 
 

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