Reddito di cittadinanza e Quota 100: più ombre che luci per la Commissione Europea

Nel Country Report del semestre europeo 2019, Bruxelles sottolinea le lacune del sistema-Italia: debito pubblico, giustizia, tassazione, instabilità politica, povertà, educazione sono solo alcuni dei punti sui quali servono progressi

Giovanni Gazzoli

Il 27 febbraio la Commissione Europea ha pubblicato il Winter Package del semestre europeo 2019. Tra gli altri documenti, il pacchetto contiene i Country Reports dei 28 Paesi Membri, i quali sono invitati a tenere conto di tali pronunciamenti nell'elaborazione dei programmi nazionali di stabilità e di riforma. Analizzando il report dedicato all’Italia, emerge una situazione non particolarmente rosea perché, a fronte di qualche piccolo e sparso miglioramento, la maggior parte del documento si concentra sui numerosi problemi, limiti e lacune del “sistema-Italia”.

Prima di analizzare le raccomandazioni comunitarie, comunque, vale la pena vedere che reale incidenza abbiano nel processo decisionale interno degli Stati membri. La Commissione infatti rileva che, dall’introduzione del semestre europeo nel 2011, solo al 26% delle raccomandazioni all’Italia sono seguiti una “piena implementazione” (5%) o “sostanziali progressi” (21%), vedendo il restante 74% cadere in “qualche progresso”, “progressi limitati” o addirittura “alcun progresso”. Numeri che lascerebbero pensare a un distaccato disinteresse italiano nei confronti delle raccomandazioni europee, ma che invece acquistano altro valore se confrontato con i dati tedeschi (16% tra “piena implementazione” e “sostanziali progressi”), francesi (14%, di cui addirittura 0% come “piena implementazione”), inglesi (15%, di cui 0% “piena implementazione”), portoghesi (14%) o polacchi (7%); comunque, certamente si può fare meglio, come dimostrano Spagna (34%), Olanda (44%) e Svezia (51%).

Reddito di cittadinanza e Quota 100: più ombre che luci per la Commissione Europea

Figura 1 – Implementazione delle raccomandazioni della Commissione all’Italia, 2011-2017 | (Fonte: Commissione EU)

 

Visione generale

Il punto di partenza è, come sempre, la difficile situazione relativa al debito pubblico.

Il rapporto debito-PIL è cresciuto dal 102,4% del 2008 al 131,8% del 2014, per poi scendere lievemente di 0,6 punti percentuali nel 2017. Le ultime stime del Governo rilevano per il 2018 un dato salito al 131,7%, e prevedono per quest’anno l’arretramento di un punto netto, al 130,7%, soprattutto grazie a un piano di privatizzazioni. Purtroppo, dice la Commissione, “questa assunzione appare irrealistica, considerando che dal 2016 al 2018 non è stato realizzato alcun profitto dalle privatizzazioni, nonostante le stime iniziali dello 0,5% del PIL ogni anno”. A Bruxelles non credono dunque all’ottimismo dell'esecutivo e mettono in conto per il 2019 un dato intorno al 132%, se non più alto; lo stesso scetticismo investe la previsione del Governo per il 2020 (-1,5% per arrivare a 129,2%), fondata sull’attivazione delle clausole di salvaguardia e il conseguente aumento dell’IVA (che, di fatto, è la tassa più evasa in Italia). Insomma, la Commissione non conta su un declino del debito italiano, e per i prossimi dieci anni prevede anzi un costante aumento del rapporto debito-PIL fino al 146,5% (Tabella 1).

Tabella 1 – Proiezione del rapporto debito-PIL, 2017-2029 | (Fonte: Commissione EU)

Per far fronte a questo scenario, la Commissione auspica “investimenti più numerosi e più mirati” e ambiziose riforme strutturali per dare impulso a una produttività ristagnante, anche per acquisire la fiducia dei mercati. Purtroppo, “lo scenario macroeconomico, la sovrastima degli obiettivi delle privatizzazioni e il peggioramento del saldo primario lasciano prevedere un aumento per il 2019 del rapporto debito-PIL, giunto al 131,7% nel 2018”. Tutto ciò lascia forti timori sulla sostenibilità del sistema: soprattutto, l’introduzione di Quota 100 “aumenterà la spesa per le pensioni e peggiorerà la sostenibilità del debito, anche per i possibili effetti negativi sulla crescita”. A proposito delle pensioni, la Commissione annota che le passate riforme (si veda la riforma Fornero) “hanno contribuito a frenare le passività derivanti dall’invecchiamento della popolazione e a migliorare la sostenibilità delle finanze pubbliche sul lungo periodo”.

Tra gli obiettivi da raggiungere, spiccano la solidità delle finanze pubbliche, una maggiore efficacia della pubblica amministrazione (“precondizione per un utilizzo efficace del finanziamento pubblico e un migliore impiego dei fondi europei, inclusi quelli per le politiche attive del mercato del lavoro”) e della giustizia, una maggiore efficienza del sistema educativo e del mercato del lavoro, un ambiente più accogliente per gli investimenti e un settore bancario più resiliente. Tematiche sicuramente non nuove nell’agenda politica italiana: forse, una velata allusione al fatto che le ultime legislature non abbiano affrontato queste problematiche da un punto di vista strutturale. Certamente, tuttavia, viene riconosciuto il trend di crescita che accompagnava il nostro Paese (“crescita solida del PIL reale”), che non sembra trovare continuità con la nuova direzione impressa dall’esecutivo attualmente insediato: “l’attività economica ha rallentato”, “la crescita dell’export si è indebolita” e “la ripresa degli investimenti sta perdendo slancio”, tutto ciò a causa dell’”incertezza della situazione politica interna, che condiziona negativamente la fiducia delle imprese e l’economia reale”. Debolezze condivise dal sistema bancario e finanziario, sia per l’esposizione dei maggiori istituti di credito italiani verso le obbligazioni del Tesoro sia per le difficoltà che le mote medie e piccole imprese incontrano nell’accedere ai mercati finanziari. C’è una nota positiva, però: la Commissione elogia i passi avanti fatti nel contrasto alla corruzione, sia mediante la legge anti-corruzione sia grazie alla maggiore prevenzione data dall’ANAC. 

La Commissione si concentra poi sulla difficile situazione del Sud. Qui, la produttività è “particolarmente debole a causa di fattori strutturali come gli investimenti insufficienti e inefficienti”. La crisi non ha fatto altro che aumentare un divario già presente, soprattutto per le colpe di una governance debole, incapace di utilizzare le risorse e di pianificare e implementare politiche adatte. A ciò si aggiunge il basso livello di educazione e i limiti all’innovazione, che riflettono un’assenza di pianificazione che si vede nella rete infrastrutturale, nella gestione dei rifiuti, nella rete idrica, nella banda larga e nella prevenzione sui rischi da disastri naturali.

Detto questo, ci sono anche note positive, soprattutto rispetto ai target nazionali all’interno della strategia Europa 2020: l’Italia ha già raggiunto l’obiettivo in materia di energie rinnovabili, efficienza energetica, ed è sulla buona strada per le emissioni di gas serra.

To-do list” della Commissione Europea per l’Italia (Elaborazione Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali)

Tabella 2 – “To-do list” della Commissione Europea per l’Italia ( Elaborazione Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali)

 

Mercato del lavoro 

Quello registrato fino al 2018 era un “miglioramento incostante e graduale”: non proprio una promozione per le misure sul mercato del lavoro. Infatti, sebbene il numero degli occupati a metà del 2018 avesse raggiunto un picco record, il tasso di occupazione rimaneva ben al di sotto della media europea, in particolare per giovani e donne (“manca una strategia per favorirne la partecipazione al mercato del lavoro”); la crescita, peraltro, era fortemente dovuta a contratti temporanei (si veda il grafico 1). Questo sembra essere uno dei punti critici secondo la Commissione UE: un mercato caratterizzato da posizioni instabili, a breve durata, che nasconde quindi delle insidie dietro una facciata apparentemente tranquillizzante.

Grafico 1 – Composizione della crescita dell’occupazione | (Fonte: Commissione EU su dati Istat)

È interessante il dato sulla forza di lavoro potenziale. È rilevante la quota di lavoratori impiegati con il part-time involontario, ossia che sarebbero disponibili a lavorare di più: sono il 17%, quasi un quinto dei part-time totali (Grafico 2).

Grafico 2 – Disoccupazione e forza lavoro potenziale | (Fonte: Commissione EU su dati Eurostat)

La quota dei dipendenti a tempo si è alzata al 17,5%, sopra la media UE; la durata media dei contratti è inferiore ai 12 mesi. La mancanza di lavoro a lungo termine sta calando meno della mancanza di lavoro totale.

Nel macro-tema del lavoro c’è poi il sottoinsieme dei giovani, che desta preoccupazione. La disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni resta molto alta, al 32%.

C’è da dire che anche gli ultimi interventi in materia non suscitano gli entusiasmi della Commissione: “Nonostante le recenti misure, le politiche attive restano deboli e sono poco integrate con le politiche sociali”. Serve una riforma dell’impiego pubblico per supportare l’inserimento nel mercato del lavoro dei beneficiari del reddito di cittadinanza. Inoltre, le nuove misure non affrontano il problema del lavoro in nero, “che rimane molto vasto in Italia, specialmente al Sud”.

Il problema principale, comunque, è il costo del lavoro, uno dei più alti in tutta l’UE. Viene elogiata la flat tax, che ha “leggermente abbassato la tassazione sui lavoratori autonomi”, tuttavia il peso delle tasse sulle imprese a livello aggregato nel 2019 aumenterà. Un modo per venirne fuori, e sicuramente non è una novità, sarebbe quello di combattere l’evasione, in particolare quella sull’IVA (anche qui siamo tra i “leader” in Europa): la digitalizzazione potrà aiutare in tal senso, di certo non lo farà “una serie di nuove misure equivalenti a un’amnistia sulle tasse”.

 

Situzionale sociale

Dal punto di vista sociale, la situazione non sembra molto migliore. Il principale allarme riguarda i giovani: il numero dei ragazzi che non lavorano né studiano è il più alto dell’UE, in rapida ascesa dopo il 2017. Da qui deriva che “l’educazione è una delle sfide più difficili, specialmente nel meridione, e da essa dipende la qualità del capitale umano”. Sempre al Sud, cresce il numero dei giovani che abbandonano anticipatamente la scuola; la percentuale dei diplomati rimane bassa, e il mondo-scuola non riceve adeguati finanziamenti ed è in debito di personale. In seguito a recenti riforme (si pensi alla cosiddetta "alternanza scuola-lavoro"), il sistema dell’apprendistato sta avendo un impulso.

Il rischio di povertà è molto alto, e l’impatto delle misure per la sua riduzione non è sufficiente. Per questo viene sottolineata l’introduzione di uno schema anti-povertà (reddito di cittadinanza), anche se “la sua implementazione sarà difficile e graverà considerevolmente sull’amministrazione pubblica”. Peraltro, il suo impatto sull’impiego non è scontato in quanto dipenderà dall’efficienza e dall’efficacia delle politiche di attivazione e dei controlli.

 

Conclusioni

La Commissione segnala un’attenzione non propriamente alta rispetto alle sue indicazioni nel passato. Inoltre, si inserisce con equilibrio nel dibattito politico interno, moderando sia le sopravvalutazioni delle misure passate sia le previsioni ottimistiche su quelle future. In particolare, segnala le criticità delle due principali misure introdotte da questa legislatura, ossia il reddito di cittadinanza e Quota 100. Infine, pone particolare enfasi sulla situazione del Sud, lamentando un gap competitivo notevole, derivante soprattutto dalla carenza di politiche in ambito educativo.

Giovanni Gazzoli, Itinerari Previdenziali 

2/3/2019

 
 
 

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